Bilancio 2013: investimenti in crescita e occupazione

giugno 2012

Il progetto di bilancio dell’Ue per il 2013, presentato a fine aprile dalla Commissione europea, tiene conto delle dichiarazioni del Consiglio europeo circa il fatto che la crescita e l’occupazione nell’Ue possono essere realizzate solo associando risanamento delle finanze pubbliche e investimenti nella crescita.

La proposta di bilancio concentra così gli investimenti sui settori prioritari definiti nella strategia di crescita Europa 2020, tenendo conto anche del difficile contesto economico e della pressione sui bilanci nazionali. Per il 2013 è proposto un congelamento delle spese: l’aumento degli impegni (prossimi pagamenti) si attesta sul livello dell’inflazione (2%), mentre il bilancio amministrativo della Commissione è bloccato al di sotto del tasso d’inflazione, con una riduzione del personale dell’1% quale primo passo verso l’obiettivo di una riduzione del 5% in cinque anni.

D’altro canto il progetto di bilancio propone invece un aumento del 6,8% del livello dei pagamenti, il che contribuisce direttamente alla crescita e all’occupazione in Europa. Così, 62,5 miliardi di euro di pagamenti sono destinati alla «crescita favorevole all’occupazione in Europa». È stato fatto uno sforzo particolare per i programmi quadro di ricerca (9 miliardi di euro, +28,1% rispetto al 2012), i programmi Competitività e innovazione (546,4 miliardi di euro, +47,8%), i fondi di coesione e i fondi strutturali (49 miliardi di euro, +11,7%) nonché l’apprendimento permanente (1,2 miliardi di euro, +15,8%).

«Nelle circostanze attuali, i bilanci nazionali e il bilancio dell’Ue sono più che mai due facce complementari della stessa medaglia: in un momento in cui gli Stati membri si trovano ad operare tagli dolorosi ma necessari, il bilancio dell’Ue si concentra sugli investimenti e quindi funge da pacchetto di misure anticrisi. Non ristabiliremo la crescita soltanto con i tagli: l’Europa deve investire in maniera oculata per il suo futuro, già da oggi. Questo è lo scopo del bilancio e questo è quanto propone il nostro progetto di bilancio per il 2013» ha affermato il commissario europeo Janusz Lewandowski, responsabile del Bilancio e della Programmazione finanziaria.

Risparmi ed efficienza

Le linee di bilancio per i programmi che non danno prova di efficacia sono state ridimensionate, mentre si è premuto su tutte le istituzioni e agenzie dell’Ue al fine di realizzare ogni risparmio possibile: la maggior parte delle agenzie dell’Ue subirà quindi tagli concreti al bilancio annuale.

Nel complesso, il progetto di bilancio 2013 ammonta a 150,9 miliardi di euro di impegni, ossia un aumento del 2% rispetto al 2012, in linea con il tasso di inflazione attuale. I pagamenti rappresentano 137,9 miliardi di euro, il che corrisponde a un aumento del 6,8%. Si tratta della conseguenza degli impegni del passato, come spiega Lewandowski: «I cittadini possono legittimamente domandarsi perché chiediamo un aumento del 6,8% dei pagamenti in tempi di crisi. Vi sono due motivi: in primo luogo, il 2013 è l’ultimo anno dell’esercizio finanziario in corso e per ciascun periodo finanziario questo anno coincide con un forte aumento dei pagamenti, in quanto i progetti finanziati dall’Ue in Europa si concretizzano e dobbiamo pagare le relative fatture. In secondo luogo, negli ultimi anni gli Stati membri in sede di Consiglio e il Parlamento europeo hanno adottato bilanci dell’Ue che erano nettamente inferiori ai nostri bisogni previsti di pagamenti. Ne è seguito un “effetto a cascata” di fatture non pagate, perché ogni anno non potevamo onorare alcuni dei nostri impegni giuridici per mancanza di fondi».

Le prossime tappe dell’iter istituzionale relativo al bilancio 2013 prevedono un parere del Consiglio nel luglio prossimo sul progetto della Commissione, cui seguirà il parere del Parlamento europeo. In caso di disaccordo sarà avviata una procedura di conciliazione della durata di 21 giorni.

INFORMAZIONI:

http://ec.europa.eu/budget/index.htm

CITTADINI CONTRO L’AUSTERITÀ

«L’austerità non è una necessità, ma una scelta politica avvolta nell’ideologia dell’ordine e del comando. È stata imposta dall’irresistibile Merkozy» (cioè Merkel e Sarkozy) e ora, caduto l’ex presidente francese, Merkel «si permette di concedere al presidente eletto della Francia la possibilità di mettere “un accento” sull’intoccabile trattato di austerità. La Commissione europea dice che non cambia niente. La Bce rimane imperterrita sulla sua linea. Il premier britannico Cameron riafferma la bontà di un trattato che non ha firmato. Il premier spagnolo Rajoy ne approfitta per prendere tempo con Bruxelles e far quadrare il bilancio, dichiarandosi a favore di tutto senza impegnarsi su nulla. Politici, esperti e mezzi d’informazione ce la stanno mettendo tutta per calmare le paure riguardo all’eurozona (che lo vadano a raccontare alle borse mondiali), sostenendo che Germania e Francia dovranno capirsi per mantenere il sistema ed evitare rotture traumatiche». Si inventa così la «crescita austera. Che tutto cambi perché tutto resti com’è. Ma c’è un dettaglio che è stato tralasciato in questo schema di realpolitik: i cittadini europei».

L’amara quanto condivisibile opinione è del sociologo spagnolo Manuel Castells, pubblicata sul quotidiano spagnolo “La Vanguardia” e riportata dal settimanale “Internazionale”.

E a proposito dei cittadini europei, Castells osserva che «mentre i politici sfruttano il malcontento popolare per demolirsi a vicenda», in tutta Europa i cittadini chiamati alle urne «emettono il loro verdetto, spesso contraddittorio, una volta che hanno vissuto gli effetti dell’austerità», esprimendo tutto il loro dissenso verso i partiti e gli uomini di governo che hanno portato alla situazione attuale. Così, «in pochi giorni  è cambiato il clima politico in Europa e l’inevitabile austerità è diventata una parolaccia da diluire in un intruglio pro-crescita che nessuno capisce: perché senza investimenti non c’è crescita e, perché ci siano investimenti, ci dev’essere una domanda che li preceda e che può essere creata solo dalla spesa pubblica».

Ora si ripropone la questione di chi serve a chi: l’euro all’Europa o l’Europa all’euro? Secondo Castells «è probabile che la risposta a questa domanda stia sorgendo nell’anello debole dell’ormai fragile Unione: la Grecia», Paese dove il 66% dei cittadini ha detto no alle politiche di austerità accettate dal governo «messo sotto ricatto da Merkel». Se la Grecia dovesse uscire (essere cacciata) dall’euro «i mercati faranno il resto» sostiene Castells, concludendo così il suo ragionamento: «O Merkel accetta di non imporre l’austerità ai cittadini europei o l’euro finirà. (…) L’austerità nella mente dei cittadini è finita. Il resto è questione di tempo. E di sofferenza inutile».

FONTE: “Internazionale” n. 949 maggio 2012, pag. 19

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