Le Ong italiane ripropongono il Reis

ottobre 2014

È il Reddito di inclusione sociale, una misura da introdurre nell’ambito di un piano nazionale pluriennale contro la povertà in Italia

Come evidenziano i dati Eurostat (vedi tabella a pag. 2), l’Italia è uno dei Paesi dell’Ue dove si sono registrati negli ultimi anni i più forti aumenti della povertà, tanto che secondo le rilevazioni dell’Istat negli ultimi sette anni è raddoppiato il numero di persone che si trovano in condizioni di povertà assoluta: circa 6 milioni nel 2013 pari al 9,9% della popolazione residente nel Paese. Urge quindi un’azione strutturale per affrontare questa situazione e, in attesa di iniziative politiche spesso annunciate ma finora mai attuate, è ancora una volta la società civile organizzata ad avanzare proposte rivolgendosi direttamente al governo del Paese. Il 14 ottobre scorso, infatti, le più grandi organizzazioni italiane riunite nell’Alleanza contro la povertà in Italia (una ventina promotrici, tra le quali Acli, Caritas, Forum del Terzo settore, Fio-PSD, Action Aid, Save the children, Cnca, Comunità di Sant’Egidio, Fondazione Banco alimentare, Anci e Cgil-Cisl-Uil, e altrettante aderenti) hanno chiesto un piano nazionale pluriennale contro la povertà centrato sul Reddito per l’inclusione sociale (Reis), proposta che l’Alleanza aveva già presentato nel luglio 2013 al governo Letta e che ora è stata ripresentata aggiornata al governo Renzi. In pratica, si chiede l’adeguamento dell’Italia a quanto avviene in tutti gli altri Paesi dell’Ue (tranne la Grecia) dove esistono misure nazionali di contrasto alla povertà. La cosiddetta “social card”, avviata finora con non poche difficoltà in dodici città italiane, «non è la risposta alla povertà in termini strutturali» ha affermato il presidente nazionale delle Acli, Gianni Bottalico.

La misura del Reis riproposta dall’Alleanza contro la povertà è basata sull’universalità dello strumento e su un’erogazione monetaria che dovrebbe colmare la distanza tra il reddito realmente disponibile della famiglia e la soglia di povertà di riferimento. Sono inoltre previsti percorsi d’inserimento sociale e lavorativo e un «Welfare mix» a livello locale che metta insieme l’impegno delle amministrazioni locali con quello del Terzo settore. Quest’ultimo dovrà essere coinvolto maggiormente nel progetto, dalla raccolta delle richieste alla programmazione dei percorsi di inserimento sociale e lavorativo fino al controllo e al monitoraggio della misura.

Per poter essere concretamente avviata, però, la misura del Reis necessita di risorse adeguate, sostiene l’Alleanza, «non più legate a strumenti sperimentali o emergenziali». E questo è il tasto dolente: il governo italiano ha infatti già reso noto che condivide i principi del Reis ma che «esistono limiti di bilancio con cui si devono fare i conti».

La proposta dell’Alleanza richiede un piano di avvio di quattro anni per un impegno finanziario complessivo di 17,6 miliardi. Un investimento pubblico iniziale di 1,7 miliardi per il primo anno che possa essere incrementato fino al quarto anno per raggiungere tutte le persone in povertà assoluta: 3,5 miliardi per il secondo anno, 5,3 per il terzo e 7,1 miliardi per il quarto (primo anno della misura a regime).

Secondo i promotori del Reis, una volta a regime, la spesa per sostenere la misura sarà composta da 5,5 miliardi per il solo contributo economico, 1,6 miliardi per i servizi alla persona e solo 2,4 milioni annui per il monitoraggio. «Al di sotto di questo livello di spesa si possono introdurre solo politiche contro la povertà non eque e con risposte di scarsa qualità» sostengono i membri dell’Alleanza, secondo i quali la proposta è compatibile con le capacità finanziarie dello Stato. L’Alleanza ritiene infatti che un piano di questa portata abbia un «impatto esiguo» sulla spesa pubblica complessiva: «Nel 2013 la spesa pubblica totale ammontava a 799 miliardi di euro, pari al 51,2% del Pil. A regime il costo complessivo del Reis è poco più dell’1% della spesa primaria corrente» si legge nella proposta. Tra l’altro, osservano i promotori della proposta, «l’esperienza insegna che quando un tema diventa priorità politica, le risorse si trovano (si pensi ad es. al bonus di 80 euro per un costo annuo di 10 miliardi di euro)». (Fonte: redattoresociale )

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