Editoriale

febbraio 2014

La crisi in corso in Europa continua ad avere conseguenze varie e spesso impreviste. Iniziata come crisi finanziaria e trasformatasi presto in economica ha poi avuto forti ripercussioni sociali, con un diffuso peggioramento delle condizioni di vita dei cittadini. Sia tra le cause che nelle non sempre inevitabili conseguenze sociali sono evidenti le responsabilità politiche a vari livelli, derivanti da una crisi politico-istituzionale non recente che la crisi sistemica ha semplicemente messo in evidenza. Vari sono i segnali ora di una crisi anche culturale-valoriale che, data la sua complessità, è difficilmente collocabile in modo netto tra le cause o invece tra le conseguenze di questa situazione di crisi generalizzata. Si tratta però indubbiamente della più pericolosa tra le crisi perché mentre per le altre è possibile, volendolo, trovare soluzioni nel breve o addirittura brevissimo periodo, una crisi di questo genere ha radici profonde, tempi lunghi e modalità di soluzione complesse e delicate, ma soprattutto può influenzare, modificare e addirittura creare tutte le altre tipologie di crisi. Vari gli esempi dell’attualità europea che evidenziano questa situazione.

L’ultimo in ordine cronologico è stato il referendum popolare svoltosi il 9 febbraio scorso in Svizzera (non Stato membro dell’Ue ma Paese assolutamente europeo), con cui i cittadini elvetici hanno deciso di limitare la libera circolazione dei cittadini stranieri (prevalentemente comunitari) nel loro Paese. Al di là delle ragioni favorevoli e contrarie, delle varie strumentalizzazioni politiche e delle ripercussioni sui rapporti bilaterali Ue-Svizzera (vedi pag. 3), sta di fatto che la popolazione ha votato a maggioranza questa decisione e quindi sorge spontanea la domanda: quale percezione hanno i cittadini (non solo svizzeri) della libera circolazione, è considerata un diritto o no?

Oppure si pensi alla proposta di legge spagnola sull’aborto, che riporta indietro di decenni sulla strada dei diritti civili, in un Paese che pochi anni fa era preso a esempio di progressismo. Anche in questo caso c’è da chiedersi: ma la libertà di scelta e di autodeterminazione della donna è considerata un diritto oppure no?

E si potrebbe purtroppo continuare con esempi simili relativi a tutti i diritti civili, sociali, economici e addirittura umani. Quel che è certo è che i diritti non sono mai definitivi e non vanno mai dati per scontati, vanno invece sempre difesi e rivendicati; anche in questa Europa in piena crisi di identità, una crisi la cui intensità sarà certamente misurata dalle prossime elezioni europee.

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