L’Ue in crisi sui profughi

settembre 2015

Le persistenti divisioni e differenze di gestione dei flussi tra gli Stati membri causano grande confusione e aumentano i rischi per le persone

Mentre i governi dei Paesi dell’Unione europea faticano a trovare un accordo su una gestione comune dell’asilo e dell’immigrazione, nonostante le proposte avanzate a più riprese negli ultimi mesi dalla Commissione europea, sono gli stessi profughi in costante arrivo ai confini dell’Ue a “imporre” un’accelerazione nelle decisioni.

In assenza di una linea comune condivisa, però, ogni Paese sta andando per la sua strada, in base a presunti interessi nazionali e agli orientamenti politici dei governi attualmente in carica. La conseguenza è una confusione totale, tra chiusure e aperture di frontiere, accoglienze offerte e negate, diritti riconosciuti a intermittenza, una situazione che determina continui spostamenti dei flussi verso l’Ue e drammatici “percorsi a ostacoli” per migliaia di persone in fuga da conflitti e tensioni nei loro Paesi d’origine.

Sulla base dell’Agenda europea per la migrazione, presentata nel maggio scorso (vedi “euronote” n. 91-2015), e dell’aumento degli arrivi di profughi verificatosi negli ultimi mesi, la Commissione europea ha nuovamente proposto un piano d’emergenza per ricollocare 120.000 persone giunte in Ungheria, Grecia e Italia che necessitano di protezione internazionale (vedi pag. 3). Un numero che si aggiunge a quello di 40.000 già proposto nei mesi scorsi, per un totale di 160.000 persone da accogliere tra i vari Stati membri. Un numero che corrisponde allo 0,03% della popolazione dell’Ue e che parrebbe essere irrisorio, ma che invece sta mettendo in crisi i rapporti tra i governi degli Stati membri. O meglio, sta evidenziando una spaccatura tra Paesi favorevoli o possibilisti e i contrari, che sono soprattutto Slovacchia, Romania, Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia, mentre Regno Unito, Irlanda e Danimarca godono di una clausola di “opt-out”.

La realtà dei fatti non segue però i tempi lunghi della politica, così i profughi continuano a fuggire dai rispettivi Paesi e, seppur in minima parte (va ricordato), a dirigersi verso l’Ue. Vari Paesi allora, quali Germania, Austria, Paesi Bassi, Slovacchia, Francia, hanno reintrodotto i controlli alle frontiere o si sono detti pronti a farlo. L’Ungheria ha approvato nuove norme che prevedono l’arresto per chi entra illegalmente nel Paese o anche solo danneggia la barriera installata al confine con la Serbia, dove si registrano tensioni tra forze di polizia e migranti, molti dei quali cercano quindi di aggirare la chiusura ungherese per cercare un ingresso nell’Ue attraverso la Croazia. I profughi siriani chiedono la possibilità di raggiungere la Germania senza previa registrazione nello Stato membro d’ingresso nell’Ue, data la decisione delle autorità tedesche di sospendere il regolamento di Dublino per i profughi provenienti dalla Siria e di farsene carico in ogni caso. Croazia e Slovenia hanno allora annunciato la loro disponibilità a «ricevere queste persone e indirizzarle dove vogliono andare, ovvero ovviamente la Germania e i Paesi scandinavi». Ma i profughi non sono tutti siriani, per questo la Germania ha deciso di reintrodurre i controlli di frontiera. Intanto, mentre centinaia di persone continuano a morire cercando di raggiungere l’Europa, il primo ministro slovacco (Robert Fico) dichiara in modo allarmistico che «l’Ue non è più un luogo sicuro perché si trova sotto l’assalto di centinaia di migliaia di migranti, nel 90% dei casi migranti economici».

Insomma, la confusione è grande tra i Paesi dell’Ue, che sembrano ignorare il richiamo della Commissione europea: «Il mondo ci guarda. Ora è il momento per ognuno di assumersi le responsabilità».

Divisioni e poca solidarietà tra gli Stati membri

Un tentativo di intesa tra i 28 governi dell’Ue sulle proposte della Commissione è fallito nel corso del Consiglio Giustizia e Affari interni del 14 settembre scorso, quando i ministri degli Stati membri hanno accettato il primo piano di ricollocamento di 40.000 profughi (24.000 dall’Italia e 16.000 dalla Grecia), proposto nel maggio scorso dalla Commissione, hanno approvato la missione navale EuNavFor Med, che prevede l’uso della forza contro gli scafisti nel Mediterraneo, ma sono rimasti profondamente divisi sul secondo piano d’emergenza che riguarda altri 120.000 ricollocamenti e sulle modalità di gestione dei nuovi flussi in arrivo.

Con uno sforzo di ottimismo la Commissione europea ha osservato che «è stato compiuto un primo passo in avanti in quanto Unione sulla crisi dei rifugiati», tuttavia ha ammesso che «deve essere fatto di più per far fronte alle enormi sfide che l’Europa e i suoi cittadini si trovano ad affrontare in questo momento».

giocoocaAccogliendo con favore la decisione del Consiglio di incrementare «in modo significativo e immediato» il sostegno finanziario dell’Ue in Siria e nei Paesi vicini, la Commissione ha sottolineato che «non esiste una soluzione alla crisi dei rifugiati senza affrontare le cause alla radice». Un commento favorevole è stato espresso anche sull’impegno dei 28 governi a raggiungere un accordo in ottobre sulla lista dei Paesi d’origine sicuri e sull’istituzione di “hot-spot” per la registrazione dei migranti negli Stati membri più direttamente interessati. A tale proposito, i funzionari delle agenzie europee Easo, Europol, Eurojust e Frontex che si trovano nei centri italiani di Lampedusa, Trapani, Porto Empedocle, Pozzallo e Augusta hanno reso noto che gli «hot spot italiani stanno iniziando a funzionare», che si tratta non di centri di accoglienza ma di «gruppi di persone delle agenzie Ue che contribuiscono, in concertazione con le autorità italiane, alla registrazione dei migranti», e che ciò rende possibile la ricollocazione dei richiedenti asilo verso gli altri Paesi dell’Ue fin dall’inizio di ottobre.

La Commissione europea ha poi ricordato agli Stati membri dell’Ue che «l’Unione europea può funzionare solo se tutti giocano secondo le regole», osservando che «il sistema di Schengen e tutti i suoi benefici possono essere conservati solo se gli Stati membri lavorano insieme in fretta, in modo responsabile e con solidarietà nella gestione della crisi dei rifugiati. Dobbiamo mantenere aperte le frontiere tra gli Stati membri dell’Ue, ma allo stesso tempo abbiamo anche bisogno di sforzi congiunti per garantire le frontiere esterne».

La Commissione ha voluto sottolineare che continuerà a lavorare in stretta collaborazione con il Parlamento europeo, il Consiglio, i 28 Stati membri dell’Ue e gli Stati associati Schengen al fine di raggiungere «rapidi progressi nell’attuazione operativa delle decisioni comuni, in modo da fare la differenza sul campo il più presto possibile».

MIGRAZIONI: LA POLITICA EUROPEA DEGLI ULTIMI MESI

• 23 aprile 2014: Jean-Claude Juncker presenta, a Malta, un piano europeo in cinque punti sull’immigrazione, chiedendo una maggiore solidarietà nella politica migratoria dell’Ue come parte della sua campagna per diventare presidente della Commissione europea.
• 23 aprile 2015: sulla base di una proposta della Commissione, in una dichiarazione del Consiglio europeo gli Stati membri dell’Ue si impegnano ad agire rapidamente per salvare vite umane e intensificare l’azione dell’Ue in materia di migrazione. Un paio di giorni dopo il Parlamento europeo adotta una risoluzione in materia.
• 13 maggio 2015: la Commissione europea presenta l’Agenda europea sulle migrazioni, proposta che definisce un approccio globale per migliorare la gestione europea della migrazione in tutti i suoi aspetti.
• 27 maggio 2015: la Commissione europea presenta un primo pacchetto di misure per l’attuazione dell’Agenda europea, compresi la ricollocazione e il reinsediamento dei rifugiati, e un piano d’azione contro i trafficanti di migranti.
• 25-26 giugno 2015: il Consiglio europeo decide di portare avanti le proposte della Commissione contenute nell’Agenda europea sulle migrazioni, concentrandosi sulla ricollocazione e il reinsediamento, e sulla cooperazione con i Paesi di origine e di transito.
• 20 luglio 2015: il Consiglio Giustizia e Affari interni decide di attuare le misure proposte nell’Agenda europea sulle migrazioni, in particolare per trasferire da Italia e Grecia per i prossimi due anni un primo gruppo di 32.256 persone in evidente bisogno di protezione internazionale e reinsediare 22.504 sfollati in necessità di protezione internazionale che si trovano al di fuori dell’Ue.
• 9 settembre 2015: la Commissione propone una nuova serie di misure, tra cui un meccanismo di trasferimento di emergenza per 120.000 rifugiati, un meccanismo di ricollocazione permanente, strumenti per aiutare gli Stati membri ad attuare i rimpatri dei migranti economici e per affrontare le cause profonde della crisi dei rifugiati.
• 9 settembre 2015: l’Europarlamento approva le prime misure di emergenza provvisorie per un trasferimento iniziale di 40.000 richiedenti asilo in due anni da Italia e Grecia.
• 14 settembre 2015: il Consiglio Giustizia e Affari interni dell’Ue dà il via libera al primo piano di ricollocamento di 40.000 profughi, ma non trova un accordo sulla seconda tranche da 120.000 ricollocamenti e sulle modalità di gestione del flusso dei migranti in arrivo alle frontiere.
• 17 settembre 2015: l’Europarlamento approva anche la proposta urgente di ricollocazione di 120.000 richiedenti asilo provenienti da Italia, Grecia e Ungheria verso altri Stati membri dell’Ue.

IN AUMENTO GLI ARRIVI E LE VITTIME
Secondo i dati resi noti dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim-Iom), dall’inizio dell’anno al 1° settembre sono arrivati via mare sulle coste europee 351.314 migranti, dei quali 234.778 in Grecia, 114.276 in Italia, 2.166 in Spagna e 94 a Malta. Nello stesso periodo del 2014 gli arrivi erano stati 219.000.
Per quanto riguarda le nazionalità dei migranti giunti sulle coste europee, in Grecia si sono registrati soprattutto siriani (88.204) e afghani (32.414), mentre in Italia gli arrivi via mare hanno riguardato prevalentemente eritrei (25.657) e nigeriani (11.899).
All’incremento degli arrivi di migranti è purtroppo corrisposto un aumento del numero di vittime delle migrazioni: secondo l’Oim nei primi 8 mesi del 2015 sono morti 3.620 migranti nel mondo, di cui 2.643 nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa via mare e 112 nel resto dell’Europa. Nel tratto di mare che separa le coste nordafricane da quella italiane sono morte 2.535 persone, 85 in prossimità delle coste greche e 23 nei pressi di quelle spagnole. I mesi peggiori sono stati aprile, con 1.265 morti, e agosto, con 638. Nello stesso periodo dell’anno precedente le vittime delle migrazioni erano state 2.223, divenute poi circa 3.500 a fine anno.
Come sostiene l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur-Unhcr), «anche se questi numeri sono schiaccianti per i singoli Paesi ormai sovraccarichi, come la Grecia, l’ex Repubblica iugoslava di Macedonia, l’Ungheria, la Serbia o la Germania, sono invece numeri gestibili attraverso risposte congiunte e coordinate a livello europeo. Tutti i Paesi europei e l’Unione europea devono agire insieme per rispondere alla crescente emergenza e dimostrare responsabilità e solidarietà».
http://missingmigrants.iom.int

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