Asilo: un accordo al ribasso

luglio 2015

Poca solidarietà tra i Paesi dell’Ue su reinsediamenti e ricollocazioni

Dopo due mesi di trattative e negoziati i ministri degli Interni degli Stati membri dell’Ue hanno trovato un accordo sulla delicata questione del reinsediamento e della ricollocazione di rifugiati e persone che necessitano di protezione internazionale, come previsto dall’Agenda europea sulla migrazione (vedi “euronote” n. 91/2015).

Come spiegato al termine del Consiglio Giustizia e Affari interni del 20 luglio scorso dal commissario europeo per la Migrazione, gli Affari interni e la Cittadinanza, Dimitris Avramopoulos, che insieme alla presidenza di turno lussemburghese ha faticosamente moderato la trattativa per giungere ad un accordo, i ministri hanno accettato il reinsediamento negli Stati membri di 22.504 rifugiati che necessitano protezione e si trovano attualmente fuori dell’Ue. Sul trasferimento all’interno dell’Ue di 40.000 persone in evidente bisogno di protezione, come previsto dall’Agenda, i ministri hanno invece adottato una risoluzione che conferma il dato complessivo ma che per ora si limita a 32.256 posti. I restanti 7.744 dovrebbero essere destinati dal dicembre 2015. Dato che gli impegni per il reinsediamento sono più di 20.000, è stato concordato il principio secondo cui i posti di reinsediamento supplementari saranno trasferiti alla delocalizzazione.

La Commissione ha poi presentato la roadmap per Italia e Grecia che spiega come sarà attuato l’approccio per gli “hotspot”, cioè i “punti caldi” dell’arrivo di profughi.

Questo nuovo approccio prevede una piattaforma coordinata dalle agenzie dell’Ue – in particolare Easo (l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo), Frontex ed Europol – per intervenire rapidamente alle frontiere esterne dell’Europa, in questo caso appunto Italia e Grecia. Sarà fornita assistenza anche per le operazioni di rimpatrio.

“Bicchiere mezzo pieno”

Secondo il commissario europeo, il Consiglio «ha raggiunto molti risultati importanti: la nostra politica in materia di migrazione sta andando avanti. In poche settimane siamo riusciti a fare molto». Certo, ha aggiunto Avramopoulos, gli Stati membri devono mantenere le promesse fatte al Consiglio europeo di giugno per raggiungere la cifra concordata di 40.000 persone proposte dalla Commissione: «Sono deluso dal fatto che questo non è accaduto, questo dimostra che un sistema volontario è di difficile attuazione. Avremmo preferito il rispetto della redistribuzione proposta». Per questo motivo la Commissione presenterà quindi entro la fine dell’anno una proposta di sistema di emergenza fisso, per affrontare le emergenze future, perché «la solidarietà è uno dei principi fondamentali dell’Unione europea. È un impegno morale e giuridico garantire che gli Stati membri si aiutino a vicenda nei momenti di bisogno».

Nonostante la parziale delusione, il commissario europeo ha però sottolineato che non deve essere sottovalutato «il passo importante e storico in avanti che è stato compiuto: per molti Stati membri sarà la prima volta che parteciperanno agli sforzi di reinsediamento, ed è la prima volta nella storia della politica migratoria europea che saranno intrapresi sforzi di trasferimento. Inoltre, le decisioni prese consentiranno la tempestiva attuazione dei programmi di reinsediamento e di trasferimento. Negli ultimi mesi abbiamo ottenuto più di quanto fatto negli ultimi dieci anni».

“Bicchiere mezzo vuoto”

Di diverso avviso invece molti pareri espressi in seguito all’accordo raggiunto dai ministri dell’Ue. Il ministro lussemburghese Jean Asselborn, che ha gestito i negoziati come presidenza di turno dell’Ue, ha definito «deludenti o addirittura imbarazzanti» i termini dell’accordo. Il presidente del gruppo dei social-democratici all’Europarlamento, Gianni Pittella, ha parlato di «una farsa»; molti soggetti impegnati sulle questioni delle migrazioni hanno sottolineato la evidente sproporzione tra le difficoltà del negoziato, soprattutto da parte di alcuni Paesi, e l’entità reale del problema, dal momento che le cifre discusse suddivise tra tutti gli Stati membri diventano davvero poca cosa;  l’europarlamentare Cécile Kyenge, responsabile del Rapporto parlamentare sulla crisi umanitaria nel Mediterraneo, ha invece detto che l’accordo «rappresenta uno schiaffo alla solidarietà».

Vari infatti gli Stati membri che si sono opposti al raggiungimento di un risultato più dignitoso. Ad esempio, l’Austria ha negato l’accoglienza per i rifugiati provenienti da Grecia e Italia, condannando l’incapacità dei due Paesi di registrare i migranti. Netto rifiuto anche da parte dell’Ungheria, che si è opposta anche sulla questione dei reinsediamenti insieme ai Paesi Schengen Norvegia, Islanda, Svizzera, Liechtenstein. Come previsto Regno Unito e Danimarca hanno esercitato il loro diritto di esclusione previsto dai Trattati.

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«NO ALLA RECLUSIONE DEI RICHIEDENTI ASILO»:
CRITICHE A UN DECRETO DEL GOVERNO

Il decreto legislativo sull’accoglienza proposto dal governo italiano, che attua due direttive europee e attualmente in discussione al Parlamento, «rappresenta una violazione dei diritti della persona» hanno denunciato il 30 giugno scorso con una conferenza stampa congiunta, dal significativo titolo “Sbarre invece di quote: non si può”, la Commissione diritti umani del Senato insieme a Caritas, Centro Astalli, Acli e Federazione Chiese evangeliche.
Il punto più criticato riguarda il trattenimento dei richiedenti asilo nei Centro di identificazione ed espulsione (Cie). La reclusione era prevista in una serie di casi riguardanti la sicurezza pubblica, mentre ora si estenderebbe la misura anche nel caso di rischio di fuga. Una valutazione che spetterebbe al questore, con un margine di ampia discrezionalità. «La nostra Commissione ha lavorato 12 mesi per realizzare un’indagine sui Cie – ha spiegato il presidente della Commissione diritti umani del Senato, Luigi Manconi – e la nostra conclusione era semplice: in questi luoghi i diritti umani non sono tutelati. Per questo ne chiedevamo l’abbandono. Adesso, invece, con questo decreto legislativo assistiamo ad una nuova primavera dei Cie. Addirittura negli hub si prevede la permanenza fino a 18 mesi. Si mette in pericolo in questo modo il nostro stesso sistema di protezione».
L’articolo 8 del decreto, infatti, disciplina i Centri di prima accoglienza, gli hub regionali, senza stabilire un termine massimo di permanenza. È prevista addirittura la possibilità che i richiedenti asilo possano iniziare in questi Centri l’iter della procedura di asilo, riproponendo così di fatto lo stesso sistema già vigente nei Centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) che lo stesso decreto stabilisce in un’altra norma di superare.
Intanto, come confermato dal Consiglio Affari interni svoltosi il 20 luglio scorso tra i ministri degli Stati membri, l’Ue sta valutando la realizzazione in Italia e in Grecia di strutture in cui l’identificazione dei migranti appena sbarcati verrà svolta dai funzionari delle agenzie europee Easo, Frontex ed Europol: in tali Centri sarebbe prevista la detenzione fino a un massimo di 18 mesi nel caso in cui sussistano i presupposti per l’accesso alla richiesta di asilo.
«Come facciamo a trattenere 100mila persone nei Cie? Non abbiamo neanche la copertura finanziaria. Questa norma è una provocazione. Stiamo parlando di rinchiudere famiglie siriane e ricordiamo che un migrante su tre è vittima di tortura. Il nostro giudizio è totalmente negativo. Inoltre gli hub diventeranno dei nuovi Cara: stiamo introducendo la reclusione dei richiedenti asilo, un tema a cui il nostro Paese era estraneo, è un passo indietro» hanno affermato i rappresentanti del Centro Astalli, il servizio dei gesuiti per i rifugiati.
Fonte: redattoresociale.it
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