EDITORIALE

ottobre 2015

Il 17 ottobre si è celebrata la Giornata internazionale per l’eliminazione della povertà. Oltre a invitare i responsabili politici degli Stati a «presentare e promuovere attività concrete per l’eliminazione della povertà e della miseria», la Giornata è l’occasione per celebrare gli enormi sforzi di milioni di persone che vivono ogni giorno affrontando la povertà e trovando ancora l’energia per cercare soluzioni che pongano fine alla miseria loro e delle loro famiglie. «L’esperienza delle persone in povertà ha bisogno di riconoscimento non solo il 17 ottobre, ma in tutti i dialoghi e forum che cercano di affrontare la povertà e le disuguaglianze sottostanti» ricorda la Rete europea di lotta alla povertà Eapn. E in tutte le politiche, con la definizione di parametri da rispettare e obiettivi realistici da raggiungere, esattamente come avviene per i capitoli economici. Solo con i proclami e senza un impegno concreto di questo tipo, infatti, i risultati sono purtroppo evidenti: cinque anni dopo l’Anno europeo 2010 di lotta alla povertà e la definizione dell’obiettivo di ridurre il numero di poveri nell’Ue di 20 milioni entro il 2020, il numero di persone a rischio di povertà o esclusione sociale è aumentato di 5 milioni e oggi si trova in questa condizione una persona su quattro nell’Ue, addirittura una su tre in alcuni Paesi.

Come è successo? L’analisi che l’Eapn ha fatto dei Programmi nazionali di riforma 2015 lo spiega chiaramente: la lotta alla povertà non è una priorità nelle politiche dei Paesi dell’Ue, ancora improntate su quell’austerità che la povertà e le diseguaglianze ha contribuito ad aumentare. Servono invece investimenti nella lotta alla povertà, che da un lato diano opportunità di uscita dalla povertà e possibilità di reinserimento sociale ed economico, dall’altro supportino le persone in difficoltà per evitare che finiscano sotto la soglia di povertà. Servono politiche sociali che abbiano una visione di  prospettiva, serve comprendere che il costo economico dell’investimento in prevenzione della povertà e dell’esclusione, oltre che necessario è irrisorio rispetto ai costi economici e sociali della povertà diffusa. Serve un’apertura alle proposte che giungono dalle organizzazioni della società civile sia a livello europeo che nazionale, come quella del Reddito di inclusione sociale (Reis) che in Italia porta avanti l’Alleanza contro la povertà con obiettivi semplici e chiari: «Costruzione di futuro, inclusione sociale, universalismo».

Basterebbe comprendere davvero che la povertà non è costituita da numeri ma da persone, la cui voce andrebbe ascoltata per capire i problemi e cercare di risolverli. Come quella di un membro del Glasgow Homelessness Network che nel corso della Conferenza annuale dell’Eapn ha dichiarato: «Ho trascorso più di metà della mia vita in povertà, ma sono ancora una persona e posso ancora contribuire alla società».

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