EDITORIALE

settembre 2015

Come ha giustamente dichiarato la segretaria generale della Confederazione europea dei sindacati (Ces), Bernadette Ségol, «l’incapacità finora mostrata dai governi europei di agire insieme sulla crisi dei rifugiati è un imbarazzo internazionale per l’Ue e i suoi cittadini». Egoismi e presunti interessi nazionali hanno infatti spinto alcuni governi dell’Ue a ignorare la richiesta di solidarietà comunitaria avanzata dagli Stati membri che ricevono gran parte dei profughi e, quel che è peggio, a non considerare il dovere di solidarietà umanitaria nei confronti di persone che fuggono da conflitti e persecuzioni. «Impedire alle barche di attraccare, appiccare il fuoco ai campi di rifugiati, chiudere gli occhi davanti alle persone inermi e bisognose: questa non è l’Europa» ha detto il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. Certo, non dovrebbe esserlo. L’Unione europea dovrebbe essere luogo dei diritti e delle libertà, dell’asilo e dell’accoglienza, ma purtroppo non lo è, per lo meno non tutta. Alcuni governi stanno vanificando gli sforzi che effettivamente la Commissione e il Parlamento europei hanno fatto negli ultimi mesi per rispondere concretamente all’emergenza profughi. La realtà dei fatti aveva infatti imposto alle istituzioni dell’Ue un’accelerazione rispetto ai tradizionali tempi politico-burocratici: quasi 400.000 persone, in gran parte profughi, giunte alle frontiere dell’Ue dall’inizio dell’anno e quasi 2.900 vittime; profughi e migranti, spesso intere famiglie, che tentano di superare barriere e blocchi di polizia; l’uso di idranti contro i profughi, che in alcuni casi sono stati anche arrestati; le immagini del bambino siriano annegato sulle coste turche; la forza simbolica delle marcia dei profughi in Ungheria. Di fronte a questi fatti, oltre a Commissione e Parlamento anche alcuni Stati membri e molti cittadini europei si sono mobilitati a favore dei profughi. Continua però a mancare la risposta comunitaria di un’Unione europea che, come ha ammesso Juncker illustrando lo “stato dell’Unione”, «non versa in buone condizioni» perché «non c’è abbastanza Europa e non c’è abbastanza unione». Che fare, allora? Una soluzione potrebbe essere quella proposta dallo stesso presidente della Commissione: «Il modo in cui gestiamo una crisi non m’importa, sia che si prediligano soluzioni intergovernative o che si propenda per processi a guida comunitaria, purché si trovi una soluzione e si agisca nell’interesse dei cittadini europei. Tuttavia se un metodo risulta carente bisogna cambiare approccio. Bisogna fare molto di più se vogliamo far fronte alle enormi sfide che ci troviamo oggi a gestire. Dobbiamo cambiare il nostro modo di lavorare. Dobbiamo essere più veloci. Dobbiamo adottare un metodo più europeo. Non perché vogliamo più potere a livello europeo, ma perché abbiamo urgente bisogno di risultati migliori e in tempi più rapidi».

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