CONSEGUENZE DELLA CRISI

gennaio 2015

L’aumento di disoccupazione e povertà è stato limitato solo nei Paesi che hanno offerto lavoro di qualità e protezione sociale: lo evidenzia un Rapporto della Commissione europea

La crisi degli ultimi anni, con la sua coda di recessione economica, ha colpito duramente i mercati del lavoro dell’Unione europea: sono andati persi quasi 7 milioni di posti di lavoro, i disoccupati sono aumenti di circa 9 milioni, la disoccupazione di lunga durata è raddoppiata, quella giovanile ha raggiunto livelli insostenibili in vari Stati membri, i tassi di occupazione sono lontanissimi da quelli auspicati con la strategia Europa 2020, il numero di persone a rischio di povertà è cresciuto di almeno 6 milioni e nei due terzi dei Paesi europei sono aumentate significativamente povertà ed esclusione sociale tra le persone in età lavorativa (18-64 anni). Gran parte della recente crescita dell’occupazione, poi, è costituita da impieghi part-time e temporanei che non eliminano l’incertezza e la precarietà. La sofferenza occupazionale e sociale non è però stata della stessa intensità in tutta l’Ue: «I Paesi che hanno offerto e offrono posti di lavoro di elevata qualità e un’efficace protezione sociale, oltre ad investire nel capitale umano, si sono dimostrati quelli maggiormente resilienti alla crisi economica» sostiene la Commissione europea nel Rapporto annuale su Occupazione e sviluppi sociali in Europa 2014, presentato lo scorso 15 gennaio, con cui esamina in modo dettagliato il retaggio della recessione.

L’impatto negativo della recessione sull’occupazione e sui redditi, osserva la Commissione, è stato più contenuto nei Paesi con mercati del lavoro più aperti e meno segmentati e dove si è investito nella formazione permanente e in un’adeguata qualificazione della forza lavoro a sostegno della produttività. Il Rapporto evidenzia come l’esperienza di questi anni abbia dimostrato l’importanza di garantire riforme «equilibrate» sia dei mercati del lavoro sia dei sistemi di Welfare, mentre un certo numero di Stati membri si è mosso progressivamente verso un modello di investimento sociale che sostiene prevalentemente tutti coloro che desiderano partecipare al mercato del lavoro, aiutandoli a raggiungere il loro pieno potenziale occupazionale per tutta la vita. Lo studio della Commissione suggerisce all’Ue di intervenire affinché l’accesso al lavoro «non sia deciso semplicemente dal mercato» e di «ripristinare la sostenibilità e l’efficacia del suo modello sociale, in particolare migliorando la combinazione tra protezione e attivazione, orientando la spesa verso maggiori investimenti sociali». Commentando il Rapporto, la commissaria europea per l’Occupazione, gli affari sociali, le competenze e la mobilità dei lavoratori, Marianne Thyssen, ha dichiarato: «La creazione di posti di lavoro è il nostro compito più urgente e le sequele della crisi lo rendono ancora più arduo. Dobbiamo intensificare gli investimenti nelle persone per istruire, formare e attivare ancor meglio i cittadini europei onde prepararli al mercato del lavoro».

L’impatto della crisi: qualche dato

Dall’analisi approfondita svolta dal Rapporto è utile estrapolare alcuni dati che evidenziano l’impatto della crisi sull’occupazione e sulla situazione sociale.

Tra il 2008 e la metà del 2014 le maggiori perdite di posti di lavoro si sono verificate in Spagna (-3,4 milioni), Italia (-1,2 milioni) e Grecia (-1 milione circa), mentre gli aumenti più rilevanti si sono registrati in Germania (+1,8 milioni) e nel Regno Unito (+0,9 milioni). Gran parte dei nuovi posti di lavoro creati recentemente sono però temporanei o part-time, suscitando preoccupazioni circa la solidità del recupero. Il tasso di occupazione (tra la popolazione di 20-64 anni) resta ben al di sotto dei livelli pre-crisi (68,4% rispetto al 70,3% del 2008) e molto lontano dall’obiettivo del 75% fissato dalla strategia Europa 2020.

Il tasso di disoccupazione è salito da meno del 7% nel 2008 al 10,8% nel 2013 (11,9% nella zona euro), aumentando di 9 milioni il numero di persone senza lavoro, con differenze enormi però tra i Paesi dell’Ue che nel 2013 andavano da tassi del 5% in Austria e Germania a oltre il 25% in Grecia e Spagna. In generale, considerando la zona dell’euro i tassi di disoccupazione hanno segnato un massiccio aumento nei Paesi del Sud mentre sono rimasti abbastanza stabili e bassi in quelli del Nord; negli ultimi mesi è iniziata una graduale diminuzione che dovrebbe proseguire, ma i livelli di disoccupazione sono destinati a rimanere ben al di sopra di quelli pre-crisi.

La disoccupazione di lunga durata (per 12 mesi o più) è aumentata nella maggior parte degli Stati membri, raddoppiando tra il 2008 e il 2013 a livello europeo, con livelli molto elevati in alcuni Stati membri quali Spagna e Grecia, mentre ha continuato ad aumentare anche la disoccupazione a lunghissimo termine (almeno 24 mesi). Particolarmente preoccupante la disoccupazione giovanile: in quasi due terzi degli Stati membri i tassi nel luglio 2014 erano ancora vicini al loro massimo storico

(media Ue del 21,7% rispetto a circa il 15% del primo semestre 2008), mentre la percentuale di giovani fuori dai sistemi educativi, formativi e occupazionali (Not in Education, Employment or Training – Neet) ha raggiunto il 15,9% rispetto all’11% del 2008.

«Tale grave deterioramento del mercato del lavoro ha avuto inevitabili conseguenze sociali» osserva il Rapporto, con il numero di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale nell’Ue aumentato di oltre 6 milioni dal 2008 e che ha raggiunto i 123 milioni nel 2013. Povertà ed esclusione sociale che sono aumentate sensibilmente tra le persone in età lavorativa (18-64 anni) in due terzi degli Stati membri, come conseguenza di livelli crescenti di disoccupazione, bassa intensità lavorativa delle famiglie e povertà da lavoro. In Grecia, Irlanda, Spagna, Italia e Ungheria, la povertà, l’esclusione sociale e le disuguaglianze sono aumentate in modo significativo dai livelli già elevati esistenti prima della crisi.

Servono capitale umano e convergenza socio-economica

La Commissione sostiene che, considerando l’invecchiamento e la contrazione della popolazione nell’Ue, «l’investimento nel capitale umano è essenziale per sostenere la produttività e assicurare in futuro una crescita foriera di posti di lavoro e inclusiva». Un investimento efficace nel capitale umano, specifica il Rapporto, richiede non solo l’istruzione e la formazione per acquisire le competenze giuste, ma anche «situazioni di contesto adeguate per aiutare le persone a mantenere, migliorare e usare tali abilità in tutto l’arco della loro vita lavorativa». Occorrono quindi politiche appropriate per evitare lo spreco di capitale umano determinato dall’inattività o dalla sottoutilizzazione del potenziale occupazionale. D’altro canto, lo studio sottolinea che all’aumento della disponibilità di capitale umano qualificato deve fare da contraltare un aumento della disponibilità di posti qualitativamente validi, così da avere una forza lavoro più produttiva.

Esaminando le sfide e le opportunità del futuro, poi, il Rapporto constata che i cambiamenti in corso sul piano del progresso tecnologico, della globalizzazione, del cambiamento demografico e dell’economia verde dovrebbero offrire opportunità per creare posti di lavoro di qualità elevata, ma possono anche rendere obsoleti alcuni lavori e alcune qualifiche e i salari potrebbero registrare una polarizzazione ancora maggiore. Occorrono pertanto politiche proattive a sostegno della formazione permanente, una migliore assistenza nella ricerca di lavoro e un dialogo sociale al fine di prevedere e attuare le innovazioni.

Infine il Rapporto della Commissione considera necessario «ripristinare la convergenza socioeconomica», in particolare per quanto concerne i quindici Stati membri dell’Ue meridionali e periferici. La divergenza all’interno dell’Ue è stata determinata dalla crisi, osserva lo studio, ma anche da squilibri strutturali che erano già presenti nei Paesi maggiormente colpiti, come ad esempio produttività debole, carenza di investimenti nel capitale umano, debolezza del settore bancario e bolle immobiliari nonché disfunzioni dei sistemi di Welfare. Il Rapporto contribuisce così al dibattito in corso sui modi più appropriati per ripristinare la convergenza, approfondire l’Unione economica e monetaria e rafforzarne la dimensione sociale.

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