CAMBIO DI ROTTA

novembre 2014

Lo chiedono i sindacati europei all’Ue per il 2015, alla luce del fallimento economico e sociale delle politiche di austerità adottate finora

Il rallentamento della ripresa economica, l’incombente deflazione e le scarse prospettive per la situazione occupazionale e sociale dimostrano il fallimento della politica di austerità voluta dall’Unione europea negli ultimi anni e la necessità di un radicale cambiamento di rotta. È quanto sostiene la Confederazione europea dei sindacati (Ces), che nel corso del Comitato esecutivo svoltosi il 22 ottobre scorso ha svolto un’analisi dell’attuale situazione economico-sociale europea riproponendo alcune azioni considerate fondamentali per invertire una tendenza ormai piuttosto evidente e altrettanto preoccupante. Dopo la pubblicazione della prima Analisi annuale della crescita (Annual Growth Survey – Ags) nel gennaio 2011, l’Ue «ha sostanzialmente perseguito una politica coordinata di austerità fiscale e salariale e la deregolamentazione sociale» ricorda la Ces, che ha sistematicamente invitato i responsabili politici europei a cambiare rotta, mettendo in guardia contro gli effetti negativi economici e sociali di tali politiche. Ora, secondo i sindacati europei, in prospettiva dell’Analisi 2015 l’Ue dovrebbe porre le basi per un «nuovo corso», dando priorità ad un piano europeo di investimenti pluriennale solido e ambizioso, trasformando l’ordine del giorno della deregolamentazione strutturale in uno che promuova posti di lavoro di qualità, riconoscendo il ruolo dei salari come motore per la domanda, gli investimenti e l’occupazione. Tutto ciò può essere fatto però, sostiene la Ces, solo se diventa pietra angolare di un nuovo inizio per l’Europa quanto sancito dall’art. 151 del Trattato sul funzionamento dell’Ue (Tfue), secondo cui «la promozione dell’occupazione, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, una protezione sociale adeguata, il dialogo tra le parti sociali, lo sviluppo delle risorse umane atto a consentire un livello occupazionale elevato e duraturo e la lotta contro l’emarginazione sono gli obiettivi comuni dell’Unione europea e dei suoi Stati membri in campo sociale e occupazionale».

fine semestre L’analisi dei sindacati europei

Il Comitato esecutivo della Ces ha fotografato l’attuale situazione socio-economica dell’Ue, mettendo in evidenza quelle che sono a suo parere le  problematiche più rilevanti:

La ripresa economica nella zona euro, già troppo debole, è evaporata nel secondo trimestre del 2014, con un’attività economica nuovamente stagnante  (crescita zero) e di fatto una recessione che dura ormai da tre anni. Nel frattempo, le previsioni di crescita sono state riviste al ribasso, ancora una volta,  con tassi di crescita minimi per il 2015 e il 2016.

La Banca centrale europea (Bce) non ha rispettato l’obiettivo della stabilità dei prezzi che si era impegnata a perseguire. L’inflazione nella zona euro è  ormai ben al di sotto dell’obiettivo del 2% e, con un tasso di appena lo 0,4%, troppo vicina ad una situazione di deflazione. Otto Stati membri (di cui 6 della zona euro) stanno già sperimentando la deflazione dall’agosto 2014. Anche il presidente della Bce è ora costretto ad ammettere che la ripresa «non è sulla buona strada».

I singoli Stati membri sono diventati prigionieri delle dinamiche di concorrenza in termini di deflazione salariale. La deregulation strutturale imposta o introdotta in Grecia, Portogallo e Spagna mette ora sotto pressione Francia e Italia. Tuttavia, se questi Paesi introducessero la stessa agenda di riforme strutturali la domanda nel mercato interno subirebbe un duro colpo e l’economia sarebbe spinta in deflazione.

La sospirata “ripresa fonte di occupazione” non si è concretizzata: 25 milioni di persone, tra cui 5 milioni sotto i 25 anni, rimangono senza lavoro. Il tasso di occupazione nell’Ue (20-64 anni) continua a oscillare intorno al 68,4%, rendendo sempre più irraggiungibile l’obiettivo del 75% prefissato dalla strategia Europa 2020. Anche se i tassi di disoccupazione hanno iniziato lentamente a scendere, il ritmo della riduzione e le scarse prospettive economiche suggeriscono che ci potrebbe volere forse un decennio per tornare ai livelli pre-crisi.

Un europeo su quattro è a rischio di povertà e la “povertà dei lavoratori” sta diventando una caratteristica strutturale del mercato del lavoro europeo. Sottoccupazione, precariato e posti di lavoro a bassa retribuzione, pressione al ribasso sui salari e decentramento della contrattazione collettiva hanno contribuito a questo stato di cose, così come la riduzione nella copertura della protezione sociale.

Le riforme strutturali sono state sbilanciate, concentrandosi in gran parte sulle riforme del mercato del lavoro, l’indebolimento della contrattazione collettiva, l’abbassamento dei salari e la riduzione delle prestazioni sociali, mentre resta insufficiente la regolamentazione dei settori finanziario e bancario. Gli Stati membri restano in balia dei mercati finanziari e le piccole e medie imprese continuano a subire gli effetti negativi della mancanza di accesso ai finanziamenti.

Incoraggiati dalla Commissione, molti Stati membri hanno attuato riforme riducendo le tutele legislative dell’occupazione. L’obiettivo è di aumentare la flessibilità del mercato del lavoro, secondo il presupposto che ciò favorisca la creazione di posti di lavoro. Recentemente però l’Ilo ha evidenziato grossi difetti in questa visione, avvertendo sul rischio di fare riforme «affrettate» con «gravi conseguenze economiche e sociali».

Oltretutto, molti dei posti di lavoro che si stanno creando sollevano gravi preoccupazioni circa la loro qualità e la sostenibilità a lungo termine. I contratti a tempo determinato rappresentano più della metà della crescita dell’occupazione, la qualità del lavoro disponibile per molti lavoratori si sta deteriorando, aumentano i rapporti di lavoro precari (contratti a zero ore, falso lavoro autonomo) e la sottoccupazione.

Nonostante il riconoscimento del Consiglio, i governi hanno agito spesso senza consultare e coinvolgere le parti sociali.

Le divergenze tra le economie nazionali, il loro mercato del lavoro e le situazioni sociali sono in aumento, così come le divergenze all’interno dei Paesi stessi. Questa crescente divergenza, con conseguente maggiore disuguaglianza, instabilità sociale ed esclusione, se non è trattata potrebbe compromettere seriamente il progetto europeo.

Non si può più negare la realtà

«I decisori politici europei non possono più permettersi di negare i rischi e i pericoli delle loro politiche di austerità e di deregolamentazione e continuare a utilizzare l’alibi che le riforme strutturali sono per definizione “di successo”, per cui i lavoratori devono semplicemente essere più pazienti in attesa di risultati positivi» sostiene la Ces, aggiungendo che «con i tassi di disoccupazione a doppie cifre e la deflazione incombente, negare la realtà non è più un’opzione, perché altrimenti gli europei continueranno ad essere segnati dalla disoccupazione di massa, da elevati livelli di povertà e dall’aumento delle disuguaglianze per il prossimo futuro».

INFORMAZIONI

LE PROPOSTE DELLA CES PER IL 2015 DELL’UE

Per affrontare il problema della mancanza di domanda aggregata, il ruolo degli investimenti pubblici deve essere aggiornato con urgenza: la proposta della Ces per investimenti equivalenti al 2% del Pil dovrebbe essere la base per il nuovo piano di investimenti che la nuova Commissione sta elaborando.

Introdurre una sufficiente flessibilità nel Patto di stabilità, che consenta agli Stati membri in determinate circostanze di avere un deficit strutturale che equivale ai loro sforzi di investimento pubblico in % del Pil.

•  Deve essere fermato il monopolio dei mercati finanziari nel decidere quali Stati membri hanno accesso ai finanziamenti e con quali costi. Deve essere ridiscusso il ruolo della Bce e della Bei nel fornire finanziamenti per investimenti produttivi.

Per evitare la trappola della deflazione, devono cessare le riforme strutturali che spremono i salari e creano condizioni di lavoro sempre più schiacciate verso il basso.

Deve essere sostenuto il ruolo dei salari equi come motore per la crescita, devono essere promossi la contrattazione collettiva e il salario minimo legale nei Paesi in cui i sindacati lo ritengano necessario.

Per affrontare la povertà e sostenere la domanda, le famiglie europee hanno bisogno di redditi dignitosi. Un reddito minimo garantito potrebbe essere una via da seguire. Nel frattempo, le prestazioni di protezione sociale e le pensioni dovrebbero essere quanto meno mantenute, e preferibilmente aumentate e indicizzate, al fine di garantire che le persone abbiano un tenore di vita dignitoso.

Investire in formazione e istruzione della forza lavoro, sviluppare la “società della conoscenza”, sostenere il processo di innovazione e la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio e la green economy. L’acquis sociale europeo dovrebbe diventare il centro della politica europea contro la precarietà del lavoro.

Tutte le misure di governance economica proposte dall’Ue devono essere valutate per il loro impatto sull’occupazione e sulla qualità del lavoro. Nei casi in cui si possono prevedere effetti negativi, questi dovrebbero essere perseguiti solo se nelle proposte di riforma sono incluse misure di mitigazione e compensazione.

Per sostenere donne, giovani e piena partecipazione degli altri lavoratori vulnerabili nel mercato del lavoro, deve essere garantita non solo la quantità ma la qualità del rapporto di lavoro. Sono necessari ulteriori sforzi per sradicare i divari retributivi di genere ed eliminare gli ostacoli al mercato del lavoro. I Servizi per l’impiego e la Garanzia per i giovani devono essere adeguatamente finanziati per facilitare la transizione dei giovani nel mercato del lavoro.

Per garantire una base finanziaria forte e robusta ai sistemi di sicurezza sociale, le politiche che spostano il carico fiscale dal lavoro dovrebbero evitare di mettere in pericolo le prestazioni sociali stesse. Dovrebbero anche essere evitate imposte con effetti regressivi, come le imposte di consumo, e concentrarsi invece sulle imposte sul capitale, la ricchezza, l’energia e le risorse naturali. Servizi pubblici accessibili e di qualità e un’adeguata ridistribuzione dei meccanismi e dei trasferimenti sociali possono contribuire a contrastare le disuguaglianze. L’investimento sociale non deve essere visto come un costo per la competitività, ma invece come un contributo a lungo termine di una società inclusiva.

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