Editoriale

ottobre 2014

Nell’Unione europea circa 125 milioni di persone sono a rischio di povertà o di esclusione sociale, cioè un quarto dell’intera popolazione. Si tratta di un numero enorme e, quel che è peggio, destinato ad aumentare alle condizioni attuali: da quando nel 2010 è stata lanciata la strategia Europa 2020, che tra gli obiettivi prevede anche entro quella data una diminuzione del numero di poveri di 20 milioni, la povertà è aumentata complessivamente di circa 7,5 milioni nell’Ue e ha fatto registrare un leggero calo solo in 6 Stati membri su 28, ma 4 di essi presentavano livelli ben al di sopra della media europea. In alcuni Paesi poi si è registrato un forte aumento, tra questi l’Italia dove in 7 anni è raddoppiato il numero di persone che vivono in povertà assoluta (sono circa 6 milioni, a cui si aggiungono 10 milioni in povertà relativa). La crisi economico-finanziaria degli ultimi anni non ha certo aiutato, ma sarebbe sbagliato addossarle ogni responsabilità. La crisi è l’inevitabile risultato di un modello economico-finanziario che crea diseguaglianze e povertà e che, nonostante i proclami, non è stato messo realmente in discussione. Le stesse politiche adottate finora nel tentativo di superare la crisi hanno ulteriormente aggravato la situazione, come testimoniano gli indicatori sociali, rafforzando una visione cinica secondo cui alcuni livelli di povertà sono semplicemente effetti collaterali di crescita e sviluppo economico. Tra le cause della povertà, spiegano gli studiosi della materia, la disoccupazione di lunga durata, la segmentazione del mercato del lavoro e la polarizzazione dei salari, a cui va aggiunto l’impatto delle riduzioni dei trasferimenti sociali adottate dalla maggior parte dei governi dell’Ue per ripristinare la sostenibilità finanziaria dei sistemi di Welfare.

La questione occupazionale è centrale nell’Ue: quasi 25 milioni di disoccupati, di cui 5 milioni circa sono giovani under 25, circa 10 milioni di sottoccupati lavoratori part-time, oltre 9 milioni di persone disponibili a lavorare ma che non cercano lavoro, circa 18 milioni di lavoratori poveri. Tutte situazioni di difficoltà economiche che si estendono alle famiglie di queste persone moltiplicando i numeri della precarietà, della deprivazione materiale, del rischio di povertà. Servono dunque interventi reali (non Vertici “di facciata” come quello svoltosi recentemente a Milano su iniziativa della presidenza italiana dell’Ue) che vadano nella direzione di una crescita sostenibile e inclusiva, che investano in posti di lavoro di qualità, in servizi e protezione sociale, interventi multisettoriali che coinvolgano tutte le parti interessate in tutte le fasi, dalla progettazione alla realizzazione fino al monitoraggio. Solo se diventa una priorità politica la lotta alla povertà e all’esclusione sociale può avere successo: come sostengono i membri del network europeo anti-povertà Eapn, «prima che sia troppo tardi è il momento di fare sul serio su una delle sfide più grandi per la democrazia europea».

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