Servono nuove politiche per salvare l’Europa sociale

aprile 2016

Il monito giunge dal nuovo Rapporto annuale dell’Istituto sindacale europeo

Negli ultimi nove anni l’Unione europea è passata da una crisi all’altra: la crisi finanziaria è diventata economica, provocando una crisi sociale protratta e una crisi politica forte. L’atmosfera di instabilità generale è aggravata da una prospettiva economica stagnante, per cui la situazione è preoccupante: le economie sono molto fragili, le disuguaglianze in aumento e scarse le risposte adeguate e tempestive. Servirebbe un mix di politiche adeguate, comprendente una strategia di investimenti concentrata sulla ricerca e lo sviluppo, la fine del processo di deregolamentazione, una politica fiscale equa, un consolidamento della protezione sociale e un impegno per un’Europa caratterizzata da elevati standard sociali, anche nel campo della salute e sicurezza. Questo è «l’ordine del giorno da seguire» per cercare di affrontare le sfide attuali secondo il Benchmarking Working Europe 2016, Rapporto annuale che analizza la situazione economico-sociale dell’Europa curato dall’Istituto sindacale europeo (Ise-Etui), il centro di ricerca e formazione indipendente della Confederazione europea dei sindacati (Ces-Etuc).

Alla luce della crescente disaffezione dei cittadini verso l’Europa, rappresentata dalle sue istituzioni e politiche, sta diventando sempre più chiaro che, a lungo termine, questo sentimento diffuso potrà mettere a repentaglio il progetto di integrazione europea, osserva il Rapporto, perché «senza stabilità sociale non ci possono essere stabilità economica e finanziaria nell’Ue». Per superare la crisi di fiducia in Europa, sostiene l’Istituto sindacale europeo, serve un cambiamento di approccio nella gestione politica della crisi, in generale, e verso salari, contrattazione collettiva e diritti sindacali nello specifico ambito del lavoro.

Ripresa esitante e rischi per il futuro

Gli indicatori macroeconomici segnalano un lieve aumento del Pil, ma «contemporaneamente si è assistito ad un riorientamento dell’economia verso la domanda esterna e l’Europa, in termini economici, è diventata più dipendente dagli sviluppi del resto del mondo: con una crescita rallentata altrove, questo nuovo orientamento potrebbe minacciare la stabilità dell’economia dell’Ue» osserva il Rapporto. La politica di bilancio si è spostata «dal restrittivo al neutrale», cambiamento che difficilmente darà all’economia lo stimolo di cui ha bisogno, il che combinato alla fragile ripresa economica porta a una situazione in cui il rapporto tra debito pubblico e Pil continua ad aumentare, gli investimenti restano troppo bassi e le tendenze deflazionistiche persistono. Secondo i sindacati europei, per contrastare queste tendenze servono nuove politiche macroeconomiche sostenibili, che prendano in considerazione anche le sfide poste dal cambiamento climatico e dalla digitalizzazione dell’economia.

Un mercato del lavoro polarizzato

La disoccupazione rimane a livelli inaccettabili e l’occupazione è cresciuta a un ritmo troppo lento. Il lavoro temporaneo continua a costituire una quota crescente della creazione di posti di lavoro e il lavoro part time è sempre più concentrato tra i lavoratori a bassa retribuzione. Secondo l’Ise, si tratta di «tendenze allarmanti» che sembrano indicare una crescente polarizzazione della forza lavoro e l’esclusione sociale delle persone poco qualificate. «È indispensabile limitare il divario sociale e garantire che i futuri sviluppi del mercato del lavoro e dell’economia nel suo complesso siano equamente distribuiti tra la popolazione» sostiene l’Istituto sindacale europeo, secondo cui l’attenzione deve concentrarsi anche sulla qualità dei posti di lavoro: «Sono necessarie misure per garantire che i posti di lavoro di qualità siano disponibili per tutte le età e tutti i livelli di abilità». L’abbandono della qualità del lavoro a favore della quantità, secondo cui “un pessimo lavoro è meglio di nessun lavoro”, metterà a repentaglio lo sviluppo sostenibile dell’Ue, mentre appare improbabile che dal mercato giunga automaticamente una soluzione sostenibile: «Solo regolamenti, negoziati e azioni garantiranno che i cambiamenti e le sfide che attendono l’Europa possano essere modellati a beneficio di tutti i lavoratori piuttosto che agire come fattori di polarizzazione, aumentando le disuguaglianze e la spirale verso bassi standard sociali».

Le disparità di reddito sono aumentate nella maggior parte degli Stati membri, così come il rischio di povertà ed esclusione sociale che è più elevato tra i disoccupati e tra i lavoratori con minori garanzie. Secondo il Rapporto vanno rivisti i livelli salariali minimi in vari Paesi, al fine di assicurare che gli importi siano sufficienti per garantire un “salario di sussistenza”.

Partecipazione dei lavoratori per un’Europa sociale

Come nota positiva, il Rapporto osserva una crescita della consapevolezza tra i sindacati e i loro i membri sulla necessità di un nuovo approccio in relazione a salari, contrattazione collettiva e diritti dei lavoratori. Negli ultimi anni c’è stato infatti un aumento delle manifestazioni e delle azioni legali orientate al rispetto dei diritti economici come un mezzo per contrastare la deregolamentazione, l’austerità e le restrizioni del diritto di sciopero.

Le riforme strutturali, che intendono accrescere la flessibilità e imporre moderazione salariale, stanno aggravando la vulnerabilità di molte categorie di lavoratori in Europa, ampliando ulteriormente le forme di disuguaglianza osservate negli ultimi dieci anni, ancor di più con la recente comparsa di nuove forme di lavoro, come il “crowd-working”.

In passato, sottolinea il Rapporto, varie divergenze e problemi del lavoro sono stati affrontati attraverso il sistema della partecipazione dei lavoratori, meccanismo ora sotto pressione sia a livello europeo che nazionale nonostante l’aumento delle attività transfrontaliere. Eppure, sottolineano i sindacati europei, «un sistema ben funzionante e articolato di partecipazione dei lavoratori contribuisce all’integrazione europea, riconoscendo le informazioni e la consultazione come un diritto fondamentale per i lavoratori. Il mancato rispetto di questi diritti equivale invece al disprezzo per i concetti fondamentali della democrazia».

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