Lo stato dell’Unione 2015 non è buono

settembre 2015

Di fronte all’Europarlamento Juncker ha chiesto più onestà, unità e solidarietà

«I recenti avvenimenti sono la prova di quanto l’Unione europea abbia urgente bisogno di un approccio politico. Non è questo il momento di seguire le solite prassi. Non è questo il momento di spuntare elenchi o stare attenti se il discorso sullo stato dell’Unione fa menzione di questa o quella tal iniziativa settoriale. Non è questo il momento di soffermarci a contare il numero di volte che le parole “sociale”, “economico” o “sostenibile” sono nominate nel discorso sullo stato dell’Unione. È invece il momento di dare spazio all’onestà. È il momento di parlare schiettamente delle grandi questioni che l’Unione europea deve affrontare. Perché la nostra Unione europea non versa in buone condizioni. Non c’è abbastanza Europa in questa Unione. E non c’è abbastanza Unione in questa Unione. Dobbiamo cambiare questa situazione. E dobbiamo farlo subito».

Parole dure e chiare quelle pronunciate dal presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, nella premessa del suo discorso sullo “Stato dell’Unione 2015” pronunciato il 9 settembre scorso a Strasburgo, di fronte alla plenaria del Parlamento europeo. I temi economici, sociali, ambientali e internazionali dell’attualità europea sono stati affrontati dal presidente secondo un approccio decisamente autocritico e sincero, non molto usuale per un alto rappresentante delle istituzioni dell’Ue: «Nel toccare le questioni principali, le sfide più importanti che ci troviamo oggi ad affrontare, a mio avviso c’è una cosa che risulta chiara. Che si tratti della crisi dei rifugiati, dell’economia o della politica estera, possiamo riuscire soltanto come Unione. L’Unione non è solo Bruxelles o Strasburgo, sono anche le istituzioni europee, gli Stati membri, i governi nazionali e i parlamenti nazionali. Basta che uno di noi venga meno ai propri impegni per far vacillare tutti».

E condannando le frequenti lentezza e inefficacia dell’azione dell’Ue, Juncker ha portato ad esempio il meccanismo di ricollocazione dei rifugiati: «La Commissione ha proposto a maggio un meccanismo comunitario di solidarietà vincolante. Gli Stati membri hanno optato invece per un approccio di tipo volontario. Risultato: il traguardo di 40.000 profughi ricollocati non è stato mai raggiunto. Finora non è stata ricollocata nemmeno una persona bisognosa di protezione e l’Italia e la Grecia continuano a sbrigarsela da sole. Non va bene». Secondo il presidente della Commissione, «se un metodo risulta carente bisogna cambiare approccio» se si vuole effettivamente far fronte alle sfide da gestire. Per questo, ha esortato Juncker, «dobbiamo cambiare il nostro modo di lavorare, dobbiamo essere più veloci, dobbiamo adottare un metodo più europeo», perché «l’Europa e la nostra Unione devono dare risultati».

Priorità alla crisi dei rifugiati

Nel suo discorso Junker ha insistito sul fatto che «oggi la priorità assoluta è e deve essere la crisi dei rifugiati». Se è vero che «i numeri sono impressionanti» e «a taluni fanno paura», il presidente della Commissione ha osservato che «non è questo il momento di cedere alla paura, è piuttosto il momento che l’Ue, le sue istituzioni e tutti gli Stati membri agiscano insieme, con coraggio e determinazione. Si tratta innanzitutto di una questione di umanità e dignità umana, e per l’Europa anche di equità storica». La storia europea infatti, ha ricordato Juncker, è segnata da milioni di europei in fuga per sottrarsi a persecuzioni religiose o politiche, guerre, dittature o oppressioni: «Noi europei dovremmo sapere e non dovremmo mai dimenticare perché è così importante offrire accoglienza e rispettare il diritto fondamentale all’asilo. Oggi è l’Europa a essere vista come faro di speranza e porto sicuro da donne e uomini del Medio Oriente e dell’Africa. È qualcosa di cui andare fieri, non da temere». All’obiezione frequente secondo cui l’Europa non può accogliere tutti, Juncker ha esortato a «essere onesti e mettere le cose nella giusta prospettiva»: «È innegabile che in questo momento l’Europa sta registrando un numero di rifugiati considerevole e senza precedenti, ma è anche vero che questi rifugiati rappresentano appena lo 0,11% della popolazione totale dell’Ue. In Libano i rifugiati costituiscono il 25% della popolazione – e parliamo di un Paese cinque volte meno ricco dell’Ue. Cerchiamo anche di essere chiari e onesti con i nostri concittadini, spesso preoccupati: finché la Siria sarà in guerra e la Libia preda del terrore i rifugiati non cesseranno di arrivare». È quindi giunto il momento di «agire per gestire la crisi dei rifugiati, non abbiamo alternative».

Secondo Juncker è necessaria una maggiore presenza dell’Europa nelle politiche di asilo e una maggiore presenza dell’Unione nelle politiche sui rifugiati. Ciò significa: «solidarietà ancorata stabilmente alle norme», ad esempio con un meccanismo permanente di ricollocamento che consentirà di affrontare le crisi future con più rapidità; un ravvicinamento delle politiche d’asilo successive al momento in cui i richiedenti hanno ottenuto lo status di rifugiati, migliorando le politiche nazionali di sostegno, integrazione e inclusione; maggiori sforzi condivisi per rendere sicure le frontiere esterne; prospettare la possibilità di aprire canali regolari per la migrazione, cosa che può consentire una migliore gestione dei flussi migratori e rendere meno attraente l’attività illecita dei trafficanti di esseri umani; una politica estera europea più incisiva per intervenire nelle crisi che interessano i Paesi vicini all’Ue, attaccando così le cause dei flussi di profughi.

Stato dell’Unione

SERVE UN PILASTRO EUROPEO DEI DIRITTI SOCIALI
Presentando lo stato dell’Unione il presidente della Commissione ha affrontato anche la questione lavoro, affermando che servono sforzi per creare un mercato del lavoro equo e veramente paneuropeo. Secondo Juncker, equità in questo contesto significa promuovere e salvaguardare la libera circolazione dei cittadini come diritto fondamentale dell’Ue, evitando abusi e rischi di dumping sociale, mentre il principio fondamentale della mobilità del lavoro dovrebbe essere garantire «stessa retribuzione per lo stesso lavoro nello stesso luogo».
Si dovrebbe poi sviluppare «un pilastro europeo dei diritti sociali, che tenga conto delle mutevoli realtà delle società europee e del mondo del lavoro e che possa fungere da bussola per una rinnovata convergenza nella zona euro» ha osservato Juncker, auspicando «che le parti sociali svolgano un ruolo centrale in questo processo».

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