Turchia, un regime non più tollerabile

novembre 2016

L’Europarlamento chiede all’Ue di sospendere i negoziati di adesione

Ferma condanna delle «sproporzionate misure repressive» applicate in Turchia dal luglio scorso, in seguito al fallito tentativo di colpo di Stato, e richiesta agli Stati membri dell’Ue e alla Commissione europea di «avviare un blocco temporaneo dei negoziati di adesione», questa la dura presa di posizione dell’Europarlamento di fronte al continuo logoramento del sistema democratico messo in atto dal regime turco del presidente Recep Tayyip Erdogan. Con una risoluzione adottata il 24 novembre, infatti, i deputati europei pur sottolineando «l’importanza strategica» delle relazioni tra l’Ue e la Turchia, «per entrambe le parti», hanno constatato la mancanza di volontà politica delle autorità turche a collaborare nel partenariato con l’Ue e soprattutto il non più tollerabile abbattimenti degli standard democratici.

Le misure repressive adottatrumpte dal governo turco nel quadro dello stato di emergenza, osserva il Parlamento europeo, sono «sproporzionate, attentano i diritti e le libertà fondamentali sanciti dalla Costituzione turca, minano i valori democratici fondamentali dell’Ue e violano le norme internazionali sui diritti civili e politici». In qualità di Paese candidato a entrare nell’Ue, invece, la Turchia dovrebbe osservare i più elevati standard di democrazia, compresi i diritti dell’uomo, lo Stato di diritto, le libertà fondamentali e il diritto a un processo equo. Inoltre, la Turchia è dal 1950 un membro del Consiglio d’Europa ed è quindi legata alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (Cedu).

I numeri della repressione turca

Dopo il tentativo di colpo di Stato, nella notte tra il 15 e il 16 luglio scorsi, le autorità turche hanno messo in atto una dura repressione, ricorda il Parlamento europeo: sono stati arrestati 10 membri della Grande Assemblea Nazionale turca appartenenti al partito di opposizione Hdp e 150 giornalisti, il numero più elevato di arresti di questo tipo a livello mondiale; arrestati anche 2.386 giudici e pubblici ministeri e altre 40.000 persone, di cui oltre 31.000 si trovano tuttora in stato d’arresto; secondo la Relazione 2016 della Commissione sulla Turchia, 129.000 dipendenti pubblici continuano a essere sospesi (66.000) o sono stati licenziati (63.000), ma contro la maggior parte di essi non è stata sinora formulata alcuna accusa. Come se non bastasse, nota l’Europarlamento, il presidente Erdogan e membri del governo turco hanno più volte accennato al ripristino della pena di morte, mentre il Consiglio nel luglio 2016 ha affermato che il «rifiuto inequivocabile» della pena di morte è parte essenziale dell’acquis dell’Ue.

Per queste ragioni il Parlamento europeo chiede la sospensione dei negoziati, impegnandosi a rivedere la propria posizione quando «saranno revocate le misure sproporzionate» e «in funzione del ripristino dello Stato di diritto e dei diritti umani in tutto il Paese».

Amnesty: messe a tacere tutte le voci critiche

L’iniziativa dell’Europarlamento segue le ripetute denunce sulle violazioni dei diritti umani in Turchia espresse negli ultimi mesi da Amnesty International.

L’arresto di 12 deputati del Partito democratico dei popoli (Halkların Demokratik Partisi – Hdp), avvenuto la notte tra il 3 e il 4 novembre per presunti reati di terrorismo, ha fatto seguito alla chiusura di massa di organi d’informazione curdi, alla rimozione di almeno 24 sindaci filo-curdi e ai ripetuti impedimenti dell’accesso a Internet: «Provvedimenti che compromettono il diritto alla libertà d’informazione e d’espressione e restringono fortemente la possibilità di prendere parte alla vita pubblica. Si tratta di un infausto segno della strada presa sotto lo stato d’emergenza» ha dichiarato John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per l’Europa. Pochi giorni fa, poi, un decreto emesso dalle autorità turche ha ordinato la chiusura definitiva di 375 organizzazioni non governative della Turchia, una decisione «che va inquadrata nel sistematico tentativo in corso da parte delle autorità turche di ridurre definitivamente al silenzio ogni voce critica» ha osservato Amnesty. Sono state chiuse associazioni di giuristi contro la tortura, organizzazioni per i diritti delle donne che gestivano rifugi per le sopravvissute alla violenza domestica, centri di assistenza per i rifugiati e gli sfollati interni e anche la principale Ong per i diritti dei bambini, ha denunciato Amnesty, ricordando come «l’azione delle Ong è di vitale importanza soprattutto nel contesto dell’attuale crisi dei diritti umani in Turchia, dove l’evidente abuso dei poteri d’emergenza ha gettato un’ombra su una già devastata società civile».

Csi e Ces: attacco alle libertà di espressione, associazione e riunione

Anche le Confederazioni sindacali internazionale (Csi-Ituc) ed europea (Ces-Etuc) hanno preso posizione contro la repressione messa in atto dal regime turco. In particolare hanno denunciato il recente licenziamento di circa 10.000 dipendenti pubblici, che ha portato a oltre 100.000 il numero dei licenziati negli ultimi mesi in 35 diversi ministeri e agenzie governative, soprattutto nei dipartimenti dell’istruzione, della salute e della giustizia. Secondo Sharan Burrow, segretaria generale della Csi, «la democrazia sta diventando una farsa completa in Turchia, con il governo che attacca le libertà fondamentali di espressione, associazione e di riunione, fino all’arresto di membri del Parlamento. La Csi ha avvertito da tempo del rischio di scivolamento verso la dittatura in Turchia, Paese dove i lavoratori sono puniti semplicemente per la loro origine etnica o le loro opinioni politiche».

La Turchia, ha aggiunto il segretario generale della Ces Luca Visentini, «deve rispettare i valori democratici e le libertà sindacali indicati nelle convenzioni dell’Ilo e nelle Carte europee, così come deve rispettare lo stato di diritto. Abbiamo condannato il colpo di stato fallito, ma non possiamo accettare che le condizioni di vita di centinaia di migliaia di lavoratori e le loro famiglie siano distrutte».

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