EDITORIALE

febbraio 2015

Varie le difficoltà che l’Unione europea deve affrontare in questa fase. A livello interno la delicata situazione della Grecia, sul fronte del cosiddetto vicinato le gravi e complesse questioni di conflitto in Ucraina e in Libia. Ma è la questione che sta “a cavallo” tra interno ed esterno, quella delle migrazioni, che ci preme ancora una volta segnalare come prioritaria. Per questioni umanitarie, innanzitutto, perché non è eticamente possibile rassegnarsi a questa inaccettabile escalation di vittime. Gli oltre 300 morti e dispersi al largo di Lampedusa lo scorso 8-9 febbraio, dei quali 29 morti di freddo (!), si aggiungono al tragico elenco delle vittime dell’immigrazione verso l’Ue, che stima circa 3500 morti nel solo 2014 (fonte Unhcr) per un totale di oltre 21.500 persone che hanno perso la vita ai confini dell’Ue negli ultimi 25 anni, circa 9000 delle quali nel solo Canale di Sicilia. Non ci stancheremo mai di dire che queste sono cifre di una “guerra alle migrazioni”, come altro definire una media annuale di 860 morti, con punte ben superiori come dimostra lo scorso anno? E non si può continuare ogni volta a parlare di “sciagure” e di “emergenza”, non se queste tragedie si verificano costantemente da anni e si sono intensificate nel Mediterraneo. Le responsabilità sono certo delle organizzazioni criminali che sfruttano le migrazioni, ma queste operano solo se non contrastate adeguatamente e se esistono le condizioni per poter sfruttare la disperazione di migliaia di persone in fuga da guerre, persecuzioni e povertà. Dunque, urgono interventi sulle cause dell’emigrazione dai Paesi d’origine ma anche su quelle che determinano i tentativi estremi di immigrazione nell’Ue: serve una tutela del diritto d’asilo e della protezione umanitaria e servono canali di ingresso legale. Non si può ed è profondamente sbagliato pensare di governare un simile fenomeno con le sole operazioni di controllo delle frontiere. Le organizzazioni e le reti europee che si occupano di migrazioni e di diritti fondamentali lo sostengono da anni, inascoltate. Ora, di fronte alla tragica evidenza, anche le istituzioni dell’Ue iniziano a fare autocritica e a capire che serve un impegno profondamente diverso. È avvenuto recentemente attraverso le dichiarazioni di membri autorevoli della Commissione europea e del presidente dell’Europarlamento. Andrà verificato l’effettivo passaggio dalle intenzioni alle azioni per la realizzazione di una nuova politica europea su immigrazione e asilo. Certo colpisce il silenzio assordante dei governi degli Stati membri dell’Ue, a parte quelli direttamente interessati dal problema come l’Italia. Senza un impegno reale e corale dei responsabili politici di tutti i Paesi dell’Ue (altro che Triton) il salto di qualità nella politica migratoria europea è ancora lontano da venire.

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