Il lavoro immigrato salverà l’Ue

settembre 2014

Un Rapporto Ue-OCSE evidenzia l’importanza dell’immigrazione per il mercato del lavoro europeo di fronte all’invecchiamento della popolazione e alla carenza di competenze

Garantire una mobilità equa dei lavoratori all’interno dell’Ue, migliorare la formazione per colmare le disparità di competenze esistenti, garantire condizioni di lavoro dignitose per i lavoratori e una migliore integrazione dei lavoratori di Paesi terzi: tutto ciò può contribuire in modo significativo alla soluzione dei problemi legati all’invecchiamento della popolazione e alla futura mancanza di competenze nel mercato del lavoro europeo. È quanto sottolinea un Rapporto congiunto Commissione Ue-Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) intitolato Matching Economic Migration with Labour Market Needs (Conciliare la migrazione economica con le esigenze del mercato del lavoro).

«Può risultare sorprendente che si discuta di come conciliare la migrazione economica con le esigenze del mercato del lavoro in un momento in cui molti Paesi europei si trovano ad affrontare una disoccupazione persistente e una reazione sempre più negativa alla migrazione. Tuttavia un uso più efficiente delle competenze dei migranti permetterebbe già oggi all’Europa di trovarsi in una situazione migliore – sostiene Stefano Scarpetta, direttore dell’Ocse per l’Occupazione, il lavoro e gli affari sociali –. Un’integrazione efficace dei migranti e dei loro figli, unita a sistemi più efficienti di gestione della migrazione di manodopera capaci di soddisfare le esigenze reali, risulta fondamentale per rafforzare la coesione sociale e per migliorare la competitività dell’Europa».

Il Rapporto è frutto di un lavoro di collaborazione di tre anni tra la Commissione europea e l’Ocse, svolto con l’obiettivo appunto di analizzare le interconnessioni tra la circolazione dei lavoratori e le esigenze dei mercati del lavoro. Dal 2012, con il “pacchetto per l’occupazione” e la visione di un mercato del lavoro europeo, sono state intraprese dall’Ue varie iniziative per eliminare gli ostacoli alla mobilità dei lavoratori. La Commissione ha inoltre adottato misure a sostegno dell’integrazione dei cittadini di Paesi terzi attraverso il Fondo per l’integrazione e fornito orientamenti per l’integrazione nel mercato del lavoro dei migranti.

Calo demografico e carenze di competenze

In Europa, secondo le previsioni attuali, tra il 2013 e il 2020 la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) diminuirà di 7,5 milioni (-2,2%), mentre nell’insieme dei Paesi dell’Ocse aumenterà nella stessa proporzione. In uno scenario privo di migrazione netta ci si attenderebbe un ulteriore calo della popolazione in età lavorativa dei 28 Paesi dell’Ue, fino a un massimo di 11,7 milioni (-3,5%) entro il 2020.

Le conseguenze di tale riduzione non sono solo demografiche: il mercato del lavoro infatti è una realtà dinamica in cui le professioni variano, per cui le disparità e le carenze di competenze diverranno una questione di fondamentale importanza per l’Ue. Secondo l’Indagine sull’impresa europea 2013 realizzata da Eurofound, nonostante la stagnazione del mercato del lavoro il 40% delle imprese dell’Ue ha difficoltà a reperire manodopera con le competenze necessarie. Nel complesso, i dati disponibili suggeriscono che nella maggioranza dei Paesi dell’Ocse, nel corso del prossimo decennio, le esigenze di manodopera si concentreranno in alcune professioni specifiche, che richiedono competenze elevate ma anche intermedie.

In questo contesto, il Rapporto delinea tre risposte programmatiche complementari:

promuovere la mobilità del lavoro all’interno dell’Ue per garantire una migliore ripartizione delle competenze;

migliorare l’integrazione dei migranti provenienti da Paesi terzi per garantire un utilizzo più intelligente delle loro competenze;

attrarre i lavoratori migranti altamente qualificati di cui ha bisogno il mercato del lavoro dell’Ue.

Ad esempio, i migranti intra-comunitari presentano un tasso di occupazione (68%) più alto rispetto a quello dei cittadini autoctoni (64,5%) e la mobilità all’interno dell’Ue permette un uso più efficiente delle risorse umane tramite il trasferimento di manodopera e competenze dalle regioni o dai Paesi di minor domanda a quelli in cui sono maggiormente richiesti.

E ancora, nel 2013 il tasso di occupazione dei cittadini di Paesi terzi residenti nell’Ue era inferiore di 12 punti percentuali rispetto a quello della media dei cittadini (52,6% contro 64,5%), con un divario ancora più marcato nel confronto tra persone con un’istruzione terziaria: questo spreco di capitale umano potrebbe essere ridotto riconoscendo i diplomi stranieri, garantendo agli immigranti l’accesso ai programmi attivi per il mercato del lavoro e fornendo una formazione linguistica adeguata alle competenze dei migranti nei Paesi di destinazione.

È poi necessario, osserva il Rapporto, un incontro più efficiente tra domanda e offerta di lavoro con l’apertura di canali legali d’ingresso e la possibilità per i datori di lavoro di individuare i potenziali lavoratori migranti.

INFORMAZIONI
Tassi di occupazione in crescita nell'UE

Tassi di occupazione in crescita nell'UE

: dato non disponibile

Fonte: Eurostat, 30 luglio 2014


I PUNTI CHIAVE DEL RAPPORTO UE-OCSE SUL LAVORO MIGRANTE

In Europa, la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) dovrebbe diminuire del 2,2% tra il 2013 e il 2020. Contemporaneamente crescerà nell’area Ocse nella stessa proporzione.

Mobilitare il potenziale dei lavoratori residenti, affrontando il divario di genere e migliorando i risultati del mercato del lavoro per giovani e anziani, è una componente fondamentale della risposta politica, ma anche l’immigrazione svolge un ruolo fondamentale.

Per sfruttare appieno il potenziale dell’immigrazione è necessario un approccio che si concentri su tre fronti: una migliore allocazione delle competenze per favorire la mobilità all’interno dell’Ue; un migliore utilizzo delle competenze dei migranti; lo sviluppo della riserva di competenze.

In Europa, date le grandi differenze tra i mercati del lavoro degli Stati membri ulteriormente amplificate durante la recente crisi, la mobilità interna del lavoro potrebbe contribuire in modo significativo alla crescita complessiva dell’occupazione: scosse asimmetriche del mercato del lavoro (fino a un quarto, secondo alcune stime) potrebbero infatti essere assorbite entro un anno dalla migrazione.

I migranti intra-Ue sono in media più giovani e più istruiti rispetto alla popolazione stabile. Il tasso di over-qualificazione è comunque elevato, in particolare per le persone provenienti da Paesi dell’Europa centrale e orientale dell’Unione europea: oltre la metà dei laureati provenienti da questi Paesi lavora infatti in occupazioni a bassa o media qualificazione. Per migliorare l’utilizzo del potenziale di migrazione intracomunitaria devono quindi essere intensificati gli sforzi per ridurre gli ostacoli alla mobilità.

Gli immigrati tendono ad essere sovrarappresentati su entrambe le estremità della scala di qualificazione, mentre le disparità sul mercato del lavoro tra nati all’estero e loro coetanei nativi aumentano sui livelli più elevati di istruzione/formazione.

Non solo le competenze degli immigrati sono spesso sottoutilizzate, ma lo sono anche quelle dei loro figli cresciuti nel Paese di destinazione. Un uso efficiente delle competenze degli immigrati e lo sviluppo del loro potenziale richiede quindi una serie di misure, tra cui: aumentare la disponibilità delle informazioni e il riconoscimento dei titoli di studio stranieri; fare in modo che gli immigrati abbiano accesso ai programmi attivi del mercato del lavoro e a misure specifiche di sviluppo per migliorarne l’accesso e l’impatto; mettere gli immigrati più direttamente a contatto con i datori di lavoro; assicurarsi che i figli degli immigrati abbiano accesso all’istruzione e alle cure della prima infanzia; fornire formazione linguistica adattata alle competenze dei migranti nei Paesi di destinazione.

Mentre molti Paesi hanno aperto all’immigrazione dei lavoratori altamente qualificati, la migrazione di manodopera proveniente da Paesi terzi rimane bassa in generale, tranne che nei Paesi dell’Europa meridionale dove l’immigrazione riguarda prevalentemente posti di lavoro poco qualificati.

Escludendo la mobilità all’interno dell’Ue, molti posti di lavoro a tutti i livelli di abilità sono attualmente occupati da migranti entrati nell’Ue per motivi diversi dall’accesso al mercato del lavoro (ad es. ricongiungimenti familiari, matrimonio, motivi umanitari ecc.). Inoltre, circa il 40% dei lavoratori migranti reclutati dall’estero hanno lasciato il Paese ospitante entro cinque anni e il 50% di coloro che sono rimasti non svolgono più il lavoro per il quale erano stati originariamente assunti. Questo evidenzia i dubbi sull’efficienza degli strumenti di reclutamento basati sull’individuazione ex ante delle carenze di manodopera.

Per un’immigrazione da lavoro più efficace, le politiche dovrebbero mirare a: un migliore equilibrio tra domanda e offerta di lavoro e migliori meccanismi di salvaguardia; migliorare gli strumenti per consentire ai datori di lavoro di identificare potenziali lavoratori migranti (compresi gli studenti stranieri) e ai migranti in cerca di lavoro di identificare i potenziali datori di lavoro; promuovere l’apprendimento delle lingue dell’Ue all’estero e inserire requisiti linguistici espliciti nelle offerte di lavoro.

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