Editoriale

aprile 2014

Parafrasando uno slogan molto diffuso qualche anno fa tra i movimenti di critica alla globalizzazione neoliberista, oggi a proposito del processo di costruzione europea si potrebbe dire che “un’altra Unione europea non è possibile ma necessaria”. L’attuale Ue, infatti, sprofondata nella crisi economico-finanziaria poi divenuta sociale non ha saputo uscirne, è in forte ritardo sulla maggior parte degli obiettivi che si è posta, è fortemente squilibrata al suo interno e segna ancora un’eccessiva e preoccupante distanza tra i principi, nobili e condivisibili, e una realtà profondamente diversa.

Lo evidenzia ad esempio la Spring Alliance, un’interessante iniziativa che segnaliamo in queste pagine e che mette insieme le più grandi reti europee di organizzazioni, gruppi e associazioni che operano negli ambiti sociale, ambientale, del lavoro e della cooperazione. Un’Alleanza mai vista finora, per dimensioni di rappresentanza (migliaia di organizzazioni di tutti i Paesi europei) e per trasversalità dei contenuti (in passato raramente uniti alla ricerca di sinergie), che ha prodotto un manifesto in cui analizza la situazione, definisce le sfide da affrontare e propone delle soluzioni, chiedendo alle istituzioni dell’Ue rinnovate dalle prossime elezioni un cambiamento radicale.

Nel 2010 infatti, osserva la Spring Alliance, i leader dell’Ue avevano approvato un ordine del giorno chiaro: realizzare cinque obiettivi per il 2020 nei settori dell’occupazione, della ricerca e innovazione, del cambiamento climatico e sostenibilità energetica, dell’istruzione, della povertà e dell’esclusione sociale. Erano obiettivi realistici contenuti in una strategia (Europa 2020) che rappresenta un buon strumento con cui creare un progetto comune. Come però evidenziato anche da una Relazione ufficiale dell’Ue (vedi euronote n. 79, pag. 3) il bilancio dei primi quattro anni è negativo: pochi i progressi e gravi ritardi in materia sociale, occupazionale e di lotta alla povertà.

La ragione di un tale fallimento, spiegano i membri dell’Alleanza europea di Ong, è da imputare in larga misura all’approccio adottato finora nel rispondere alla crisi economica: politiche economiche sbagliate e scarso controllo democratico della governance; errori nelle riforme dei sistemi di Welfare e nel consolidamento dei bilanci pubblici; un bilancio dell’Ue che non orienta i fondi verso la convergenza tra regioni, investimenti sostenibili e lotta alla povertà; un approccio sbagliato in tema ambientale ed energetico. E poi un errore di “governo” che probabilmente lascerà il segno alle prossime elezioni europee: «Mentre la società civile di tutto il mondo ha mostrato vitalità e ha sollevato domande circa la rivitalizzazione necessaria dei processi democratici, a livello europeo si è assistito ad una contrazione dello spazio per il dialogo sociale e civile».

La società civile europea pretende dunque, con ragione, «un’Europa migliore».

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