Paure e confusioni

novembre 2015

L’Europa alle prese con il “dopo 13 novembre”

Gli attacchi terroristici del 13 novembre scorso a Parigi hanno segnato profondamente la vita civile e politica della Francia e dell’Europa intera, ma decisioni prese unicamente sulla base dell’emotività del momento rischiano di essere inefficaci e soprattutto pericolose perché potrebbero mettere a rischio i diritti e le vite di molte altre persone.

Ne è un esempio la tentazione, piuttosto diffusa in seguito alla strage di Parigi, di associare in modo semplicistico il terrorismo e l’immigrazione. Come  sottolinea giustamente Amnesty International, «arrendersi alla paura sulla scia degli efferati attacchi di Parigi non servirà a proteggere nessuno. Le persone in fuga da persecuzioni e conflitti non sono scomparse, né lo è il loro diritto alla protezione. Dopo questa tragedia, la mancata estensione di solidarietà per le persone in cerca di rifugio in Europa, spesso in fuga dallo stesso tipo di violenza, sarebbe una vile abdicazione di responsabilità e una tragica vittoria del terrorismo sull’umanità». L’Unione europea, sostiene Amnesty, «dovrebbe resistere alla tentazione di sigillare le sue frontiere esterne, continuando ad alimentare una serie di violazioni dei diritti umani, senza alcuna utilità per migliorare la sicurezza e fermare l’afflusso di rifugiati disperati». Un pericolo tanto evidente, anche per la stabilità dell’Unione europea multiculturale, da indurre il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, a sottolineare l’importanza di «non confondere i terroristi con i richiedenti asilo, con i migranti che hanno una buona ragione per bussare alle nostre porte; e non confondere coloro che hanno commesso queste atrocità con chi fugge dalla filosofia e mentalità che ispirano azioni come quelle di Parigi».

parigiDa un lato dunque la legittima necessità di rendere più efficienti i controlli, soprattutto nei confronti dei cosiddetti sospetti “foreign fighters”, giovani europei andati a combattere o addestrarsi in Siria e Iraq, i cui dati saranno inseriti nel sistema informativo di Schengen così che possa aumentare l’efficacia preventiva dell’azione di intelligence. Dall’altro però la necessaria consapevolezza che il diritto d’asilo e di protezione internazionale umanitaria va sempre garantito: il profugo è persona che fugge dai colpevoli fallimenti politici, a vari livelli, e dalla violenza estremista, per questo va supportato e non colpevolizzato. Inoltre, sia per il terrorismo che per le migrazioni le uniche risposte serie e utili vanno approntate analizzandone le cause e non gli effetti. Come osserva ancora Amnesty International in un nuovo Rapporto intitolato Paura e recinzioni, «finché ci sarà violenza e guerra, la gente continuerà ad arrivare e l’Europa deve trovare modi migliori per offrire protezione. L’Unione europea e i suoi Stati frontalieri in prima linea devono urgentemente ripensare a come poter assicurare percorsi d’accesso legali e sicuri sia alla frontiera esterna terrestre europea che nei Paesi di origine e di transito».

Anche l’Alto rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, Federica Mogherini, in occasione del Consiglio Affari esteri del 16 novembre scorso ha voluto sottolineare, «in modo che ci sia chiarezza sul lato politico e sul versante istituzionale, che non ci deve essere alcuna confusione tra la migrazione e i rifugiati e le minacce terroristiche. Qualsiasi sovrapposizione sarebbe estremamente pericolosa e controproducente per le nostre opinioni pubbliche e per il nostro continente. Noi abbiamo il dovere di proteggere le persone bisognose di protezione».

Mogherini ha poi osservato: «Mettersi insieme nelle nostre differenze è la nostra forza, come europei e con i nostri vicini. Anziché pensare che la diversità potrebbe essere una debolezza per le società europee, bisogna capire che in realtà è la paura della diversità che può distruggere le nostre società dal di dentro. Perciò dopo Parigi è necessaria una risposta politica e culturale: quella di mantenere il tipo di società aperte che rendono l’Europa quello che è».

Europa in guerra?

L’Alto rappresentante ha anche indicato le azioni condotte dall’Ue in ambito internazionale, all’incontro di Vienna prima e al G20 di Antalya poi, per affrontare la crisi siriana, centrale sia per la questione dei profughi che per l’emergenza terrorismo: «Siamo riusciti a riunire i Paesi dall’Iran all’Arabia Saudita, dalla Turchia all’Egitto, dagli Stati Uniti alla Russia, avviando  un processo che ci può dare tre risultati: la possibilità di una transizione politica in Siria; lavorare per un cessate il fuoco, ad eccezione ovviamente dalla lotta contro le organizzazioni terroristiche al-Nusra e Da’esh; e in terzo luogo lavorare sugli aiuti umanitari per consentire al popolo siriano di vivere in modo dignitoso, perché il lavoro umanitario può aiutare il processo politico a prendere forma».

Ma proprio in merito alla Siria, i fatti di Parigi hanno accelerato la ricerca di una soluzione anche in seguito alla richiesta del presidente francese François Hollande di creare una “grande coalizione” contro lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil o Daesh, o anche Isis). I ministri della Difesa dell’Ue hanno accolto all’unanimità la richiesta di sostegno avanzata dal governo francese, dichiaratosi «in guerra», che ha invocato l’articolo 47 del Trattato di Lisbona sul sostegno militare a uno stato dell’Unione in caso di aggressione. Per la prima volta entra dunque in vigore la clausola di difesa collettiva prevista dal Trattato, secondo cui ogni Paese assisterà la Francia sulla base delle proprie capacità militari e della propria politica estera. Cosa significhi nella pratica si vedrà.

Come notato però da vari osservatori, resta qualche perplessità sul fatto che la Francia abbia invocato l’art. 47 del Trattato di Lisbona, che come l’art. 5 del Trattato Nato cui fa riferimento prefigura l’attacco dall’esterno di uno Stato nemico e non di atti terroristici. Più attinente pareva essere invece l’art. 222 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, scritto dopo gli attentati terroristici del 2004 a Madrid, perché richiede la solidarietà dei partner europei quando la situazione di uno Stato «oltrepassi manifestamente le capacità di reazione di cui dispone». Se da un lato è vero che con quest’ultimo si evita di cercare l’unanimità in Consiglio europeo, quindi comporta meno problemi politici, dall’altro è forte il rischio di riconoscere lo status di Stato legittimo a un’organizzazione finora considerata semplicemente terroristica e che si è autodefinita Stato islamico.

RECINZIONI E RISCHI AUMENTATI:
I DATI DI AMNESTY INTERNATIONAL
«Dove ci sono recinzioni, ci sono violazioni dei diritti umani. I respingimenti illegali di richiedenti asilo sono diventati una caratteristica intrinseca di ogni frontiera esterna dell’Unione europea situata lungo i principali percorsi migratori. Nessuno fa molto per porre fine a questa situazione» sostiene Amnesty nel suo nuovo Rapporto intitolato Paura e recinzioni. Come l’Unione europea tiene lontani i rifugiati, indicando alcuni dati significativi.
Gli Stati membri dell’Unione europea hanno costruito oltre 235 chilometri di recinzione alla frontiera esterna, con un costo superiore a 175 milioni di euro. Si tratta di:
- 175 chilometri alla frontiera tra Ungheria e Serbia;
- 30 chilometri alla frontiera tra Bulgaria e Turchia, cui si dovrebbero aggiungere altri 130 chilometri;
- 18,7 chilometri alla frontiera tra le enclave spagnole di Ceuta e Melilla e il Marocco;
- 10,5 chilometri nella regione dell’Evros alla frontiera tra Grecia e Turchia.
Anziché impedirne l’arrivo, osserva Amnesty, queste recinzioni «hanno ottenuto l’unico risultato di dirigere i flussi di rifugiati lungo altri percorsi terrestri o rotte marittime maggiormente rischiose».
Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), nei primi 10 mesi e mezzo del 2015 gli arrivi via mare sono stati 792.883, rispetto ai 280.000 arrivi via terra e via mare registrati nel 2014 da Frontex.
Circa 3500 persone sono morte o disperse nel mar Mediterraneo dall’inizio dell’anno al 10 novembre, 512 delle quali nel mar Egeo.
Sono 2.200.000 i rifugiati siriani che si trovano in Turchia, un Paese che ha circa 76 milioni di abitanti.
• 1.100.000 invece i rifugiati che nel 2014 si trovavano negli Stati membri dell’Ue, che complessivamente ha 508 milioni di abitanti.
• Zero le procedure d’infrazione avviate dalla Commissione europea nei confronti di Stati membri per i respingimenti, che violano il divieto di espulsione collettiva previsto dalla normativa dell’Ue.
«L’Unione europea deve rispondere non con la paura e le recinzioni, ma nel rispetto della migliore tradizione dei valori che pretende di rappresentare» dichiara Amnesty International, chiedendo all’Ue e ai suoi Stati membri di:
• aprire percorsi sicuri e legali, anche attraverso l’aumento dei posti a disposizione per il reinsediamento, le riunificazioni familiari nonché le ammissioni e i visti per motivi umanitari;
• assicurare che i rifugiati abbiano accesso al territorio e alla procedura d’asilo alla frontiera esterna terrestre;
• porre fine ai respingimenti e alle altre violazioni dei diritti umani alla frontiera, indagando in modo efficace sulle violazioni commesse a livello di singoli Stati membri e aprendo procedure d’infrazione da parte della Commissione in caso di violazione delle norme dell’Unione europea;
• aumentare in modo significativo le possibilità di accoglienza e di assistenza umanitaria di breve periodo negli Stati frontalieri in prima linea;
• accelerare ed espandere l’attuazione dello schema di redistribuzione dei richiedenti asilo.

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