EDITORIALE

novembre 2015

Dopo i gravissimi fatti di Parigi è opinione diffusa che in Europa nulla sia più come prima. Concetti quali «siamo in guerra», «chiudere le frontiere», «limitare le libertà per aumentare la sicurezza» sono ormai quasi di uso comune. Al momento, al di là dell’intensa e proficua collaborazione investigativa e di intelligence, regna una gran confusione. Come può anche essere comprensibile, ma non giustificabile, in un momento di forte emotività. Soprattutto se tale confusione giunge spesso da parti di quella classe politica che dovrebbe rappresentare un riferimento nelle situazioni di difficoltà.

Si pensi alla confusione degli ultimi giorni, e alle colpevoli strumentalizzazioni, su terrorismo e immigrazione. Una confusione sempre più diffusa, dettata da semplificazioni che possono portare a pericolose derive xenofobe e islamofobe e quindi minare i fondamenti multiculturali delle società europee; che possono creare un pericoloso circolo vizioso in cui la crescente islamofobia alimenta l’estremismo islamico e questo a sua volta l’islamofobia. Così come possono essere messi a rischio i diritti di protezione di centinaia di migliaia di persone in fuga dalle conseguenze di colpevoli fallimenti politici e dalle stesse pratiche di violenza estremista che hanno colpito la gente di Parigi: per questo i profughi vanno aiutati e supportati, non colpevolizzati. Se poi questi sentimenti xenofobi nascono dal ritrovamento di un passaporto, probabilmente falso, sul luogo di un attentato, allora è legittimo il sospetto manifestato dal “Washington Post”: «Gli altri attentatori suicidi non hanno lasciato passaporti in giro e com’è possibile che un documento rimanga intatto dopo un’esplosione? Forse lo Stato islamico vi vuol fare odiare i rifugiati». L’esperienza recente dimostra l’inefficacia della chiusura delle frontiere nel contrasto delle migrazioni, figurarsi del terrorismo. Altro sono i controlli e le collaborazioni internazionali per individuare i cosiddetti foreign fighters, cioè quei ragazzi nati e cresciuti in Europa spesso indotti dalle loro condizioni di esclusione sociale a decidere di aderire alla causa delirante dell’estremismo jihadista. E su questo la “civile” Europa dovrebbe riflettere molto.

E poi c’è la guerra come risposta al terrorismo, ignorando la storia degli ultimi anni e le nefaste conseguenze delle cosiddette “guerre al terrorismo”, che hanno portato altro terrorismo, altre guerre e leso gravemente il livello di tutela dei diritti umani. Fino al paradosso, attraverso la dichiarazione di guerra e l’appello alle clausole di difesa collettiva dei Trattati Ue e Nato, di riconoscere di fatto lo status di Stato a un’organizzazione considerata terroristica e finora solo autoproclamatasi Stato islamico.

Nei prossimi mesi si vedrà se queste confusioni europee sono solo temporanee e se i termini terrorismo, immigrazione e guerra riacquisteranno il loro reale significato.

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