EDITORIALE

giugno 2015

Com’era purtroppo facile da prevedere (vedi “euronote” n. 91) è stretto e pieno di ostacoli il passaggio dalle buone intenzioni espresse nell’Agenda per la migrazione dalla Commissione europea, alla definizione dei suoi contenuti, cioè delle norme che dovrebbero portare a una condivisione delle responsabilità tra gli Stati membri su asilo e immigrazione. In vista della scadenza di fine luglio, quando si dovrebbe giungere a un accordo sulla controversa questione delle “quote-Paese” per un’equa suddivisione dell’accoglienza dei migranti, che continuano a giungere sulle coste meridionali dell’Ue, gli Stati membri si stanno posizionando a difesa degli “interessi” nazionali, ignorando colpevolmente il bene comune e il necessario “grado di civiltà”. Chi, come Francia e Austria, reintroduce e inasprisce i controlli alle frontiere respingendo i migranti in Italia; Paese che, a sua volta, minaccia di rilasciare permessi di soggiorno temporanei per permettere loro di andare legalmente oltre confine e che invoca la solidarietà europea senza peraltro riuscire a garantirla sul territorio nazionale (meno del 5% dei comuni italiani collabora al programma di protezione Sprar); chi, come la Germania, si dice disposto a collaborare «sul posto» con i Paesi europei di arrivo dei migranti (Italia e Grecia su tutti) e di accettare l’ipotesi di una distribuzione intra-europea «ma solo dei richiedenti asilo»; chi, come Repubblica Ceca, Slovacchia, Paesi Baltici, Polonia e ultimamente anche Spagna, ha già manifestato contrarietà a qualsiasi ipotesi di “quote obbligatorie”; chi, come il Regno Unito, si limita a promettere un supporto di intelligence nella lotta ai trafficanti, forte di quella “clausola di eccezione” inserita nel Trattato dell’Ue che gli permette di restare fuori da ogni ipotesi di quote, insieme a Irlanda e Danimarca; chi, come l’Ungheria, dice di non credere nei tempi e nelle modalità dell’Ue e annuncia la costruzione di una barriera “anti-migranti” alta 4 metri e lunga 175 chilometri al confine con la Serbia; chi, come la Bulgaria, ha già fatto una cosa simile al suo confine meridionale con la Turchia e la sta estendendo e chi, come la Spagna, da anni ha eretto barriere anti-immigrazione nelle sue enclavi di Ceuta e Melilla.

Al momento, quindi, in materia di asilo e immigrazione è arduo immaginare una “Unione europea” ed è molto difficile prevedere quale potrà essere quell’«accordo praticabile» a cui intende giungere la Commissione europea entro poche settimane. Certo è incredibile (e vergognoso) che 28 Paesi con una popolazione complessiva di oltre 500 milioni di persone non riescano a trovare una soluzione condivisa per accogliere poche decine di migliaia di persone. Come osserva provocatoriamente in un comunicato la Croce Rossa italiana, «ci si mette più tempo a scrivere il numero che a ridistribuirli».

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