La marcia dei migranti

giugno 2014

Salvaguardare i diritti dei migranti nelle prassi e nelle politiche dell’Ue: per questo una mobilitazione in occasione del prossimo Consiglio europeo

È in corso da qualche settimana una mobilitazione europea per i diritti dei migranti che culmina con una marcia simbolica da Strasburgo a Bruxelles, sedi delle istituzioni europee, e con manifestazioni nella capitale belga nei giorni che precedono il Consiglio europeo del 26-27 giugno, dedicato anche alle questioni dell’immigrazione e dell’asilo. Le modalità, la partecipazione e i promotori di questa mobilitazione passano in secondo piano rispetto all’importanza simbolica di richiamare le istituzioni dell’Ue e i governi degli Stati membri alle loro enormi responsabilità in materia di politiche migratorie.

Sono passati infatti circa otto mesi dai naufragi avvenuti al largo di Lampedusa (ottobre 2013) che costarono la vita a oltre 500 persone: in quell’occasione i leader dell’Ue manifestarono la necessità di interventi urgenti affinché simili tragedie non potessero più ripetersi. A parte la creazione di una task force per il Mediterraneo, però, i governi dell’Ue non hanno fatto finora nulla di diverso da prima, e infatti le tragedie del mare continuano drammaticamente.

Come denunciano i principali organismi e organizzazioni internazionali, così non si può e soprattutto non si deve proseguire: la salvaguardia dei diritti fondamentali dei migranti, dentro e fuori l’Ue, deve essere una priorità nella definizione di qualsiasi intervento o politica in materia. L’accoglienza, la protezione, così come i controlli e gli eventuali respingimenti devono avvenire nel totale rispetto degli standard definiti a livello internazionale. Il Rapporto 2014 sui diritti umani pubblicato recentemente dal Consiglio d’Europa rileva nella parte dedicata ai migranti casi diffusi di gravi discriminazioni, condizioni di vita disumane e degradanti, mancanza di accesso alle cure sanitarie minime, scarsa tutela dei richiedenti asilo e dei rifugiati, detenzioni in stazioni di polizia o carceri di migranti e richiedenti asilo senza che queste persone abbiano commesso alcun reato, in alcuni casi tali detenzioni riguardano intere famiglie con bambini.

C’è poi un’ipocrisia di fondo nelle pratiche dell’Ue, per cui è prevista la libera circolazione di merci e capitali ma non delle persone.

Così spiegano le motivazioni della marcia europea i promotori: «Per mettere fine alla violenza e all’ipocrisia del confine, per dare concretezza a quanto affermato nella Carta di Lampedusa, perché le frontiere dell’Europa sono un pezzo della nostra precarietà, tanto più oggi, quando la libertà di movimento è messa in discussione anche per gli stessi cittadini degli Stati membri». Se davvero si vogliono evitare le tragedie dell’immigrazione, sostengono, è necessario «aprire percorsi di arrivo sicuri per chi fugge dalla guerra, rilasciando visti di ingresso nei Paesi da cui fuggono le persone: è l’unico modo per fermare i trafficanti e permettere alle persone di non annegare in mare o morire asfissiate nei containers». Ma il confine agisce ancor prima della frontiera del mare, si legge nel manifesto della marcia europea: «I confini a distanza, quelli dei visti che danno la sicurezza di un ingresso garantito nel territorio europeo, stanno in questo momento impedendo a migliaia di donne, uomini e bambini di fuggire dalle guerre in corso. E anche coloro che riescono ad arrivare in Europa si trovano poi ad attraversare le frontiere di nascosto, con la paura di essere respinti o riportati indietro, a causa del regolamento di Dublino che stabilisce che la domanda d’asilo deve essere presentata nel primo Paese di arrivo». Il messaggio finale della marcia dei migranti rivolto all’Ue è forte e chiaro: «Vogliamo dimostrare che non accettiamo i limiti che ci impone l’Ue tenendoci nei campi d’accoglienza e di detenzione in forma di ghettizzazione. Richiediamo e rivendichiamo invece il nostro diritto umano: la libertà di movimento e circolazione».

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