Risanare o affondare

ottobre 2011
La vignetta di Steve

La vignetta di Steve

Un vortice di Vertici ha caratterizzato la seconda metà di ottobre presso le Istituzioni europee e in Italia, a riprova che dal salvataggio dell’euro dipende la sopravvivenza dell’Ue tutt’intera. Al primo tentativo il Consiglio europeo non ha raggiunto un accordo formale e si è riconvocato qualche giorno dopo per adottare misure ufficiali di contrasto della crisi finanziaria, per spegnere l’“incendio” greco ed evitare il contagio della bancarotta a Paesi sull’orlo del baratro, come l’Italia e la Spagna. Per tutta questa agitazione almeno tre ragioni.

La prima risiede naturalmente nella gravità della situazione finanziaria ed economica dell’Ue e non solo a causa dei cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna): anche la Francia tanto bene non sta con le sue banche in difficoltà, cosa che finalmente sembra aver capito anche la cancelliera Merkel per la Germania, considerazioni che hanno spinto il duo franco-tedesco a prendere iniziative solitarie, non senza qualche arroganza e fuori dalle corrette procedure comunitarie. Sul tavolo hanno preso forma il rafforzamento fino a 1000 miliardi di euro del Fondo salva-Stati (Fesf), la ricapitalizzazione delle banche (una decina in Italia) che dovranno rinunciare al 50% del valore dei bond greci, una stretta alle regole per il governo economico dell’Ue affidandone per ora la gestione al presidente permanente del Consiglio europeo e la richiesta di misure concrete e immediate per il rientro dal debito pubblico, in particolare per quanto riguarda l’Italia.

La seconda ragione di tanto nervosismo e del rinvio della decisione formale risiedeva nella resistenza di Merkel a rendere permanente lo strumento del salvataggio finanziario e nel bisogno di ricevere un ampio mandato negoziale da parte del suo Parlamento, come le è stato imposto dalla Corte costituzionale tedesca, accordo ottenuto con una larghissima maggioranza, opposizioni comprese.

La terza ragione di tanta agitazione stava in una scadenza imminente: il 3 novembre si riuniva il G20, il gruppo dei 20 Paesi più sviluppati del mondo riuniti al capezzale della più grave crisi economica moderna e dai quali dipende il contributo internazionale alla salvezza dell’euro nonché il futuro dell’economia mondiale.

Di qui una prima lezione: quella sul declino dell’Europa, politicamente fragile, senza un governo coeso della propria economia e poco rilevante su quella scena mondiale che un tempo lontano orientava e dalla quale ormai dipende. Usa, Cina, India, Russia, Brasile e altri chiedono conto all’Ue dei suoi comportamenti e delle decisioni che prenderà per sé, ma anche per la buona salute del resto del mondo.

Una seconda lezione riguarda direttamente l’Italia, il suo presidente del Consiglio, il vero “convitato di pietra” e grande imputato dinanzi al “tribunale” di Bruxelles, penosamente ridicolizzato da Merkel e Sarkozy davanti alla stampa internazionale, inadempiente fino all’ultimo istante rispetto alle misure richieste dalla Banca centrale europea (Bce) e in grave ritardo a promuovere politiche per la crescita.

Nelle poche ore a disposizione prima del Vertice euro del 26 ottobre, infatti, il governo italiano ha cercato di fare – male – quello che si sarebbe dovuto fare – meglio – già da molto tempo. Da un governo in affanno è uscita una fragile intesa, tradotta in una “lettera di intenti” che promette impegni e calendari di realizzazione accolti con non poche perplessità. Una lettera che risponde, tardivamente, a quella del 5 agosto scorso della Bce: promette leggeri ritocchi alle pensioni, licenziamenti più facili, mobilità nel pubblico impiego, dismissione graduale di immobili pubblici, soppressione delle Province e un’accelerazione delle liberalizzazioni. La lettera, incassata con riserve dal Consiglio europeo, innesca una sorveglianza stretta dell’Italia, non lontana da quella già in corso in Grecia, Paese al quale adesso assomigliamo ancora di più, avviati come siamo verso un lungo e doloroso percorso di risanamento finanziario. Su questa strada il vero ostacolo è l’immagine logorata dell’Italia, la sua caduta di credibilità e l’inaffidabilità di chi guida il governo. Ma non solo: pesa anche la difficoltà dell’opposizione a offrire un’alternativa solida e non aiuta nemmeno la cecità di troppi italiani che continuano a non voler vedere i disastri di cui sono vittime.

A sessant’anni dalla sua nascita l’Ue è davanti ad un bivio decisivo: fare un balzo verso una più forte solidarietà politica o rassegnarsi al declino.

Davanti allo stesso bivio anche quello che resta del governo italiano, a 150 anni dall’unità d’Italia: ritrovare la dignità di una nuova politica o contribuire ad affondare, con l’Europa, anche la comunità nazionale

(Franco Chittolina)

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