Protezione sociale contro la crisi

febbraio 2012

Nell’ultimo anno la maggior parte dei Paesi dell’Unione europea ha attuato misure di risanamento finanziario che hanno avuto un impatto diretto e significativo sulla spesa sociale, per cui varie aree di intervento pubblico sociale sono state colpite in modo simile in Europa con conseguenze di vario genere sui servizi pubblici di protezione sociale offerti ai cittadini.

È quanto riporta il Terzo Rapporto sull’impatto sociale della crisi economica pubblicato il 1° febbraio 2012 dal Comitato europeo per la protezione sociale (Social Protection Committee), organo di coordinamento tra gli Stati membri e le istituzioni dell’Ue in materia di politiche sociali.

Molte misure di risanamento, comunemente definite “di austerità”, se da un lato mirano alla sostenibilità dei conti pubblici dall’altro ridimensionano notevolmente i sistemi di Welfare e protezione sociale in tutta Europa. «Le intenzioni annunciate sono di semplificare e razionalizzare tali sistemi, ma spesso si tratta di veri e propri tagli a prestazioni e servizi sociali e sanitari con conseguenze preoccupanti, soprattutto in periodi di crisi economica, occupazionale e sociale come quello attuale» osserva il Rapporto.

Così, pur attraverso modalità differenti e l’individuazione di aree di intervento diverse nei vari Paesi, le misure di risanamento hanno colpito un po’ ovunque la spesa sociale per famiglie e minori, i sussidi per l’alloggio e per la disoccupazione, i sistemi pubblici sanitari, educativi e pensionistici, le detrazioni fiscali. E ciò avviene, sottolinea il Rapporto europeo, nonostante la crisi in corso «evidenzi chiaramente il ruolo fondamentale dei servizi sociali in tutta Europa: in settori come l’assistenza sanitaria, la cura dei figli o l’assistenza agli anziani, l’assistenza alle persone disabili o gli alloggi sociali, questi servizi forniscono una sicurezza di base per i cittadini. Tuttavia, i tagli alla spesa sociale nel quadro dei programmi di consolidamento di bilancio hanno un forte impatto sulla disponibilità di servizi di assistenza sociale e sanitaria per tutti i cittadini e in particolare per coloro che ne hanno più bisogno».

Il problema di fondo che tutti i Paesi europei devono affrontare nell’attuale clima economico è come finanziare la necessaria protezione sociale, cioè dove trovare nuove fonti di reddito. Così, oltre ad incrementare la lotta all’evasione fiscale e al lavoro sommerso, in vari Paesi le imposte sul lavoro sono state spostate verso le imposte sui consumi, aumentando il tasso di imposta sul valore aggiunto e le imposte indirette per finanziare i sistemi di protezione sociale, ma molte di queste misure incidono negativamente sui redditi delle famiglie.

La povertà è aumentata con la crisi

Secondo i dati più recenti disponibili per i 27 Paesi dell’Ue, nel corso del 2010 il numero di persone a rischio di povertà o di esclusione sociale è aumentato di circa 2 milioni, portando così il numero complessivo di persone in difficoltà economico-sociale, cioè a rischio di povertà, in forte deprivazione materiale o che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa, a 115,5 milioni, il che equivale al 23,4% dell’intera popolazione dell’Ue.

Disaggregando i tre elementi che definiscono il rischio di povertà o di esclusione sociale, le rilevazioni di Eurostat pubblicate nel febbraio scorso evidenziano come il 16% della popolazione dell’Ue sia a rischio di povertà dopo i trasferimenti sociali, il che significa che il reddito di queste persone è inferiore alla soglia definita a livello nazionale del rischio di povertà. Circa l’8% della popolazione è invece in situazione di grave deprivazione materiale, nel senso che la scarsità di risorse finanziarie non permette di pagare le bollette, riscaldare la casa in modo adeguato o trascorrere una settimana di vacanza lontano da casa. C’è poi un 10% della popolazione europea di età inferiore ai 59 anni che vive in famiglie in cui nell’ultimo anno gli adulti hanno lavorato meno del 20% del loro potenziale lavorativo. Altro dato preoccupante fornito da Eurostat riguarda i minori nell’Ue: il 27% dei bambini e ragazzi di età inferiore ai 18 anni è colpito da almeno una delle tre forme di povertà o di esclusione sociale, rispetto al 23% della popolazione in età lavorativa (18-64 anni) e al 20% degli anziani (65 anni e più); i minori sono i più colpiti da povertà ed esclusione sociale in ben 20 dei 27 Stati membri dell’Ue.

«La profondità della povertà è peggiorata in modo significativo durante la crisi in vari Paesi europei se si confrontano i dati del 2009 con quelli del 2010» osserva il Rapporto del Comitato europeo per la protezione sociale. In particolare è la crisi occupazionale a incidere sul peggioramento delle condizioni della popolazione: si è registrato un forte aumento del numero di famiglie con intensità lavorativa molto bassa, cosa che segnala il pericolo dell’esclusione a lungo termine dal mercato del lavoro e il deterioramento della situazione del mercato del lavoro in un numero crescente di Paesi. Il lavoro poi non è sufficiente a evitare il rischio di povertà, dal momento che l’8,5% della popolazione attiva nell’UE rientra nella categoria dei cosiddetti “lavoratori poveri”.

In crescita le richieste
di interventi sociali

In vari Paesi dell’Ue si è poi registrato un aumento dei beneficiari di interventi sociali e quindi della dipendenza da prestazioni sociali. Questo evidenzia come le pressioni sui sistemi di protezione sociale rimangano elevate, mentre è difficile immaginare uno spostamento di risorse dai sussidi di disoccupazione alle prestazioni di assistenza sociale dato il clima economico sfavorevole e le scarse opportunità di lavoro in molti Stati membri.

La crisi ha inoltre ridotto il reddito disponibile e compromesso la capacità delle famiglie di adempiere ai loro obblighi finanziari, in particolare di effettuare i rimborsi tempestivi dei prestiti. Senza provvedimenti adeguati, nota il rapporto, questo potrebbe potenzialmente portare ad un aumento dell’esclusione abitativa.

Misure di risanamento attente alle esigenze sociali

Secondo il Rapporto del Comitato europeo per la protezione sociale «è necessaria una maggiore resilienza dei sistemi di protezione sociale per resistere ai prolungati shock economici». Il progresso sociale e la promozione della protezione sociale sono tra gli obiettivi della strategia Europa 2020, anche perché i sistemi di protezione sociale costituiscono un fattore che favorisce la crescita.

La maggior parte degli Stati Membri dell’Ue ha finora ottenuto discreti risultati nel mitigare l’impatto della crisi su famiglie e individui, mantenendo un livello minimo di garanzie sociali; tuttavia, osserva il Rapporto, il prolungato periodo di crisi economica e i rischi associati a una nuova recessione impongono di mantenere servizi e protezione, non solo alle persone più vulnerabili: «Data la profondità della crisi economica e la sua durata, la resilienza dei sistemi di protezione sociale deve essere migliorata per permettere di continuare a fornire la protezione a tutta la popolazione». Il Comitato europeo ritiene inoltre  che debba essere rivolta «massima attenzione alla qualità delle misure di risanamento finanziario, che devono rispondere alle esigenze sociali di tutte le generazioni e preservare la capacità di protezione sociale per attutire l’eventuale impatto diseguale della crisi».

È altrettanto importante mantenere il sostegno del reddito a un livello adeguato, azione efficace per compensare gli effetti peggiori della crisi e stimolare la domanda aggregata: «Adottare adeguate misure di sostegno al reddito può costituire una garanzia efficace contro la precarietà e l’esclusione sociale. L’effetto complessivo di queste misure può infatti incidere positivamente sulla capacità di recupero delle famiglie e sulla domanda aggregata, mantenendo una certa propensione a spendere tra i consumatori e permettendo un’automatica stabilizzazione economica».

In materia di lotta alla disoccupazione, soprattutto per affrontare il grave problema della disoccupazione di lungo periodo, la creazione di mercati del lavoro inclusivi e l’accesso a servizi di qualità può sostanzialmente migliorare le competenze e l’occupabilità delle persone che si trovano al di fuori del mercato del lavoro. Così come è di fondamentale importanza combinare misure di attivazione e investimenti permanenti in capitale umano per mantenere adeguate le conoscenze e le competenze dei lavoratori.

Intensificare la lotta
alle disuguaglianze

Il Rapporto del Comitato europeo per la protezione sociale per la prima volta solleva infine la questione della disuguaglianza, che finora non era stata un’area di lavoro politico per il Social Protection Committee. Come evidenziato nella recente Conferenza europea su “Le disuguaglianze in Europa e il futuro del Welfare State”, organizzata dalla Commissione europea a Bruxelles nel dicembre 2011, le disuguaglianze di reddito o di accesso ai servizi non sono una conseguenza diretta della crisi in quanto tale, tuttavia, in parallelo con tutte le altre conseguenze indotte dalla crisi, possono esacerbare l’impatto distributivo delle misure  di politica economico-finanziaria adottate in tutti i Paesi europei.

Per garantire quindi un’effettiva equità e mirare a una redistribuzione  nell’ambito dei programmi di austerità, ripristinando anche la fiducia dei cittadini in una crescita inclusiva, è dunque necessario attenuare le disuguaglianze, mentre «esiste invece un rischio reale che gli effetti della crisi insieme a quelli delle misure di austerità adottate per affrontarla peggiorino le diseguaglianze già esistenti, sia nei livelli di reddito che nell’accesso ai servizi» osserva il Rapporto, che auspica invece «misure sociali» incluse nella progettazione dei piani di consolidamento fiscale, da cui scaturiscano effetti redistributivi che contribuiscano a ridurre le diseguaglianze.

Secondo il Comitato europeo per la protezione sociale, «trasferimenti per la protezione sociale e investimenti nella fornitura di servizi di qualità (come l’assistenza all’infanzia a prezzi accessibili, l’istruzione e altri servizi sociali di interesse generale) rimangono cruciali per le prospettive di occupazione e di mobilità sociale dei diversi gruppi di reddito, in quanto contribuiscono indirettamente a ridurre le disuguaglianze».

(Questo testo è stato redatto in collaborazione con “puntidivista”, rivista dell’Osservatorio Caritas Torino e Delegazione Piemonte e Valle d’Aosta)

Fonte: http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=758&langId=it

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LE RICHIESTE DELLA SOCIAL PLATFORM EUROPEA

L’Unione europea sta affrontando la peggiore crisi economica e sociale dal 1930. La disoccupazione ha ormai raggiunto livelli storici mentre quella a lungo termine rappresenta una quota sempre maggiore della disoccupazione totale. Anche da ciò deriva un aumento della povertà, tendenza preoccupante per il cui contrasto gli Stati membri devono impegnarsi almeno quanto fanno per la stabilizzazione economico-finanziaria. La governance economica dell’Ue, poi, nel tentativo di rispondere alla pressione finanziaria dei mercati costringe gli Stati membri ad attuare sempre più a breve termine politiche di austerità, cosa che avviene senza tener conto dell’effetto dannoso che queste politiche hanno sulla coesione sociale e sulla vita dei cittadini in Europa.

Sulla base di tali considerazioni, la Social Platform, coordinamento sociale europeo che riunisce oltre 40 organizzazioni non governative, federazioni e reti europee «impegnate nella costruzione di una società inclusiva», ha posto alcune questioni prioritarie al Comitato europeo per la protezione sociale impegnato nella redazione del Rapporto presentato in queste pagine.

• Focus su come sono colpite in modo sproporzionato dalla crisi le diverse persone maggiormente vulnerabili, compresi bambini, giovani, anziani, donne, migranti, minoranze etniche, persone con disabilità, persone senza fissa dimora.

• Inclusione attiva: l’approccio integrato dei tre pilastri delle politiche di inclusione attiva dovrebbe continuare ad essere promosso e monitorata costantemente l’attuazione dei principi enunciati (Raccomandazione CE del 2008). Informazioni provenienti da varie organizzazioni a livello nazionale suggeriscono infatti che i principi di coinvolgimento attivo non sono ancora stati attuati, mentre il numero di posti di lavoro precari e part-time è aumentato in tutta Europa. Secondo la Social Platform, quindi, il Comitato europeo per la protezione sociale deve sollecitare il Consiglio dell’Ue ad attuare la raccomandazione della Commissione sull’inclusione attiva per garantire la creazione e l’accesso a lavori di qualità.

• Aumento della disuguaglianza: accogliendo con favore l’inclusione nel Rapporto di una sezione sulla disuguaglianza, la Social Platform ritiene che dovrebbe essere indicato come la disuguaglianza stia realmente aumentando in conseguenza della crisi e delle misure di austerità, e non solo la percezione di essa. Il Rapporto dovrebbe quindi sottolineare come la crisi porti a una maggiore povertà e aumenti le barriere all’inclusione sociale. La discriminazione in sé può condurre alla povertà (e ostacolare l’accesso al mercato del lavoro), ma anche di per sé costituisce un ostacolo ai diritti di accesso fondamentali, osserva la Social Platform.

• Servizi di interesse generale: serve un’analisi dell’impatto della crisi e delle misure di austerità anche in materia di servizi di interesse generale, e in particolare sui servizi sociali di interesse generale. I tagli alla spesa sociale durante la crisi, sottolinea la Social Platform, stanno avendo un enorme impatto sui servizi socio-sanitari a disposizione del pubblico in generale e in particolare delle persone in stato di bisogno: la povertà crescente comporta invece una maggiore domanda di servizi. I membri della Social Platform hanno riferito che alcuni servizi socio-sanitari e socio-assistenziali in vari Stati membri sono stati ridimensionati o chiusi come conseguenza di tagli di bilancio della spesa sociale. Inoltre, le condizioni di lavoro del settore degradano per la mancanza di finanziamenti sostenibili a favore dei fornitori di servizi sociali.

INFORMAZIONI: http://www.socialplatform.org

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