Lavoro: insicurezza diffusa nel mondo

giugno 2015

Pubblicato dall’Ilo il Rapporto 2015 sulle tendenze globali dell’occupazione

A livello mondiale, solo un quarto dei lavoratori ha un rapporto di lavoro stabile, i tre quarti hanno invece contratti temporanei o a breve termine, lavorano nel settore informale spesso senza nessun contratto, sono lavoratori autonomi o svolgono un lavoro familiare non retribuito. Oltre il 60% dell’insieme dei lavoratori non ha un contratto di lavoro; la maggior parte di questi lavoratori si trova nei Paesi in via di sviluppo, svolge un lavoro autonomo o contribuisce a un’attività familiare. Tuttavia, anche tra i lavoratori dipendenti, meno della metà (il 42%) ha un contratto a tempo indeterminato.

È quanto riporta il Rapporto sulle Prospettive occupazionali e sociali nel mondo 2015 (World Employment and Social Outlook 2015) dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo-Oil), intitolato The Changing Nature of Jobs (“Come cambiano i lavori”). Il lavoro dipendente, nonostante sia in aumento in tutto il mondo, rappresenta solo la metà dell’occupazione globale, con variazioni da regione a regione: nei Paesi industrializzati e nell’Europa centrale e del Sud-Est, circa otto lavoratori su dieci sono lavoratori dipendenti; invece in Asia del Sud e nell’Africa sub-Sahariana, se ne contano solo due su dieci.

Il Rapporto rileva inoltre l’aumento del lavoro a tempo parziale, soprattutto fra le donne: nella maggior parte dei Paesi con dati disponibili, tra il 2009 e il 2013 i posti di lavoro a tempo parziale sono aumentati più di quelli a tempo pieno.

«Questi nuovi dati indicano una crescente diversificazione del mondo del lavoro. In alcuni casi, le forme atipiche di lavoro possono aiutare le persone ad accedere al mercato del lavoro. Ma questi nuovi cambiamenti riflettono anche la diffusione di una insicurezza che colpisce oggi numerosi lavoratori in tutto il mondo» ha dichiarato Guy Ryder, direttore generale dell’Ilo, secondo il quale «lo spostamento del rapporto di lavoro tradizionale verso forme atipiche di occupazione è, in molti casi, associato ad un aumento delle disuguaglianze e della povertà in diversi Paesi. Inoltre, questa tendenza rischia di prolungare il circolo vizioso caratterizzato da una domanda globale debole e da una lenta creazione di posti di lavoro, fenomeni che hanno interessato l’economia globale e diversi mercati del lavoro durante tutto il periodo successivo alla crisi».

Disuguaglianze e necessità di regolamentazione

Secondo il Rapporto, le disuguaglianze di reddito sono in aumento o comunque rimangono elevate nella maggior parte dei Paesi; una tendenza aggravata dalla diffusione di forme di lavoro temporaneo, dall’aumento della disoccupazione e dell’inattività. Durante l’ultimo decennio si è ampliato il divario di reddito tra i lavoratori a tempo indeterminato e quelli temporanei. Nonostante siano stati compiuti progressi in termini di copertura pensionistica, la protezione sociale (in particolare i sussidi di disoccupazione) rimane praticamente riservata ai soli lavoratori a tempo indeterminato. Per i lavoratori autonomi, anche le pensioni sono scarse: nel 2013, solo il 16% dei lavoratori autonomi ha versato contributi.

Il Rapporto esamina poi la crescente importanza delle catene di fornitura globali nel configurare alcuni dei modelli di occupazione e di reddito che si osservano nei mercati del lavoro odierni. Secondo una stima, basata sui dati disponibili in circa 40 Paesi, globalmente un posto di lavoro su cinque è collegato alle catene di fornitura globali, si tratta di posti di lavoro che contribuiscono alla produzione di beni e servizi direttamente consumati o successivamente trasformati in altri Paesi.

Secondo gli autori del Rapporto, in generale cresce il consenso sulla necessità di regolamentare il lavoro per proteggere i lavoratori, specie quelli atipici, da comportamenti arbitrari o ingiusti, e per garantire rapporti di lavoro formali tra datori di lavoro e lavoratori.

Le leggi sulla protezione dell’occupazione si sono progressivamente rafforzate nel tempo, una tendenza comune nella maggior parte dei Paesi e delle regioni. Tuttavia, in Europa dall’inizio della crisi finanziaria nel 2008 si è assistito ad una generale riduzione della protezione del lavoro.

«Il problema fondamentale è quello di adattare la regolamentazione a un mercato del lavoro sempre più diversificato» sostiene Raymond Torres, direttore del Dipartimento di ricerca dell’Ilo, sottolineando come «una regolamentazione adeguata contribuirà anche alla crescita economica e alla coesione sociale».

(Fonte: http://www.ilo.org/)

INFORMAZIONI

I PRINCIPALI DATI DEL RAPPORTO

• A livello mondiale, dal 2011 la crescita dell’occupazione è rimasta intorno all’1,4% l’anno. Nei Paesi industrializzati e nell’Ue, dal 2008 la crescita dell’occupazione è stata in media dello 0,1% l’anno, rispetto allo 0,9% tra il 2000 e il 2007.

• Nel 2014, quasi il 73% del divario occupazionale mondiale era dovuto a un deficit dell’occupazione femminile, che rappresenta solo il 40% circa della manodopera mondiale.

• L’impatto diretto del divario occupazionale mondiale sulla massa salariale aggregata è considerevole: corrisponde a circa 1.218 miliardi di dollari di perdite di salari in tutto il mondo, l’equivalente di circa l’1,2% del totale della produzione mondiale annua e di circa il 2% del totale del consumo mondiale.

• Oltre alla riduzione della massa salariale globale dovuta al divario occupazionale, il rallentamento della crescita dei salari ha avuto conseguenze importanti anche sulla massa salariale aggregata. Si stima che nelle economie industrializzate e nell’Ue, nel 2013, il rallentamento della crescita dei salari durante e dopo i periodi di crisi abbia provocato una riduzione di 485 miliardi di dollari della massa salariale a livello regionale.

• A causa dell’effetto moltiplicatore dell’aumento dei salari, dei consumi e dei livelli di investimento, si stima che, colmando il divario occupazionale mondiale, il Pil globale aumenterebbe di 3.700 miliardi di dollari, pari ad un aumento della produzione mondiale del 3,6%.

• Negli 86 Paesi che rappresentano il 65% dell’occupazione mondiale, oltre il 17% degli occupati lo era part-time a meno di 30 ore settimanali. Le donne impiegate a tempo parziale erano il 24%, gli uomini il 12,4%.

• Su 40 Paesi (che rappresentano i due terzi della manodopera globale), nel 2013, 453 milioni di persone lavoravano nelle catene di fornitura globali, rispetto a 296 milioni nel 1995. Ciò equivale al 20,6% dell’occupazione totale nei Paesi esaminati, rispetto al 16,4% nel 1995.

• A livello mondiale, il 52% dei lavoratori dipendenti è iscritto a un sistema pensionistico, contro il 16% dei lavoratori autonomi. Quasi l’80% dei lavoratori a tempo indeterminato è iscritto a un sistema pensionistico, rispetto ad appena il 51% di quelli a tempo determinato.

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