Italia condannata per i respingimenti

febbraio 2012

La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha condannato il 23 febbraio 2012 l’Italia per aver violato la Convenzione europea dei diritti dell’uomo nel 2009, intercettando e rinviando in Libia un gruppo di cittadini somali ed eritrei senza esaminare le loro necessità di protezione. Il caso riguarda 11 cittadini somali e 13 cittadini eritrei, che facevano parte di un gruppo di circa 200 persone intercettate in mare dalle autorità italiane, respinti direttamente in Libia a seguito dell’accordo bilaterale tra Italia e Libia allora in vigore.

Secondo i ricorrenti, la decisione dell’Italia era incompatibile con gli articoli 3 (sulla proibizione di tortura e di trattamenti disumani e degradanti) e 13 (sul diritto a un rimedio efficace) della Convenzione europea sui diritti umani (Cedu) e con l’articolo 4 del Quarto protocollo alla Convenzione stessa (sul divieto di espulsioni collettive).

La Corte ha giudicato che l’Italia stava esercitando la sua giurisdizione quando trasferì su una nave le persone intercettate respingendole verso la Libia. All’unanimità ha stabilito: che l’Italia ha violato l’articolo 3 della Cedu, poiché i ricorrenti furono esposti al rischio di essere sottoposti a maltrattamenti in Libia e di essere rimpatriati in Somalia ed Eritrea; che vi è stata violazione dell’articolo 4 del Quarto Protocollo alla Cedu; che vi è stata violazione dell’articolo 13 della Cedu, combinato con l’articolo 3, e dell’articolo 13 della Cedu combinato con l’articolo 4 del Quarto Protocollo alla Cedu.

Amnesty: no all’impunità degli Stati

«La sentenza stabilisce chiaramente che gli Stati non possono agire con impunità quando è in gioco il trattamento delle persone intercettate in mare, in particolare quando ciò avviene al di là delle acque territoriali dello Stato intercettante. Agli Stati rimane sempre l’obbligo di garantire che le persone oggetto delle loro operazioni abbiano accesso a procedure e forme di ricorso individuali» ha dichiarato Amnesty International che, insieme al Centro Aire e alla Federazione internazionale delle leghe dei diritti dell’uomo (Fidh), era intervenuta come parte terza durante la procedura scritta dinanzi alla Corte, ricordando che l’azione delle autorità italiane aveva costituito l’avvio di una politica di respingimenti che aveva attirato numerose condanne e aveva rischiato di compromettere i principi fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani.

«Gli Stati che intercettano persone al di là delle acque territoriali non possono operare in un vuoto giuridico» ha aggiunto Amnesty, ricordando che l’applicazione delle norme del diritto internazionale dei diritti umani in mare aperto, compreso il principio di non respingimento, richiede agli Stati di esercitare la loro giurisdizione sulle imbarcazioni e sulle persone intercettate, in un modo che sia coerente con tali norme: «Ciò non riguarda solo la proibizione di respingimento diretto o indiretto, ma una più vasta gamma di diritti, quali la protezione dalle espulsioni collettive e il diritto delle persone intercettate di ricorrere contro la decisione di rinviarle nel Paese di partenza».

Unhcr: un monito alle politiche europee

«Questa sentenza costituisce un’importante indicazione per gli Stati europei circa la regolamentazione delle misure di controllo delle frontiere e intercettazione – ha affermato Laurens Jolles, il rappresentante dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur-Unhacr) per il Sud Europa – ci auguriamo che rappresenti un punto di svolta per ciò che riguarda le responsabilità degli Stati e la gestione dei flussi migratori».

In qualità di parte terza nel caso, l’Unhcr ha evidenziato l’obbligo dell’Italia di non rinviare forzatamente le persone in Paesi dove potrebbero essere a rischio di persecuzione o di subire un danno grave. Si tratta del principio del non respingimento (non-refoulement). Nell’ambito della propria esposizione alla Corte, l’Unhcr ha sottolineato che data la prevalente situazione in Libia in quel momento, la politica italiana dei respingimenti minava l’accesso all’asilo e violava il fondamentale principio del non respingimento che si applica in qualsiasi luogo gli Stati esercitino giurisdizione sulle persone, anche in alto mare.

«L’Unhcr comprende le sfide che le migrazioni irregolari pongono all’Italia e agli altri Paesi dell’Unione europea e riconosce i significativi sforzi compiuti dall’Italia e dagli altri Stati per salvare vite umane nell’ambito delle loro operazioni di ricerca e soccorso in mare» sottolinea l’agenzia dell’Onu ricordando che le persone soccorse o intercettate in mare sono, molto spesso, anche più vulnerabili degli altri richiedenti asilo, sia dal punto di vista fisico che psicologico, e pertanto non sono sempre in grado di esprimere l’intenzione di voler chiedere protezione immediatamente dopo il loro rintraccio in mare. Le misure di controllo delle frontiere, però, «non esonerano gli Stati dai loro obblighi internazionali, pertanto l’accesso al territorio alle persone bisognose di protezione dovrebbe essere sempre garantito».

L’Alto commissariato per i rifugiati ha inoltre espresso preoccupazione per il fatto che l’Italia abbia riattivato il trattato bilaterale con l’attuale governo libico senza rinunciare formalmente alla pratica dei respingimenti che è il risultato di tale accordo: «Ci auguriamo che questa sentenza rappresenti un motivo di riflessione che porti ad un segnale di discontinuità da parte del governo italiano» ha auspicato il rappresentante dell’Unhcr.

Le reazioni del governo italiano

La sentenza della Corte europea ha riguardato pratiche messe in atto dall’Italia durante il precedente governo, ma sulla base di una normativa (“Bossi-Fini”) tuttora in vigore. «In quanto proveniente da un alto organo giurisdizionale europeo, la sentenza va rispettata e non commentata – ha dichiarato l’attuale ministra dell’Interno Annamaria Cancellieri –. Il governo si confronta con i mutati scenari in Libia e sono in corso contatti con la nuova dirigenza per riavviare la collaborazione operativa fra i due Paesi. Ogni iniziativa sarà improntata all’assoluto rispetto dei diritti umani, ma con altrettanta fermezza sarà contrastata l’immigrazione illegale». L’attuale ministro per la Cooperazione e l’Integrazione, Andrea Riccardi, ha invece dichiarato che la sentenza «sarà ricevuta e valutata con grande attenzione» dal governo italiano «e ci farà pensare e ripensare alla nostra politica per l’immigrazione», perché il fine del governo è quello di «fare una politica chiara, trasparente e corretta sull’immigrazione».

FONTI E INFORMAZIONI:

www.amnesty.itwww.unhcr.it

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