EDITORIALE

novembre 2014

Le sfide dell’Europa non possono aspettare” è il motto della nuova Commissione europea insediatasi da poche settimane. Un’affermazione sulla quale non può che esserci un totale accordo da parte di tutti coloro che credono nel progetto europeo. Diversa è la situazione quando si entra nel merito del “come” affrontare queste sfide. Oggi, alla fine di un 2014 che ha segnato il completo rinnovamento delle istituzioni europee, le sfide principali riguardano una situazione economica in stallo, che dopo una lieve ripresa nel corso del 2013 è tornata a essere stagnante nel 2014 con previsioni non proprio ottimistiche per il 2015. Una situazione occupazionale preoccupante, perché se è vero che nell’ultimo anno la disoccupazione nell’Ue è leggermente diminuita, è altrettanto vero che la lentezza di questa diminuzione e la qualità dei nuovi posti di lavoro creati (oltre la metà a tempo determinato e sempre più precari) fanno pensare a una strada ancora molto lunga per tornare ai livelli pre-crisi. Poi c’è una situazione sociale difficile, al limite della sostenibilità, con un aumento della precarietà e delle disuguaglianze e un quarto della popolazione a rischio di povertà ed esclusione sociale.

Qualcosa indubbiamente non ha funzionato nelle politiche di riforma adottate per affrontare la crisi, perché forse si è riusciti a salvare il sistema finanziario ed evitare il fallimento dei bilanci pubblici, ma a che prezzo?  «I decisori politici europei non possono più permettersi di negare i rischi e i pericoli delle loro politiche di austerità e di deregolamentazione» sostiene la Confederazione europea dei sindacati, secondo cui «negare la realtà non è più un’opzione, perché altrimenti gli europei continueranno ad essere segnati dalla disoccupazione di massa, da elevati livelli di povertà e dall’aumento delle disuguaglianze per il prossimo futuro». Anche l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil-Ilo), nel suo recente Rapporto Social protection global policy trends 2010-2015, ha osservato che «molti governi in Europa e altrove hanno imboccato la via del risanamento di bilancio con una prematura contrazione della spesa pubblica, nonostante il bisogno urgente di sostenere i più vulnerabili», mentre in alcuni casi tali politiche sono state prese «come soluzioni tecnocratiche quasi in assenza di consultazione», cosa che «ha spesso portato ad una mancanza di comprensione da parte dell’opinione pubblica, a tensioni e a conseguenze negative dal punto di vista sociale ed economico».

Ora, al di là delle diverse opinioni sulle soluzioni da adottare per affrontare le sfide europee, è il metodo auspicato dall’agenzia dell’ONU per il lavoro che potrebbe costituire una via efficace: «I governi, i datori di lavoro, i lavoratori e la società civile devono riunirsi nel quadro di un dialogo nazionale per garantire una ripresa socialmente responsabile, orientata verso una crescita inclusiva, la protezione sociale e la giustizia sociale». Già, potrebbe.

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