Editoriale

maggio 2014

Come ad ogni tornata elettorale, anche per le elezioni europee svoltesi nei giorni 22-25 maggio scorsi nei 28 Paesi dell’Unione europea i risultati sono stati oggetto di interpretazioni varie e di non poche strumentalizzazioni. È però importante capire cosa è successo, non tanto per sapere chi ha vinto e chi ha perso ma piuttosto per comprendere cosa hanno voluto esprimere i cittadini europei. Osservando in modo non superficiale i numeri di queste elezioni, tutti i numeri, alcuni elementi risultano essere piuttosto chiari. Il primo dato rilevante, passato erroneamente perlopiù in secondo piano, è quello relativo all’astensionismo. L’affluenza alle urne è stata mediamente a livello di Unione europea del 43,09%, dato positivo secondo alcuni osservatori perché ha invertito una tendenza costante al ribasso nelle elezioni europee dal 61,99% del 1979 al 43% del 2009. Intanto potrebbe essere utile andare al di là del dato medio e cercare di capire perché in quasi tutti i nuovi Stati membri (tranne Malta), quelli cioè dell’Europa orientale entrati a far parte dell’Ue dal 2004 in poi, l’affluenza è stata ben al di sotto della media con dei minimi incredibili del 13% in Slovacchia e intorno al 20% in Repubblica Ceca, Slovenia e Polonia: qualche domanda in più sull’impatto che le modalità dell’allargamento hanno avuto sui cittadini sarebbe opportuna. Ma anche considerando semplicemente il dato medio dell’affluenza, si può osservare come quasi il 57% dei 400 milioni di cittadini europei aventi diritto al voto si è astenuto, ciò significa che circa 228 milioni di persone non hanno votato. Le motivazioni possono essere varie, ma resta il fatto che la netta maggioranza dei cittadini europei crede così poco in questa Unione europea da non recarsi nemmeno a votare per il rinnovo delle sue istituzioni. Tra quella minoranza di europei che invece ha voluto esprimere il proprio voto, una quota rilevante ha scelto di votare per formazioni politiche fortemente critiche rispetto al progetto stesso di Unione politica e monetaria, i cosiddetti “euroscettici”. Questa quota è comunemente stimata intorno al 20% dei votanti, cioè circa 34-35 milioni di persone.

Se si sommano gli astenuti e gli “euroscettici” si deduce che solo un terzo circa degli europei ha votato per i partiti tradizionali, quelli cioè che hanno portato l’Ue ad essere ciò che è ora: i due terzi degli europei sono sostanzialmente contrari a questa Unione europea. Considerando infine che anche tra i gruppi politici tradizionali, quindi sostenitori dell’Ue, la maggior parte ha espresso più o meno recentemente la necessità di rivedere le politiche europee, risulta evidente che è l’attuale modello di Unione europea ad aver perso nettamente le elezioni. Ora tutti vogliono cambiarlo, sul come però le posizioni sono varie e contrastanti, mentre il paradosso è che i soggetti politici che dovrebbero attuare il cambiamento sono gli stessi che hanno governato finora l’Ue.

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