Schengen: confermati i controlli ad alcune frontiere interne

maggio 2016

Obiettivo dell’Ue il ripristino della libera circolazione nell’area entro fine anno

«Eccezionali e temporanei» ma prolungati per altri sei mesi i controlli alle frontiere interne all’area Schengen di cinque Stati membri: Germania, Austria, Svezia, Danimarca e Norvegia (quest’ultimo Stato membro Schengen ma non Ue). Questa la decisione con cui il Consiglio dell’Ue ha accolto il 12 maggio la proposta presentata una settimana prima dalla Commissione europea, che aveva consigliato appunto di prolungare le misure già introdotte da questi Paesi al fine di affrontare la «minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza interna» risultante dai movimenti secondari dei migranti irregolari provenienti dalla Grecia.

«Accogliamo con favore l’adozione della nostra proposta da parte del Consiglio. Sforzi enormi sono stati fatti dalla Grecia, ma finché persistono gravi carenze nella gestione delle frontiere esterne alcune misure di controllo alle frontiere interne devono essere mantenute» ha dichiarato il primo vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans, sottolineando come tale decisione sia «in linea» con la tabella di marcia delle istituzioni europee che prevede il ritorno ad un normale funzionamento della zona Schengen entro fine anno. «La reintroduzione dei controlli alle frontiere interne alla zona Schengen ha messo a rischio uno dei più grandi e tangibili risultati del progetto europeo» ha affermato l’Europarlamento, ma la Commissione sostiene la necessità di questi «passaggi temporanei» proprio per «salvaguardare una delle più grandi conquiste dell’integrazione europea».

Prolungamento dei controlli in cinque Paesi

La decisione del Consiglio si è basata sulle conclusioni della Commissione relative a una visita di valutazione Schengen effettuata in Grecia dal 10 al 16 aprile, secondo cui «a causa di alcune carenze persistenti» nei controlli alle frontiere elleniche «il rischio di movimenti migratori secondari significativi permane». Inoltre, notava la Commissione, «deve ancora essere confermato il carattere duraturo della forte diminuzione degli arrivi registrata nelle ultime settimane». Per evitare problemi nel funzionamento globale dello spazio Schengen, quindi, Consiglio e Commissione raccomandano che siano mantenuti per ulteriori sei mesi i seguenti controlli alle frontiere interne: Austria alle frontiere terrestri con l’Ungheria e la Slovenia; Germania alla frontiera terrestre con l’Austria; Danimarca nei porti collegati via traghetto con la Germania e alla frontiera terrestre con la Germania; Svezia nei porti delle regioni Sud e Ovest e al ponte Öresund; Norvegia nei porti collegati via traghetto con la Danimarca, la Germania e la Svezia.

Il ripristino dei controlli negli ultimi mesi

Sono otto i Paesi dello spazio Schengen che dal settembre 2015 hanno deciso unilateralmente di ripristinare i controlli alle loro frontiere interne, causa l’afflusso anomalo di migranti privi di documenti o con documenti inadeguati: Belgio, Danimarca, Germania, Ungheria, Austria, Slovenia, Svezia e Norvegia. Secondo questi Paesi, tali movimenti massicci hanno gravato sulle capacità di accoglienza delle rispettive autorità nazionali e «creato una grave minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza interna». I controlli alle frontiere della Slovenia e dell’Ungheria sono poi stati aboliti, mentre gli altri Paesi hanno prorogato i controlli a varie riprese, in linea con il “codice frontiere Schengen” che consente di reintrodurre controlli alle frontiere interne per un periodo totale non superiore a otto mesi nel caso di necessità di azioni immediate (articoli 23-24-25). Anche la Francia ha ripristinato i controlli alle frontiere interne, ma per motivi non connessi all’immigrazione: i controlli sono stati introdotti nel novembre 2015, dapprima nel contesto della Conferenza internazionale COP21 e poi a causa dello stato di emergenza successivo agli attentati terroristici di Parigi del 13 novembre.

I costi di un’eventuale sospensione di Schengen

Ripristinare su base continuativa i controlli alle frontiere interne dell’Unione europea non solo non risolverebbe la crisi migratoria ma comporterebbe enormi costi economici, politici e sociali per l’Ue e per i singoli Stati membri. La Commissione europea ha stimato che il pieno ripristino dei controlli di frontiera nello spazio Schengen genererebbe costi diretti immediati fra i 5 e i 18 miliardi di euro all’anno (pari allo 0,05%-0,13% del Pil europeo). Questi costi sarebbero concentrati su certi attori e regioni, ma avrebbero inevitabilmente un impatto sull’insieme dell’economia europea. Ad esempio:

Il libero scambio di beni all’interno dell’Ue ammonta attualmente a oltre 2.800 miliardi di euro in valore e 1.700 milioni di tonnellate in volume. L’impatto più forte e immediato dei controlli di frontiera sarebbe avvertito dal settore del trasporto di merci su strada, con 1,7-7,5 miliardi di euro di costi aggiuntivi diretti all’anno;

Stati membri come la Polonia, i Paesi Bassi o la Germania dovrebbero affrontare più di 500 milioni di euro di costi supplementari per il trasporto su strada delle merci;

le imprese della Spagna o della Repubblica Ceca dovrebbero sostenere esborsi supplementari per oltre 200 milioni di euro;

i settori più colpiti sarebbero quelli agricolo e chimico e il trasporto di materie prime. A medio termine, l’aumento indebito dei costi di trasporto dovuto ai ritardi provocati dai controlli di frontiera potrebbe compromettere lo sviluppo efficace delle catene di valore dell’Ue e la competitività dell’economia dell’Ue nel suo complesso.

i controlli di frontiera costerebbero agli 1,7 milioni di lavoratori frontalieri tra gli 1,3 e i 5,2 miliardi di euro in termini di tempo perduto;

potrebbero andare persi come minimo 13 milioni di pernottamenti turistici, con un costo totale di 1,2 miliardi di euro;

i governi dovrebbero sostenere tra gli 0,6 e i 5,8 miliardi di euro di costi amministrativi per aumentare il personale per i controlli di frontiera.

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