Resta debole l’economia europea

novembre 2012

Recessione o stagnazione che sia, quel che è certo è che l’economia dell’Ue non da segni di ripesa significativi. Secondo le stime di Eurostat, considerando le variazioni di crescita del Pil tra il secondo e il terzo trimestre dell’anno la zona euro ha fatto segnare un -0,1% e l’intera Unione europea un +0,1%, cioè una situazione sostanzialmente stabile; ma se si prende in considerazione lo stesso periodo dell’anno precedente, allora si rileva una crescita ancor più negativa rispettivamente di -0,6% e -0,4%.

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Dunque, le politiche di rigore adottate finora dai Paesi dell’Ue e ampiamente contestate in tutta Europa per le loro gravi conseguenze sociali (vedi l’inserto di questo numero) non riescono a risollevare l’economia, anzi, probabilmente aggravano la situazione dei Paesi in maggiori difficoltà. Così la Grecia fa registrare un calo del Pil del 7,2% nel terzo trimestre dell’anno, che porta la contrazione della sua economia al 22% in cinque anni. Ma anche l’Italia non va certo bene: nel terzo trimestre 2012 il Pil è diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e del 2,4% nei confronti dello stesso periodo del 2011, un attenuamento rispetto al -0,8% del primo trimestre e al -0,7% del secondo, ma si tratta comunque del quinto trimestre consecutivo di calo. E poi Portogallo (-3,4% su base annua), Cipro (-2,3%), Spagna e Ungheria (-1,6%), Repubblica Ceca (-1,5%), Paesi Bassi (-1,4%), Finlandia e Romania (-0,8%), Belgio (-0,3%) tutti con segno negativo, ma anche gli altri Stati membri si discostano poco dalla crescita zero tranne i Paesi Baltici e la Slovacchia.

Un’economia che resta debole dunque, soprattutto nell’eurozona nonostante sia sostenuta dalle misure della Banca centrale europea (Bce) e malgrado il miglioramento del clima di fiducia sui mercati. È la stessa Bce, nel suo bollettino mensile di novembre, a dichiarare che anche «per l’anno prossimo ci si attende una crescita debole», sottolineando che le stime di crescita nell’eurozona fino al 2014 sono state riviste al ribasso dagli economisti delle istituzioni private a al rialzo quelle sulla disoccupazione.

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