Editoriale

gennaio 2015
Doveva essere «un nuovo inizio» per l’Europa quello
del semestre di presidenza italiana di turno dell’Ue
conclusosi a fine 2014, ma così non è stato. Il “nuovo
inizio”, che dava il titolo al programma della presidenza
italiana, doveva riguardare sia le politiche, i cosiddetti
dossier, sia l’approccio politico, come annunciato
dallo stesso Renzi durante il suo discorso di apertura
del semestre di fronte all’aula dell’Europarlamento, il
2 luglio 2014: «La generazione nuova che abita oggi
l’Europa ha il dovere di riscoprirsi Telemaco, di meritare
l’eredità dei padri dell’Europa». Di “nuovo” però
si è visto ben poco, se non la critica alla “burocrazia
europea” espressa a più riprese da un presidente di
turno che però nei fatti non si è dimostrato poi così
ostile appena ha ottenuto un po’ di comprensione sulla
non facile situazione economica italiana. Tutt’altro che
“nuovo” è parso il solito meccanismo di utilizzare l’Europa
per giustificare politiche interne (vedi jobs act e
articolo 18) e, più in generale, di concepire il semestre
europeo quasi esclusivamente a fini nazionali.
Niente di “nuovo” anche nella forte discrepanza tra
annunci e promesse fatti e risultati ottenuti, perché in
effetti nei vari capitoli su cui la presidenza italiana si
era impegnata a intervenire per cambiare la situazione
dell’Ue il bilancio è molto scarso. Alcuni esempi.
La forte critica alle politiche di austerità e la tanto invocata
flessibilità sui conti pubblici per rilanciare la
crescita si sono raffreddate di fronte alle osservazioni
della Commissione europea sul fatto che il debito già
eccessivo dell’Italia continuerà a crescere: il risultato è
stata una sostanziale modifica della legge di Stabilità e
il rinvio a marzo del giudizio di Bruxelles, ma con la
probabile richiesta di nuovi tagli di spesa sul bilancio
italiano per ridurre il debito.
L’obiettivo di aumentare l’occupazione e rafforzare i diritti
fondamentali dei lavoratori non è stato raggiunto
né in Europa né tantomeno in Italia, mentre tutto è affidato
al piano di investimenti, più nominale che reale,
annunciato dalla nuova Commissione per rilanciare
la crescita.
Lo sviluppo di una politica migratoria comune europea,
abbinata ad una «strategia per promuovere lo sviluppo
economico nei Paesi di origine dei migranti», si
è tradotto semplicemente nel passaggio di competenze
del controllo delle frontiere meridionali dell’Ue dalle
autorità italiane con l’operazione “Mare Nostrum”
a quelle europee di Frontex con l’operazione “Triton”.
L’agenda digitale e il progetto di “Continente connesso”,
su cui la presidenza italiana si era mobilitata con il
Vertice di Venezia, sono rimasti una promessa, soprattutto
per un’Italia che resta agli ultimi posti nell’Ue per
l’uso del web. Così come nulla si è ottenuto sul tanto
auspicato “Made in Italy”.
Nel discorso di fine semestre pronunciato il 13
gennaio 2015 al Parlamento europeo il presidente
Renzi ha dichiarato: «In Europa siamo riusciti a
cambiare il vocabolario, ora aspettiamo le realizzazioni
». Già, aspettiamo.

Doveva essere «un nuovo inizio» per l’Europa quello del semestre di presidenza italiana di turno dell’Ue conclusosi a fine 2014, ma così non è stato. Il “nuovo inizio”, che dava il titolo al programma della presidenza italiana, doveva riguardare sia le politiche, i cosiddetti dossier, sia l’approccio politico, come annunciato dallo stesso Renzi durante il suo discorso di apertura del semestre di fronte all’aula dell’Europarlamento, il 2 luglio 2014: «La generazione nuova che abita oggi l’Europa ha il dovere di riscoprirsi Telemaco, di meritare l’eredità dei padri dell’Europa». Di “nuovo” però si è visto ben poco, se non la critica alla “burocrazia europea” espressa a più riprese da un presidente di turno che però nei fatti non si è dimostrato poi così ostile appena ha ottenuto un po’ di comprensione sulla non facile situazione economica italiana. Tutt’altro che “nuovo” è parso il solito meccanismo di utilizzare l’Europa per giustificare politiche interne (vedi jobs act e articolo 18) e, più in generale, di concepire il semestre europeo quasi esclusivamente a fini nazionali.

Niente di “nuovo” anche nella forte discrepanza tra annunci e promesse fatti e risultati ottenuti, perché in effetti nei vari capitoli su cui la presidenza italiana si era impegnata a intervenire per cambiare la situazione dell’Ue il bilancio è molto scarso. Alcuni esempi.

La forte critica alle politiche di austerità e la tanto invocata flessibilità sui conti pubblici per rilanciare la crescita si sono raffreddate di fronte alle osservazioni della Commissione europea sul fatto che il debito già eccessivo dell’Italia continuerà a crescere: il risultato è stata una sostanziale modifica della legge di Stabilità e il rinvio a marzo del giudizio di Bruxelles, ma con la probabile richiesta di nuovi tagli di spesa sul bilancio italiano per ridurre il debito.

L’obiettivo di aumentare l’occupazione e rafforzare i diritti fondamentali dei lavoratori non è stato raggiunto né in Europa né tantomeno in Italia, mentre tutto è affidato al piano di investimenti, più nominale che reale, annunciato dalla nuova Commissione per rilanciare la crescita.

Lo sviluppo di una politica migratoria comune europea, abbinata ad una «strategia per promuovere lo sviluppo economico nei Paesi di origine dei migranti», si è tradotto semplicemente nel passaggio di competenze del controllo delle frontiere meridionali dell’Ue dalle autorità italiane con l’operazione “Mare Nostrum” a quelle europee di Frontex con l’operazione “Triton”.

L’agenda digitale e il progetto di “Continente connesso”, su cui la presidenza italiana si era mobilitata con il Vertice di Venezia, sono rimasti una promessa, soprattutto per un’Italia che resta agli ultimi posti nell’Ue per l’uso del web. Così come nulla si è ottenuto sul tanto auspicato “Made in Italy”.

Nel discorso di fine semestre pronunciato il 13 gennaio 2015 al Parlamento europeo il presidente Renzi ha dichiarato: «In Europa siamo riusciti a cambiare il vocabolario, ora aspettiamo le realizzazioni».  Già, aspettiamo.

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