Tempo di vacanze, ma non per tutti

agosto 2016

Nell’Est e nel Sud dell’Ue milioni di cittadini in grave deprivazione materiale

In questa estate europea 2016, caratterizzata da sempre più forti preoccupazioni per i ripetuti fatti di violenza e terrorismo, milioni di cittadini stanno trascorrendo le tradizionali vacanze o si accingono a farlo, ma è bene ricordare che molti non se lo possono permettere. Come evidenzia infatti un articolo pubblicato dagli analisti socio-economici della Direzione generale Occupazione e Affari sociali della Commissione europea, mediamente quasi il 40% degli europei non è nelle condizioni economiche necessarie per pagare una settimana di vacanza lontano da casa. Una percentuale che sale al di sopra della media europea in tutti gli Stati membri mediterranei dell’Ue, supera abbondantemente il 50% nei Paesi baltici e dell’Est europeo (tranne la Repubblica Ceca) fino a raggiungere il 70% circa in Romania e Croazia. Nell’ultimo anno la quota di persone che non si possono permettere una settimana di vacanza è aumentata notevolmente in Bulgaria (+10,5%) e Grecia (+3,7%), mentre pur rimanendo elevata è sensibilmente diminuita in Polonia (-8,6%), Repubblica Ceca (-5%) e Spagna (-4,9%).

Nonostante il dato generale resti piuttosto significativo delle conseguenze socio-economiche della crisi, lo studio europeo osserva come in generale la situazione stia migliorando in molti Paesi: in 15 Stati membri la quota di persone che non riescono a fare una settimana di vacanza lontano da casa è diminuita negli ultimi anni, con le riduzioni più elevate registrate nei Paesi baltici (cali tra il 16% e il 20%), ma sensibili anche in Austria, Polonia, Malta, Portogallo e Bulgaria (tutte diminuzioni intorno al 10%). Cosa che non si può dire per l’Italia, Paese insieme a Cipro dove nel periodo 2010-2014 sono stati rilevati gli aumenti più elevati (10% circa).

Niente vacanze e timore di spese impreviste

Il non potersi concedere una settimana di vacanza lontano da casa nell’arco dell’anno è una forma di privazione che viene presa in considerazione dalle statistiche dell’Ue nel calcolo dell’indicatore del rischio di povertà ed esclusione sociale, che riguarda tutti coloro che devono affrontare povertà monetaria, bassa intensità del lavoro e grave deprivazione materiale. Quest’ultima, in particolare, è una misura assoluta del tenore di vita che integra la misura della povertà relativa monetaria (persone con reddito disponibile inferiore al 60% del reddito mediano del Paese). Il tasso di deprivazione materiale grave è attualmente definito come la percentuale di popolazione che vive in famiglie che non possono permettersi almeno quattro di nove elementi, uno dei quali consiste appunto nella settimana di ferie lontano da casa. Altri elementi sono ad esempio la capacità di affrontare oneri finanziari imprevisti, permettersi una lavatrice o un’auto, un’alimentazione e un’abitazione adeguate, la capacità di evitare gli arretrati nei pagamenti di mutuo o affitto. Le forme più diffuse di deprivazione riguardano le vacanze e la capacità di far fronte alle spese impreviste. La percentuale di popolazione dell’Ue che si trova in condizioni di grave deprivazione materiale è diminuita dall’8,9% del 2014 all’8,2% del 2015, ma in valore assoluto si tratta comunque di ben 42 milioni di persone. Sono soprattutto singoli con figli a carico, persone sole e famiglie con tre o più figli.

Le sanzioni economiche peggiorano la situazione

Come detto, la deprivazione materiale è una delle tre componenti dell’indicatore del rischio di povertà, che senza politiche e interventi adeguati non tende certo a diminuire date le condizioni economiche e sociali dell’Europa provata dalla crisi. Alcune misure, anzi, possono addirittura generare povertà, secondo quanto denunciato dell’European Anti-Poverty Network (Eapn) in merito alla recente decisione del Consiglio economico e finanziario dell’Ue (Ecofin) di sanzionare Spagna e Portogallo per disavanzi eccessivi non avendo rispettato il vincolo del 3% nel rapporto deficit/Pil previsto dal Patto di stabilità. Le multe dovrebbero ammontare allo 0,2% del Pil, e potrebbero (in parte) essere concretizzate attraverso tagli alla quota di fondi strutturali per due Paesi che presentano tassi di povertà tra i più elevati dell’Ue (28,6% la Spagna e 26,6% il Portogallo), leggermente diminuiti nell’ultimo anno anche per le politiche attuate e ora messe sotto accusa dall’Ecofin.

La Rete europea contro la povertà afferma che tali sanzioni sono controproducenti per la ripresa economica, genereranno più disaffezione nei confronti dell’Ue e accrescono povertà ed esclusione sociale a causa dei tagli che inevitabilmente saranno apportati a servizi e protezione sociale. L’Eapn si dice preoccupata «per l’impatto dei tagli ai fondi strutturali, dal momento che queste riduzioni sarebbero dannose per i programmi sociali che promuovono l’inserimento lavorativo e l’inclusione sociale delle persone più vulnerabili. Alla fine, le sanzioni del Consiglio finirebbero per punire i disoccupati di lungo termine, i poveri e i socialmente esclusi spagnoli e portoghesi che non sono responsabili per le azioni dei loro governi». Agli occhi di milioni di europei, prosegue il Network europeo, l’Ue è diventata un’istituzione «lontana e irrilevante», che non sembra avere un impatto positivo sulla loro vita, mentre se l’obiettivo dell’Ue è di sopravvivere e svilupparsi, questo deve cambiare. «L’Unione europea dovrebbe dare priorità alla lotta contro la povertà e l’esclusione sociale, inclusa la povertà infantile, in linea con l’obiettivo di Europa 2020, onorando il suo impegno per il nuovo pilastro europeo dei diritti sociali e attraverso una strategia integrata contro la povertà» osserva l’Eapn, secondo cui «abbiamo bisogno di più Europa sociale, non di sanzioni e multe».

Parere in linea di massima condiviso dalla Commissione europea, la quale si è opposta alle sanzioni proposte dal Consiglio ritenendo che «l’approccio punitivo non è il migliore in questa fase dell’economia europea e in un momento di dubbi dei cittadini nei confronti dell’Ue».

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