Il messaggio elettorale

maggio 2014

L’elevato astensionismo e il forte aumento dell’euroscetticismo segnalano la sfiducia della maggioranza dei cittadini europei nell’attuale Unione europea e nelle sue politiche

«Gli elettori hanno mandato un avvertimento a tutti i partiti tradizionali e di governo: i cittadini europei sono stufi di disoccupazione, austerità e calo dei livelli di vita. Per i cittadini la crisi non è finita. Salvare l’euro è stato un inizio, ma la vera sfida è fare in modo che 26 milioni di disoccupati in Europa tornino a lavorare. Continuare con l’austerità non è la risposta, servono grandi investimenti a livello europeo e nazionale per guidare la crescita sostenibile e la creazione di posti di lavoro. L’Unione europea è spesso accusata di essere un progetto elitario, e il perseguire politiche economiche per le quali i cittadini pagano gli errori commessi delle banche ha fortemente rafforzato questa impressione. È dunque necessario un cambiamento nella politica europea: l’Ue deve concentrarsi sulle esigenze dei suoi cittadini».

Con queste parole Bernadette Ségol, segretario generale della Confederazione europea dei sindacati (Ces), ha commentato l’esito delle elezioni europee svoltesi nei 28 Stati membri dell’Ue nei giorni 22-25 maggio scorsi, interpretando in modo chiaro e sintetico il forte messaggio giunto dai cittadini: la richiesta di un cambiamento.

L’alta percentuale di astensioni (57% degli aventi diritto al voto), seppur stabile rispetto alle elezioni europee del 2009 ma non per questo poco preoccupante, mostra come una larga maggioranza dei cittadini europei non creda affatto in questa Unione europea. Se a ciò si aggiunge la crescente percentuale di cittadini che ha espresso voto favorevole per formazioni politiche esplicitamente contrarie all’Unione politica e monetaria, o fortemente critiche, allora si constata come il giudizio negativo sull’attuale Ue e le sue politiche sia ampiamente diffuso in gran parte della popolazione europea. E dato che la linea politica dell’Ue è rimasta finora più intergovernativa che comunitaria, cioè sostanzialmente dettata dai governi degli Stati membri dell’Ue (e neanche da tutti), i partiti di governo hanno subito sonore sconfitte nella maggior parte dei Paesi dell’Ue, ad eccezione dell’Italia dove il neo governo incarna nella percezione (o meglio nelle speranze) di larga parte dell’elettorato quel cambiamento considerato necessario.

In vario modo è dunque stato espresso un chiaro voto di protesta contro politiche che non hanno finora portato al superamento di una crisi che ancora grava sui cittadini dell’Unione europea: «Con 26 milioni di disoccupati, 7,5 milioni di giovani che non studiano, non si formano e non lavorano, salari diminuiti in 18 Paesi dell’Ue su 28, livelli di povertà e disuguaglianza inaccettabilmente elevati, la crisi è tutt’altro che finita» osservano i sindacati europei, che da tempo chiedono una svolta politica alle istituzioni dell’Ue (si veda “euronote” n. 78/ febbraio 2014).

Fronte critico sempre più rilevante

Oltre all’elevato astensionismo, fenomeno che incorpora livelli tali di critica e disillusione da portare al rifiuto, al non riconoscimento delle istituzioni europee e del loro ruolo, tra i votanti si è registrato un forte aumento del fronte cosiddetto “euroscettico”, sono cioè aumentati in modo significativo i consensi per le molte formazioni politiche che in vario modo esprimono forti critiche all’Unione europea.

Se i due principali gruppi politici del Parlamento europeo, quello popolare e quello socialista, hanno sostanzialmente confermato il numero di seggi della precedente legislatura (in calo i popolari che però restano il gruppo più numeroso, in lievissimo aumento i socialisti che si confermano il secondo gruppo politico dell’Europarlamento), il successo elettorale di vari partiti definiti “euroscettici” o “eurocritici” soprattutto in alcuni Stati membri quali Francia, Regno Unito, Austria, Danimarca, Paesi Bassi ma un po’ ovunque, ha fatto crescere in modo rilevante il loro “peso” politico all’interno del Parlamento: un 20% circa di “euroscettici” estremisti e un 10-15% circa di “euroscettici” moderati. Secondo tutti gli analisti si tratta di voti di protesta rispetto ai partiti tradizionali e alle politiche insufficienti o addirittura fallimentari adottate finora, un malessere diffuso che spinge una parte crescente dell’elettorato a provare qualcosa di nuovo, un’alternativa, spesso senza rispecchiarsi totalmente nei programmi e nelle posizioni espresse da queste formazioni (in molti casi estremamente nazionalistiche e in alcuni esplicitamente razziste e xenofobe).

«Non penso che improvvisamente il 20% degli elettori europei diventi fascista. Penso solo che le persone siano disperate e non credano più nella capacità dei partiti tradizionali di risolvere i problemi del mondo moderno. In fondo negli ultimi 20 anni li hanno sempre votati sistematicamente. Ora hanno realizzato che questo non ha prodotto nessun risultato» sostiene Olivier Costa, direttore degli Studi del dipartimento di Politica europea del College of Europe di Bruges, il più antico istituto di studi europei (fonte Lettera43.it). L’affermazione diffusa di queste formazioni politiche in molti casi è poi stata agevolata dalla sottovalutazione delle elezioni europee da parte dei partiti tradizionali, elezioni considerate meno importanti di quelle nazionali.

Questo fronte euroscettico non è però omogeneo, presenta al suo interno posizioni molto diverse tra loro e spesso contrastanti tanto da rendere impossibile la formazione di un unico gruppo politico: la possibilità di incidere realmente sulle politiche europee dipenderà dalla capacità dei rappresentanti europarlamentari di queste formazioni di trovare accordi politici.

Cambiamento: gruppi politici ora messi alla prova

«Tutti i leader politici a livello nazionale ed europeo devono riflettere sulle loro responsabilità, dopo queste elezioni» ha dichiarato l’uscente presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, secondo il quale va considerato che «le elezioni seguono la più grande crisi finanziaria, economica e sociale da decenni». Barroso ritiene che per i gruppi politici europei tradizionali sia questo «il momento di stare insieme e di definire il modo in cui l’Unione deve andare avanti» e sottolinea come «le preoccupazioni del voto di protesta e di chi non ha votato vengono risolte al meglio con decise azioni per la crescita e la creazione di posti di lavoro».

Così, come auspicato anche da Barroso, alla luce dei risultati elettorali ora la parola più utilizzata da tutti i leader politici dei partiti e dei gruppi politici europei tradizionali è “cambiamento”. Tutti dichiarano la necessità di cambiare l’Ue e le sue politiche, anche se le esigenze e le soluzioni proposte sono varie e spesso distanti. Ora è previsto un mese di trattative politiche per la definizione delle principali cariche istituzionali, dopodiché inizieranno le attività del nuovo Parlamento e della nuova Commissione che renderanno evidente l’effettiva volontà o meno di cambiare veramente il corso dell’Unione europea.

I GRUPPI POLITICI AL PARLAMENTO EUROPEO
Concluse le elezioni europee molti dei deputati eletti dovranno integrare – o formare – un gruppo politico transnazionale sulle basi delle affinità politiche. I gruppi politici hanno numerosi vantaggi, ma per essere riconosciuti come tali, devono rispettare alcuni parametri. I gruppi politici ufficiali formati al Parlamento europeo dovrebbero essere creati entro fine giugno, poco prima della prima sessione plenaria dell’1 luglio.
Per essere riconosciuto un gruppo politico deve essere composto da almeno 25 deputati eletti in sette Stati membri (almeno un quarto di tutti i Paesi). Quando un gruppo politico è costituito, il presidente del Parlamento europeo deve essere informato del suo nome, la sua composizione e leadership.
Ogni gruppo è responsabile della propria organizzazione interna approvando uno o più co-presidenti, un ufficio di presidenza e un segretariato.
I gruppi politici giocano un ruolo fondamentale nella costruzione dell’agenda del Parlamento, scegliendo il presidente, i vicepresidenti, i presidenti delle commissioni e i relatori, e anche il tempo di parola durante i dibattiti.
Alcuni membri non appartengono a nessun gruppo politico, i non iscritti.
Nel Parlamento uscente ci sono sette gruppi politici che rappresentano più di 100 partiti dai 28 Stati membri.
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