Diritti non solo sulla Carta

aprile 2014

La quarta Relazione annuale sull’applicazione della Carta europea dei diritti fondamentali evidenzia la sua crescente rilevanza e legittimazione nelle politiche e nelle pratiche dell’Ue

Dal dicembre 2009, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, è diventata giuridicamente vincolante la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, testo che sancisce i diritti che rispecchiano i valori comuni dell’Ue e il suo retaggio costituzionale. Al fine di garantirne poi un’effettiva attuazione, nell’ottobre 2010 la Commissione europea adottò un’apposita strategia, elaborando una check-list dei diritti fondamentali (per rafforzare la valutazione dell’impatto delle sue proposte legislative su tali diritti), impegnandosi a fornire ai cittadini informazioni sulle sue facoltà di intervento nelle questioni legate ai diritti fondamentali e a pubblicare una Relazione annuale sull’applicazione della Carta per controllare costantemente i progressi compiuti.

Lo scorso 14 aprile è così stata pubblicata la quarta Relazione, che evidenzia come la Carta dei diritti fondamentali stia assumendo un crescente rilievo a livello europeo: sempre più spesso la Corte di giustizia dell’Ue applica la Carta nella proprie decisioni e i giudici nazionali sono maggiormente consapevoli del suo impatto, chiedendo orientamenti alla Corte europea di giustizia.

Dal canto suo la Commissione europea conferma di porre i diritti fondamentali al centro di tutte le politiche dell’Ue: «Quasi quattro anni dopo la presentazione della strategia sull’attuazione della Carta, siamo riusciti a rafforzare nelle istituzioni dell’Ue una vera e propria cultura dei diritti fondamentali. Tutti i commissari giurano sulla Carta dei diritti fondamentali, ogni proposta legislativa europea viene controllata per garantirne la conformità alle disposizioni della Carta e gli organi giurisdizionali europei e nazionali hanno progressivamente reso questo documento un punto di riferimento delle loro decisioni» ha dichiarato la commissaria europea per la Giustizia, i Diritti fondamentali e la Cittadinanza, Viviane Reding. Secondo la commissaria, inoltre, «la Carta dei diritti fondamentali è uno strumento vivo che funge sempre più da vera e propria rete di sicurezza e da guida per le istituzioni europee, per gli Stati membri e gli organi giurisdizionali. Posso immaginare che un giorno i cittadini degli Stati membri saranno in grado di appellarsi direttamente alla Carta, senza la necessità di un chiaro legame col diritto europeo. La Carta dovrebbe essere la “Dichiarazione dei diritti” propria dell’Europa».

Cresce il riferimento alla Carta

Gli organi giurisdizionali dell’Ue (Corte di giustizia, Tribunale e Tribunale della funzione pubblica) fanno sempre più spesso riferimento alla Carta dei diritti fondamentali nelle loro decisioni e ne hanno ulteriormente chiarito l’applicabilità. Il numero di decisioni di tali organi giurisdizionali nella cui motivazione viene citata la Carta è passato da 43 nel 2011 a 87 nel 2012 a 114 nel 2013, cioè quasi triplicato in tre anni. Analogamente, anche gli organi giurisdizionali nazionali si sono richiamati sempre di più alla Carta nel rivolgere alla Corte di giustizia domande di pronuncia pregiudiziale: nel 2012, tali riferimenti sono aumentati del 65% rispetto al 2011, passando cioè da 27 a 41. Nel 2013 il numero di rinvii è rimasto a 41, come nel 2012.

L’aumento dei riferimenti pubblici alla Carta ha contribuito ad una miglior consapevolezza verso questo documento: nel 2013 la Commissione ha ricevuto quasi 4000 lettere di cittadini relative a questioni legate ai diritti fondamentali. Di queste, solo il 31% riguardava situazioni completamente al di fuori della competenza dell’Ue (contro il 69% nel 2010 e il 42% nel 2012). Le domande più frequentemente poste nella corrispondenza del pubblico con i centri di informazione Europe Direct hanno riguardato la libera circolazione e il soggiorno (48% del numero totale di richieste di informazione), i diritti dei consumatori (12%), la cooperazione giudiziaria (11%), la cittadinanza (10%), i diritti sociali e la lotta contro la discriminazione (5%) e la protezione dei dati (4%).

La Commissione ha anche ricevuto oltre 900 interrogazioni dal Parlamento europeo e circa 120 petizioni.

Azioni per promuovere la Carta

La Commissione europea può proporre atti legislativi dell’Ue che difendano i diritti e i principi della Carta. Così, nel 2013 sono state introdotte cinque misure giuridiche per rafforzare le garanzie per i cittadini dell’Ue nei procedimenti penali, fra cui misure per assicurare il rispetto della presunzione d’innocenza per tutti i cittadini sospettati o accusati dalla polizia e dalle autorità giudiziarie, il diritto di essere presenti al processo, particolari garanzie ai minori che affrontano procedimenti penali, l’ammissione al patrocinio provvisorio a spese dello Stato nelle fasi iniziali dei procedimenti, in particolare per le persone oggetto di un mandato d’arresto europeo.

In materia di diritti delle vittime, nel 2013 è stata adottata un’importante direttiva sul diritto di accesso a un difensore.

L’integrazione dei rom è poi un altro settore in cui l’Ue continua a rafforzare la tutela della parità dei diritti e a promuovere l’adozione di misure positive. La Commissione ha esaminato i progressi delle strategie nazionali di integrazione dei rom e ha delineato i primi risultati ottenuti nei 28 Paesi dell’Ue. Tutti gli Stati membri, inoltre, si sono impegnati a migliorare l’integrazione economica e sociale delle comunità rom, attraverso l’adozione unanime di una raccomandazione del Consiglio proposta dalla Commissione nel giugno 2013.

INFORMAZIONI

PROGRESSI COSTANTI MA NON SUFFICIENTI NELL’UGUAGLIANZA DI GENERE
La Relazione della Commissione europea sull’applicazione della Carta dei diritti fondamentali è stata accompagnata da una Relazione specifica sui progressi realizzati nell’attuazione della Strategia europea per la parità di genere nel 2013.
L’azione volta a migliorare la parità tra donne e uomini, con misure per colmare il divario di genere occupazionale, retributivo e pensionistico, combattere la violenza e promuovere la parità nel processo decisionale, ha portato risultati, secondo le valutazioni della Commissione: il divario retributivo di genere, pur attestandosi ancora al 16,4% a livello europeo, va concretamente riducendosi; il tasso di occupazione ha raggiunto il 63% rispetto al 58% di 10 anni fa; aumenta il numero di donne ai vertici aziendali, con una percentuale di donne nei consigli di amministrazione passata dall’11% del 2010 al 17,8% del 2014, progressi che sono stati 4 volte superiori rispetto a quelli registrati dal 2003 al 2010; l’Ue ha poi cofinanziato 14 campagne governative nazionali contro la violenza di genere (con un contributo di 3,7 milioni di euro), come pure progetti gestiti da organizzazioni non governative (con un contributo di 11,4 milioni di euro); è migliorata anche l’azione di assistenza all’infanzia, così dal 2007 la percentuale di bambini che frequentano strutture formali di assistenza è aumentata notevolmente, dal 26% del 2007 al 30% del 2011 per i bambini al di sotto dei tre anni e dall’81% all’86% per i bambini fra i tre anni e l’età della scuola obbligatoria.
Tuttavia, sottolinea la Relazione, molto resta ancora da fare: al ritmo attuale ci vorranno circa 30 anni per raggiungere l’obiettivo dell’Ue del 75% di donne occupate, 70 anni affinché la parità retributiva diventi realtà e 20 anni per una pari rappresentanza nei Parlamenti nazionali (almeno il 40% per ciascun genere).
Infatti, osserva la Commissione, malgrado il 60% dei laureati siano donne le retribuzioni femminili sono ancora del 16% inferiori rispetto a quelle degli uomini per ora lavorata. Inoltre le donne tendono più spesso a lavorare a tempo parziale (il 32% contro l’8,2% degli uomini) e interrompono la carriera per occuparsi di altri membri della famiglia. Ne consegue un divario di genere pensionistico del 39%. Le vedove e i genitori singoli — il più delle volte madri — sono tra i gruppi più vulnerabili, e oltre un terzo delle famiglie monogenitoriali ha un reddito insufficiente.
Sulle donne continua a gravare il lavoro non retribuito in casa e in famiglia: le donne dedicano in media 26 ore a settimana ad attività domestiche e di assistenza, contro le 9 ore degli uomini.
La presenza di donne ai posti di comando è ancora poco diffusa: le donne costituiscono in media il 17,8% dei membri dei consigli di amministrazione delle maggiori società quotate in borsa, il 2,8% degli amministratori delegati, il 27% dei ministri e il 27% dei parlamentari.
I risultati della prima indagine dell’Ue sulla violenza contro le donne, svolta dall’Agenzia dell’Ue per i diritti fondamentali che ha intervistato 42.000 donne, mostrano che una donna su tre (33%) ha subito violenza fisica e/o sessuale dall’età di 15 anni.
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