“Grexit” o “Unionend”?

luglio 2015

La crisi greca ha evidenziato i limiti e gli squilibri dell’attuale Unione monetaria

«Abbiamo evitato il peggio non perché siamo stati particolarmente saggi, ma perché avevamo paura. È la paura che ha permesso l’accordo. Dopo la paura c’è sempre il sollievo. Ma su questo punto, come sull’immigrazione, ho constatato una rottura di fatto  -  che fino a quel momento era virtuale  -  dei legami di solidarietà in Europa. E dunque esco da questa esperienza contento ma non felice. Ne esco molto preoccupato per il futuro». Così si è espresso il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, in merito al faticoso accordo raggiunto dai capi di Stato e di governo della zona euro il 13 luglio scorso, per un terzo pacchetto di salvataggio a favore della Grecia. Secondo Juncker, «il governo greco si stava per suicidare per paura di morire: abbiamo evitato la morte e abbiamo fatto di tutto per evitare il suicidio».

Più duro il giudizio di vari quotidiani europei, tra i quali “Le Monde”: «Alla fine il bilancio è disastroso: la Grecia umiliata, le istituzioni europee ridimensionate (tutto il lavoro della Commissione europea è stato cancellato), l’eurogruppo incapace di decidere, ministri che hanno agito più in base alle emozioni che alla ragione». Oppure il “Financial Times”: «Alcune cose che consideravamo scontate e in cui credevamo sono scomparse nel giro di un fine settimana. Costringendo il primo ministro greco Alexis Tsipras a una sconfitta umiliante, i creditori della Grecia hanno distrutto l’eurozona come la conosciamo oggi. Hanno demolito l’idea di un’Unione monetaria come primo passo verso un’Unione politica democratica, tornando alle lotte di potere nazionaliste (…). Hanno trasformato l’eurozona in un sistema monetario costruito per fare gli interessi della Germania e tenuto insieme dalla minaccia di distruzione per tutti quelli che osano sfidare l’ordine costituito». Il fatto che uno Stato, la Germania, con il suo ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, abbia chiesto l’espulsione di un altro Stato, la Grecia appunto, proponendo una seppur temporanea “Grexit” (neologismo coniato in questi mesi di crisi greca) nel silenzio quasi generale degli altri Paesi, rappresenta infatti un precedente preoccupante, anche se l’esito è stato (per ora) scongiurato: introduce infatti l’idea che il destino dei membri più deboli è deciso dal più forte e non in modo comunitario. Come scrive ancora il “Financial Times”: «Se all’eurozona togliamo la sua ambizione politica, diventa solo un progetto economico utilitaristico di cui gli Stati soppeseranno costi e benefici. In un sistema di questo tipo è inevitabile che prima o poi qualcuno decida di uscire, e a quel punto non ci sarà traccia dell’impegno politico necessario per evitare una separazione». Allora, si potrebbe osservare che il grosso rischio a proposito di neologismi potrebbe essere più ancora della “Grexit” quello di una vera e propria “Unionend”, cioè la fine dell’Unione monetaria.

1_euroL’economista e premio Nobel Paul Krugman ha scritto sul “New York Times”: «In un certo senso, l’economia è quasi diventata secondaria. Quello che abbiamo imparato nelle ultime settimane è che essere un membro della zona euro significa che i creditori possono distruggere la vostra economia se fate un passo fuori della linea. (…) Si tratta di un tradimento grottesco di tutto ciò che il progetto europeo avrebbe dovuto rappresentare. (…) Al progetto europeo – progetto che ho sempre lodato e sostenuto – è appena stato inferto un terribile colpo, forse fatale. E qualunque cosa si pensi di Syriza, o della Grecia, non sono stati i greci a farlo».

Un accordo che il governo greco non ha potuto rifiutare

Il quotidiano greco “Kathimerini” ha reso nota l’esistenza di un Rapporto scritto in poche settimane da 15 membri della Commissione europea contenente le risposte a 200 domande sulle conseguenze di una Grexit: tale Rapporto, redatto a uso interno, prefigurava un panorama catastrofico per la Grecia sia al suo interno sia in ambito europeo, con un’uscita del Paese non solo dalla zona euro ma anche dallo Spazio Schengen e dall’Unione europea. Il Rapporto sarebbe stato illustrato dal presidente della Commissione al primo ministro greco durante una pausa del negoziato, e sarebbe stato decisivo nel convincere Tsipras ad accettare le dure richieste dell’Eurogruppo.

Comunque sia andata veramente, i termini dell’accordo sono noti. Nei prossimi tre anni la Grecia, che dal 2010 ha già ricevuto circa 240 miliardi di euro di prestiti, riceverà ulteriori aiuti per 82-86 miliardi di euro, che dovrebbero giungere dal Meccanismo europeo di stabilità (European Stability Mechanism – Esm), detto anche Fondo salva-Stati, e dal Fondo monetario internazionale (Fmi). In cambio, il Parlamento greco deve approvare urgentemente una serie di riforme e le autorità greche devono costituire un fondo fiduciario in cui far confluire beni pubblici destinati alla privatizzazione per un valore di 50 miliardi di euro; tale fondo, gestito dalla Grecia ma supervisionato dalle istituzioni europee, dovrebbe permettere la ricapitalizzazione della banche greche (25 miliardi), il rimborso di parte dei debiti (12,5 miliardi) e in ultimo, se resta qualcosa, investimenti nel Paese. L’approvazione delle riforme permette di sbloccare un prestito “ponte” di 12 miliardi di euro, che serve alla Grecia per rimborsare il debito con la Banca centrale europea (Bce) in scadenza a metà agosto.

Il 15 luglio, poi, la Commissione europea ha illustrato come saranno mobilitati 35 miliardi di dollari dal bilancio dell’Ue nei prossimi cinque anni per sostenere la crescita e l’occupazione in Grecia e aiutare il Paese a massimizzare l’utilizzo dei fondi comunitari. Secondo la Commissione, le riforme e la mobilitazione di fondi per gli investimenti e la coesione costituiscono le condizioni essenziali per il ripristino di occupazione e crescita in Grecia, così da «restituire prosperità al Paese». A titolo eccezionale e alla luce della situazione unica della Grecia, la Commissione ha proposto di migliorare la liquidità immediata in modo che gli investimenti possano ancora essere finanziati nel periodo di programmazione 2007-2013, cosa che renderà il denaro disponibile per riprendere immediatamente il finanziamento per gli investimenti a sostegno della crescita e del lavoro. «Dopo mesi di negoziati ora dobbiamo guardare al futuro. Questo nuovo inizio per l’occupazione e la crescita è il contributo della Commissione, confido che il Parlamento europeo e gli Stati membri facciano la loro parte in modo da poter sbloccare il denaro in fretta» ha dichiarato il presidente della Commissione europea, Juncker.

Situazione sociale ed economica pesante

«L’Ue ha evitato la catastrofe di Grexit, ma l’ha fatto ad un prezzo incredibilmente elevato e difficile per il popolo greco» ha dichiarato commentando l’accordo dell’eurozona Bernadette Ségol, segretario generale della Confederazione europea dei sindacati (Ces). Secondo la rappresentante dei sindacati europei, «condannare la Grecia ad anni di recessione sarebbe un pessimo esito per tutti. L’Unione europea deve ora esprimere il proprio pacchetto di salvataggio senza aggiungere ulteriori condizioni o altra austerità nei negoziati che seguiranno. L’enfasi sulle riforme pensionistica e del mercato del lavoro mostra però che sarà ancora una volta la gente comune a pagare il prezzo più caro».

Intanto la situazione nel Paese è molto difficile. Appelli all’Ue perché intervenga urgentemente a favore della popolazione greca ponendo fine alla deriva sociale ed economica in corso giungono, oltre che dai sindacati europei, anche dalla Rete europea di lotta alla povertà (Eapn) e da Caritas Europa. Anni di misure di austerità hanno provocato danni sociali ed economici enormi per i greci. La disoccupazione è oggi quasi al 27%, la disoccupazione giovanile sfiora il 60%, il Pil ha subito una contrazione del 25% in 5 anni che porta a gravi costi sociali, la quantità di poveri ed esclusi continua a crescere, toccando il 37,5% della popolazione.

L’Unicef Grecia denuncia il continuo aumento del numero di minori greci esposti al concreto rischio di povertà ed esclusione sociale: da circa 400.000 nel 2011 agli oltre 700.000 degli anni successivi, pari a oltre un terzo della popolazione minorile ellenica. Inoltre, l’86,5% delle famiglie povere con figli ha dichiarato in Grecia l’impossibilità di potersi permettere una settimana di vacanza, mentre il 45,9% di esse non riesce a riscaldare adeguatamente la propria abitazione durante il periodo invernale e oltre metà (52,6%) non arriva a garantire neppure a giorni alterni una dieta adeguata.

Sul fronte occupazionale, poi, al problema della disoccupazione si aggiunge quello del pagamento dei salari: sempre più i datori di lavoro dilazionano i pagamenti per poi saldarli in un’unica tranche. Cosa che avviene in un mercato del lavoro già caratterizzato da bassi salari e da un settore informale (lavoro nero) stimato dell’ordine del 30%.

In un quadro simile, la Grecia si vede imporre riforme che potrebbero ulteriormente aggravarne la situazione sociale. Come ha scritto il quotidiano tedesco “Die Tagezseitung”: «Sprofondare un Paese intero nella miseria e al tempo stesso trasformarlo in un protettorato puntandogli contro un’arma (la Grexit), non aiuta certo a creare un futuro rassicurante. L’accordo del 13 luglio ha mostrato all’Europa quello che non vogliamo». (Parte delle informazioni sono tratte da “Internazionale”, n. 1111)

FMI: NECESSARIO RIDURRE IL DEBITO GRECO
La Grecia necessita di un alleggerimento del carico del debito molto più ampio di quanto i partner della zona euro siano stati finora pronti a considerare, a causa del grave peggioramento patito dall’economia e dal settore bancario del Paese nelle ultime settimane. Lo afferma uno studio confidenziale del Fondo monetario internazionale (Fmi) sulla sostenibilità del debito greco, inviato ai governi della zona euro poche ore dopo l’accordo di principio raggiunto lo scorso 13 luglio.
«Il drammatico deterioramento della sostenibilità del debito indica la necessità di un alleggerimento del debito su una scala che dovrebbe andare ben oltre quanto è stato preso in considerazione ad oggi e quanto proposto dal Meccanismo europeo di stabilità» si legge nel documento. Secondo il Fmi, l’Europa dovrebbe concedere alla Grecia un “periodo di grazia” di 30 anni sul servizio del debito, comprensivo dei nuovi prestiti, e un’estensione molto ampia delle scadenze, o procedere a trasferimenti annuali espliciti al bilancio greco, oppure accettare «profondi e chiari haircut» (sconti) sui prestiti concessi ad Atene.
Il Fmi stima che il rapporto debito/Pil greco si avvicinerà al 200% nei prossimi due anni, mentre nel 2022 si attesterà al 170% rispetto al 142% previsto poche settimane fa. Secondo il Fmi, inoltre, le esigenze lorde di finanziamento della Grecia supereranno la soglia del 15% del Pil, considerata sicura, e continueranno a salire ulteriormente. Tutte proiezioni, si sottolinea, soggette a «considerevoli rischi di peggioramento».
Ogni scostamento del costo del finanziamento sostenuto dalla Grecia rispetto a tassi pagati da un emittente con rating tripla-A, nota poi il Fmi, causerebbe una «dinamica insostenibile del debito» del Paese per decenni.
Fonte: Reuters

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