Editoriale

giugno 2014

Le politiche migratorie europee, che regolano le materie dell’immigrazione e dell’asilo, rientrano in quello che l’Ue definisce lo Spazio di giustizia, libertà e sicurezza, la realizzazione del quale «mira ad assicurare la libera circolazione delle persone e ad offrire un livello elevato di protezione ai cittadini». È una storia lunga quella della libera circolazione delle persone in Europa, nozione nata con gli accordi intergovernativi di Schengen nel 1985 e la successiva Convenzione del 1990 che abolirono i controlli alle frontiere tra i Paesi partecipanti. La cooperazione Schengen è poi divenuta parte del quadro giuridico e istituzionale dell’Ue ed estesa a quasi tutti i Paesi membri e ad alcuni Paesi europei extra Ue. Lo Spazio di giustizia, libertà e sicurezza è stato strutturato negli ultimi 15 anni attraverso i programmi di Tampere (1999-2004), dell’Aia (2004-2009) e di Stoccolma (2010-2014). Si tratta dunque di una materia fondamentale per l’Unione europea, la quale sottolinea che «l’eliminazione delle frontiere interne richiede una gestione rafforzata delle frontiere esterne dell’Unione nonché un ingresso e un soggiorno regolamentati dei cittadini extra Ue, anche attraverso una politica comune di asilo e immigrazione».

Ed è proprio questo il nocciolo della questione: a che prezzo si intende realizzare tale Spazio? All’inizio della marcia dei migranti di cui si parla qui a fianco è stato srotolato un elenco delle persone che hanno perso la vita tentando di entrare in questo Spazio europeo: il rotolo ha coperto l’intera piazza Kleber di Strasburgo. Secondo il censimento delle notizie pubblicate dalla stampa internazionale effettuato dal blog Fortress Europe, dal 1988 sono morte lungo le frontiere dell’Europa almeno 19.781 persone (dato aggiornato al 15 giugno 2014); di cui 2352 soltanto nel corso del 2011, almeno 590 nel 2012 e 801 nel 2013. Nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico verso le Canarie sono annegate 14.852 persone, 9119 delle quali non sono mai state recuperate; nel solo Canale di Sicilia tra la Libia, l’Egitto, la Tunisia, Malta e l’Italia le vittime sono state 7283, di cui 5360 dispersi.

Sono i numeri di una guerra, non di fatalità. Ai quali andrebbero aggiunti i costi sociali dello sfruttamento e delle condizioni degradanti di cui sono vittime molti dei migranti che “fortunatamente” non hanno perso la vita. E se finora (vergognosamente) nessuno è stato chiamato a risponderne è assolutamente urgente che si richiamino i governi e le istituzioni dell’Ue alle loro responsabilità per porre fine a questa strage. Non è infatti più accettabile che si definisca e si programmi uno Spazio di giustizia, libertà e sicurezza interno all’Ue ignorando o ancor peggio sottovalutando quanto avviene appena fuori confine, considerando una sorta di “effetti collaterali” le morti e le tragedie che colpiscono migliaia di persone.

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