L’Ue a marcia indietro

novembre 2012

Non si erano ancora spenti gli entusiasmi europei, probabilmente eccessivi, per la vittoria di Obama su Romney nelle elezioni presidenziali Usa che la cronaca economica e sociale ha richiamato tutti alla realtà.

Gli Usa sono stati minacciati dalle agenzie di rating di vedersi declassata l’affidabilità del loro enorme debito pubblico esposto a un difficile salvataggio affidato alla riduzione della spesa e alla leva fiscale. L’Unione europea è alle prese con le previsioni economiche ancora negative per il 2013, mezza Grecia in piazza contro l’ennesimo piano di rigore, una mobilitazione sindacale di dimensione europea, la Merkel che prevede altri cinque anni per uscire dalla crisi, Draghi che ricorda alla Germania che potrebbe finire vittima del contagio finanziario, il Regno Unito e altri Paesi, tra i quali la Germania, che ostacolano la costruzione dell’unione bancaria e bloccano le procedure in corso del bilancio europeo, fino a opporsi agli aiuti dell’Ue per le zone terremotate italiane dell’Emilia.

Quanto basta per ritrovare l’Europa dei due passi avanti e uno indietro, quella che da ormai quattro anni galleggia su una crisi alla quale risponde con il solo rigore e, quello che è anche peggio, ridando fiato a divisioni ed egoismi di cui proprio non si avverte il bisogno.

Anche perché la crisi economica si sta avvitando su una crisi sociale che innesca crisi politiche a catena, come sappiamo bene in Italia.

La disoccupazione in Europa continua a crescere: a fine ottobre era salita all’11,6% nell’eurozona rispetto al 10,3% dello stesso periodo del 2011, mantenendosi invece attorno al 5% in Austria, Germania e Olanda, schizzando oltre il 25% in Spagna e Grecia e in aumento in Italia dal 10,4% nel 2012 al previsto 11,8% nel 2014.

Per non parlare della disoccupazione giovanile al 23,3% nella zona euro, ma con un’oscillazione che va dall’8% in Germania al 35,1% in Italia (con un aumento di cinque punti nell’ultimo anno), fino a tassi attorno al 55% in Grecia e Spagna.

Un quadro sociale aggravato da una crescente povertà: 116 milioni di persone a rischio povertà nell’UE, 40 milioni in stato di grave indigenza e con i bambini tra i più colpiti (il 27% rispetto al 23% della popolazione nel suo complesso).

Rispetto a questo quadro a tinte fosche, le ultime previsioni economiche europee a breve termine non consentono molte speranze: dopo una contrazione del Prodotto interno lordo (Pil) nel 2012, ci aspetta qualche fremito di crescita nel 2013, stimato nella zona euro ad appena lo 0,1%, anche se con variazioni sensibili da un Paese all’altro, per salire poco sopra l’1% nel 2014: previsioni che non fanno sperare in una riduzione della disoccupazione.

Andrà probabilmente peggio in Italia, con una crescita negativa nel 2013 dello 0,5% e una sua ripresa sotto l’1% nel 2014. Crescerà invece il debito pubblico avviato nel 2013 verso il 128% sul Pil, con una previsione di riduzione nel 2014 sotto il 127%, con costi sempre più elevati per gli interessi da pagare, che oggi si aggirano attorno agli 80 miliardi di euro all’anno, sempre che lo “spread” non riparta verso l’alto.

A fronte di questa situazione difficile, l’Europa stenta a trovare intese politiche e si assiste a tensioni tra i principali Paesi dell’Ue, con il Regno Unito che rema contro tutto e tutti, compresa l’unione bancaria alla quale non aderisce, la Germania paralizzata dalle elezioni del settembre prossimo e la Francia sempre molto gelosa della sua pretesa sovranità e con visioni politiche lontane da quelle degli altri governi europei.

L’Italia, ormai in pieno periodo elettorale, con i partiti in affanno e incerte prospettive di futura stabilità politica, è sotto la lente dei mercati e allarma i nostri partner europei alla vigilia di un Consiglio europeo a dicembre chiamato a decisioni importanti sul futuro dell’Ue. Che è anche quello dei cittadini italiani, che non vogliono finire come Grecia e Spagna e sperano ancora che l’Italia sia della partita, prima che sia troppo tardi.

(Franco Chittolina)

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