Editoriale

gennaio 2014

Le coincidenze sono spesso strane ma quasi mai casuali. Soprattutto, se ragionate possono aiutare a capire molte cose e ad agire di conseguenza. È quanto accade ad esempio all’Unione europea in questo 2014. Un anno importante, per certi versi decisivo, che porterà a grandi cambiamenti istituzionali con un nuovo Parlamento e una nuova Commissione, sarà gestito da due tra i Paesi più “sgangherati” dell’Unione, cioè la Grecia e l’Italia. La Grecia ha infatti appena iniziato il suo semestre di turno alla presidenza dell’Ue e nel luglio prossimo passerà il testimone all’Italia. Pur con forti differenze politiche, sociali, economiche, strutturali, sistemiche in altre parole, si tratta di due Paesi accomunati dall’essere quasi sempre i peggiori nella varie classifiche che riguardano le condizioni socio-economiche degli Stati membri dell’Ue. Disoccupazione elevata, elevatissima tra i giovani; livelli di povertà ed esclusione sociale preoccupanti e in aumento; forti diseguaglianze socio-economiche e di genere; protezione sociale insufficiente (ad esempio sono gli unici due Paesi dell’Ue a non disporre di schemi di reddito minimo); diritti spesso non garantiti a cittadini autoctoni e soprattutto a quelli immigrati; sistemi di Welfare fortemente ridimensionati a fronte di tassazioni e imposizioni fiscali da record; sistemi produttivi profondamente diversi ma entrambi in gravi difficoltà; scarsi investimenti in ricerca e innovazione; debiti pubblici alle stelle; livelli elevati di inefficienza pubblica e corruzione; classi politiche poco legittimate e governi instabili. Inoltre la Grecia ha rischiato pochi mesi fa di essere addirittura espulsa dall’euro, mentre l’Italia è frequentemente richiamata per inadempienze di vario genere nell’attuazione delle normative europee.

Insomma, due Paesi non proprio modello di ciò che dovrebbe rappresentare l’“essere Stato membro dell’Unione”, perlomeno secondo i principi costitutivi e le norme attuative. Ma è proprio questo aspetto che dovrebbe essere compreso: esiste un’Unione europea teorica, del modello sociale, dei diritti e delle libertà, della stabilità economico-finanziaria; ma esiste soprattutto un’Unione europea di fatto, reale, di Paesi in difficoltà con sistemi politico-amministrativi carenti e cittadini che ne pagano drammaticamente le conseguenze. Questo gap va ridotto al minimo, se non si vuole che l’Ue resti un bel modello in cui però pochi credono.

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