Editoriale

settembre 2014

Probabilmente è vero che “non c’è limite al peggio”, almeno se si guarda alla questione delle migrazioni verso l’Ue. Tre mesi fa (euronote n. 82, giugno 2014), riportando le stime e i dati relativi alle vittime migranti ai confini dell’Ue scrivevamo che «sono i numeri di una guerra, non di fatalità»: ebbene, in questi ultimi tre mesi si sono susseguiti nel Mar Mediterraneo naufragi di imbarcazioni cariche di migranti che tentavano di raggiungere le coste europee, con stime complessive di morti e dispersi comprese tra le 2200 e le 2500 vittime. La “guerra” continua, dunque, anzi si è inasprita. Due le ragioni principali: da un lato è aumentato sensibilmente negli ultimi mesi il numero di persone in fuga dai rispettivi Paesi che tentano di attraversare il Mediterraneo per trovare rifugio in territorio europeo; dall’altro continuano le incertezze dell’Ue e dei suoi Stati membri in materia di immigrazione e asilo, che non definendo chiari canali d’ingresso agli aventi diritto lasciano colpevolmente ampi spazi alle organizzazioni criminali e al loro lucrare cinicamente sulla disperazione di profughi e migranti. Gran parte di coloro che affrontano la pericolosa traversata del Mediterraneo, con le tragiche conseguenze che si registrano quasi quotidianamente, sono persone in fuga da conflitti e persecuzioni e che avrebbero quindi diritto a un’assistenza umanitaria e ad avanzare richiesta di asilo, osserva l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur-Unhcr). Alle numerose e pressanti richieste di intervento politico per porre fine a questa assurdità l’Ue risponde con il potenziamento delle operazioni di Frontex, ma non è con i controlli in mare che si governa un fenomeno di tali proporzioni e non è scaricando le responsabilità delle morti sulle organizzazioni del traffico di persone che si riducono le vittime.

Il problema di fondo è sempre quello della miopia politica: l’Ue dovrebbe riuscire a guardare oltre l’emergenza e intervenire in modo efficace per porre fine a questa assurda carneficina; poi dovrebbe anche guardare oltre l’immediato e rendersi conto che in prospettiva ha un estremo bisogno di immigrazione, per rimediare all’invecchiamento della popolazione e alla carenza di competenze in vari ambiti. Un’analisi pluriennale svolta da Commissione europea e Ocse, pubblicata recentemente (vedi pag. 4), sottolineando il ruolo fondamentale dell’immigrazione per la sostenibilità socio-economica dell’Ue nei prossimi anni (entro il 2020 la popolazione in età lavorativa diminuirà di 7,5 milioni rispetto a oggi nell’Ue) aggiunge che «un uso più efficiente delle competenze dei migranti permetterebbe già oggi all’Europa di trovarsi in una situazione migliore». Basterebbe considerare l’immigrazione non un problema ma una risorsa, non un’emergenza ma un fenomeno strutturale e governarla di conseguenza.

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