Protezione Sociale

ottobre 2011

L’Ue in crisi tra sostenibilità economica e sociale

La crisi economico-finanziaria globale in corso da oltre tre anni anziché affievolirsi continua a riproporsi in forme nuove e sempre più gravi, colpendo soprattutto alcuni Paesi europei le cui condizioni al limite del fallimento rischiano di mettere in discussione lo stesso progetto di Unione europea. Nel tentativo di salvare la situazione e frenare la sfiducia dei mercati finanziari nei confronti di politiche inadeguate, le istituzioni europee chiedono ai governi nazionali drastici interventi per il risanamento dei conti pubblici. Con una crescita economica vicina allo zero, però, le manovre di bilancio dei governi prevedono soprattutto tagli alla spesa pubblica con due principali conseguenze, entrambe negative: la prima è che queste cosiddette politiche di austerity non favoriscono la crescita economica, quindi non limitano la sfiducia dei mercati che continuano a mettere in difficoltà i governi i quali, a loro volta, non riescono a influire efficacemente sulla necessaria riduzione dei debiti pubblici; la seconda conseguenza è che questo circolo vizioso creato da tagli alla spesa, crescita nulla, sfiducia dei mercati, debito che non si riduce e quindi nuovi tagli, non fa che ricadere sui cittadini meno abbienti perché consiste principalmente in riduzione delle spese per protezione sociale, cioè la principale voce della spesa pubblica (come si può vedere nelle pagine seguenti), con gravi rischi per la sostenibilità sociale europea.

Una situazione già difficile

Oggi in Europa una persona su cinque è a rischio di povertà o di esclusione sociale e circa 40 milioni di persone vivono condizioni di grave deprivazione.

L’esperienza degli ultimi anni ha confermato che avere un lavoro resta la migliore salvaguardia contro la povertà e l’esclusione, dal momento che il rischio di povertà per gli adulti disoccupati in età lavorativa è di oltre cinque volte superiore a quello di coloro che hanno un lavoro (44% contro 8%), mentre le persone inattive (escludendo i pensionati) corrono un rischio di povertà che è tre volte superiore a quello degli occupati (27% contro 8%). Già prima e ancor più durante la crisi si è però registrata la persistenza di gruppi di persone che restano fuori o ai margini del mercato del lavoro, spesso a causa delle molteplici barriere all’entrata (ad esempio basse competenze, responsabilità di cura, età, condizioni di immigrazione, di disabilità e altri fattori discriminatori). All’interno di questi gruppi svantaggiati le donne sono più vulnerabili a causa del persistente divario retributivo tra i sessi, della loro maggiore presenza nel lavoro precario, della segregazione settoriale e delle interruzioni di carriera. Anche l’avere un lavoro, poi, non sempre rappresenta una garanzia di benessere, dal momento che circa un terzo degli adulti in età lavorativa è a rischio di povertà e l’8,4% dei lavoratori vive sotto la soglia di povertà. Povertà dei lavoratori legata a condizioni di lavoro, basse retribuzioni, basse qualifiche, lavoro precario o sotto-occupazione. Il forte aumento del lavoro interinale e a tempo parziale (nella maggior parte dei casi involontario), insieme alla stagnazione dei salari, hanno causato un costante aumento del numero di individui con basso reddito, soprattutto tra le donne e i giovani. La povertà dei lavoratori è anche legata alla bassa intensità di lavoro in casa, cioè a situazioni in cui tutti insieme gli adulti di una famiglia non lavorano abbastanza per garantire condizioni dignitose alla famiglia stessa. Tutti problemi diffusisi ed acutizzatisi in questi anni di crisi.

I rischi sociali dei tagli al Welfare

La crisi, con le sue conseguenze sull’occupazione e sui redditi, ha inoltre aumentato il numero di famiglie che fanno esclusivamente affidamento sulle prestazioni sociali, mentre le esperienze delle crisi passate dimostrano che tali situazioni tendono a persistere a lungo amplificando così la necessità di prestazioni sociali per disoccupazione o inattività, malattia e invalidità, pensionamento anticipato, esclusione socio-economica. Se a ciò si aggiunge il fatto che i trasferimenti sociali (escluse le pensioni) riducono il rischio di povertà mediamente di un terzo nell’Ue, ma con riduzioni che vanno fino al 50% o più in alcuni Paesi, si può ben comprendere come politiche di tagli sommari alle spese sociali e alle prestazioni di Welfare possano avere conseguenze drammatiche per le società europee.

La crisi sociale derivata da quella economico-finanziaria, che negli ultimi anni ha visto aumentare seriamente la disoccupazione, l’impoverimento della popolazione, la vulnerabilità e l’esclusione sociale, rischia così di aggravarsi ulteriormente con la riduzione delle prestazioni di protezione sociale. In questo modo, però, ci si avvia verso lo smantellamento del tanto celebrato “modello sociale europeo” basato su quei sistemi di Welfare State che hanno avuto finora un ruolo fondamentale nel mantenere un adeguato livello di coesione sociale e di diritti.

È la stessa Commissione europea a sottolineare «l’importante ruolo di stabilizzatore automatico» fornito dai sistemi di protezione sociale, esortando gli Stati membri dell’Ue a garantirne l’adeguatezza e la sostenibilità, ricordando tuttavia che l’assistenza sociale «è principalmente di competenza degli Stati membri» e che l’Ue fornisce solo «un quadro per coordinare le politiche nazionali su aspetti connessi alla povertà e all’esclusione sociale, all’assistenza sanitaria, all’assistenza a lungo termine e alle pensioni». Al fine di conciliare il risanamento dei conti pubblici e la salvaguardia dei sistemi di protezione sociale l’Ue chiede quindi agli Stati membri di «coniugare efficacia, efficienza ed equità», ma molti governi sembrano rivolgere l’attenzione quasi esclusivamente alle questioni economico-finanziarie sottovalutando, con colpevole miopia politica, l’esplosiva situazione sociale che ne può derivare.

Si tratta di un passaggio centrale per i Paesi europei e per il progetto stesso di Unione europea: se è fondamentale la sostenibilità economico-finanziaria altrettanto fondamentale è la sostenibilità sociale, basata sulla coesione e sulla solidarietà possibili solo salvaguardando adeguati sistemi di protezione sociale. Pena l’insostenibilità dell’intero sistema, come dimostrano le dilaganti proteste sociali che si manifestano ormai in tutta Europa.

La spesa sociale in Europa

L’Europa alle prese con la crisi del debito e dei conti pubblici incontra molte difficoltà a ridurre la sua spesa pubblica perché oltre la metà di questa è dedicata alla protezione sociale e all’assistenza sanitaria, cioè i cardini di quel “modello sociale europeo” necessario a supportare i cittadini soprattutto in una fase di crisi economica e sociale come quella attuale.

Secondo quanto riportato dai più recenti studi in materia effettuati dall’Ufficio statistico dell’Ue, cioè Eurostat, la spesa pubblica dei governi dell’Ue è stata di circa 6182 miliardi di euro nel 2010, equivalente al 50,3% del Pil complessivo dei 27 Stati membri, e oltre la metà di essa (54%) ha riguardato la protezione sociale e la sanità.

Le spese di governo complessive dei Paesi europei, dopo una costante diminuzione registrata tra il 2003 e il 2007, avevano ripreso ad aumentare nel 2008 per raggiungere nel 2009 la quota più elevata degli ultimi dieci anni (50,8% del Pil) e segnando solo un lieve ribasso nel 2010 (50,3% appunto).

È evidente come l’aumento della spesa pubblica negli ultimi tre anni abbia coinciso con la grave crisi economico-sociale e sia dunque dovuta in larga parte ai tentativi dei governi di lenirne gli effetti (peraltro senza grandi risultati). Per questo non è difficile immaginare quali possano essere gli effetti delle politiche di austerity e dei tagli alla spesa che tutti i governi europei stanno adottando per carcere di sanare i conti pubblici: i sistemi di protezione sociale sono seriamente minacciati.

Principale spesa dei governi

I dati riportati da Eurostat mostrano come la spesa per protezione sociale rappresenti di gran lunga la voce più importante di spesa dei governi europei, pari al 20,1% del Pil complessivo nel 2009. Si tratta della spesa per pensioni, malattia e disabilità, famiglia e infanzia, disoccupazione, alloggio ed esclusione sociale. Una spesa rimasta abbastanza stabile in termini di percentuale sul Pil ma cresciuta in termini assoluti del 15,8% passando dai 2043 miliardi di euro del 2005 ai 2365 miliardi del 2009.

Naturalmente esistono differenze rilevanti tra i vari Paesi dell’Ue, con le spese più elevate per protezione sociale registrate in Danimarca (25,4% del Pil), Finlandia (23,9%), Francia (23,5%) e Svezia (23%) e le più basse a Cipro (10,9%) e in Slovacchia (12,2%). Gli incrementi più elevati in rapporto al Pil nel periodo 2005-2009 hanno invece riguardato i Paesi Baltici (+ 4%), Finlandia (+ 3,5%) e Danimarca (+ 3%), mentre quelli in valori assoluti sono stati osservati (incrementi fino all’85%) in Bulgaria, Romania e Paesi Baltici (diminuzioni viceversa in Svezia e Regno Unito).

Nei Paesi per i quali sono disponibili dati dettagliati, osserva Eurostat, l’aumento della spesa per protezione sociale è particolarmente evidente nella voce “vecchiaia” (cioè principalmente pensioni), capitolo vicino o superiore al 10% del Pil in undici Stati membri dell’Ue, mentre tra il 2008 e il 2009 sono aumentate sostanzialmente anche le spese per “disoccupazione” e “famiglia/infanzia”.

Soprattutto pensioni:
record italiano

Prendendo in considerazione i dati relativi al 2008 Eurostat osserva che le due voci più consistenti delle prestazioni di protezione sociale nell’Ue, cioè quelle relative a “vecchiaia e sussistenza” e “assistenza sanitaria”, hanno rappresentato in quell’anno rispettivamente il 45,4% e il 29,7% del totale delle spese per protezione sociale per un ammontare rispettivo dell’11,5% e del 7,5% del Pil europeo. Tutte le altre voci di spesa per prestazioni di protezione sociale (famiglia/infanzia, disoccupazione, disabilità, alloggio ed esclusione sociale) rappresentavano complessivamente meno del 25% della spesa totale e meno del 7% del Pil.

Tra gli Stati membri dell’Ue l’Italia presentava nel 2008 la quota nettamente più elevata di spesa per “vecchiaia e sussistenza” (cioè soprattutto pensioni) sia in percentuale sul totale della spesa per protezione sociale (60,7% rispetto a una media europea del 45,4%) sia in relazione al Pil (16,1% rispetto a una media europea dell’11,5%). L’unico Paese che si avvicinava all’Italia era la Polonia (59,6% del totale della spesa per protezione sociale ma solo il 10,9% del Pil). Di conseguenza, spendendo molto per questa voce Italia e Polonia risultavano nel 2008 anche i due Paese con le spese più basse per la maggior parte delle altre prestazioni di protezione sociale (si veda la tabella nella pagina seguente).

Spesa più distribuita
nel Nord Europa

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Opposta invece la situazione dell’Irlanda, il Paese dell’Ue con la spesa più bassa in prestazioni per “vecchiaia e sussistenza” (solo il 26,2% del totale della spesa per protezione sociale e il 5,5% del Pil), questo perché si tratta dello Stato membro dell’Ue con la popolazione più giovane e dunque le spese sono rivolte soprattutto alle voci “famiglia/infanzia” e “assistenza sanitaria”.

Le quote di spesa per protezione sociale dedicata complessivamente a “vecchiaia e sussistenza” e “assistenza sanitaria” erano nel 2008 più basse in Lussemburgo, Danimarca e negli altri Paesi Nordici, tutti Paesi che spendono relativamente più degli altri per le altre prestazioni sociali (famiglia/infanzia, disoccupazione, disabilità, alloggio ed esclusione sociale) sia in percentuale sul totale della spesa sociale sia in rapporto al Pil. D’altro canto, i Paesi con i più bassi livelli di spesa per protezione sociale in percentuale sul Pil (cioè Lettonia, Romania, Estonia, Lituania, Bulgaria e Slovacchia) spendono meno della media europea in tutte le voci di spesa.

Eurostat osserva poi che Belgio e Spagna sono i Paesi dell’Ue che spendono di più in relazione al Pil per prestazioni relative alla disoccupazione (rispettivamente 3,3% e 3%), mentre le spese per “alloggio ed esclusione sociale” sono mediamente le più basse in rapporto al Pil tra tutte le voci di spesa di protezione sociale (0,9% del Pil) ma risultano particolarmente basse nella maggior parte dei nuovi Stati membri dell’Ue (con valore minimo dello 0,1% del Pil in Estonia), in molti Paesi del Sud Europa (minimo registrato in Italia con lo 0,1% del Pil) e in Austria.

Fonti: Eurostat, Statistics in focus 42/2011 e 17/2011

http://epp.eurostat.ec.europa.eu

SPESA SOCIALE PRO CAPITE: LE DIFFERENZE NELL’UE

Le rilevazioni di Eurostat sulla spesa per protezione sociale negli Stati membri dell’Ue mostrano differenze significative anche per quanto riguarda il livello di spesa pro capite, che al fine di una comparazione a livello europeo è espressa in standard di potere d’acquisto (Purchasing power standards – Pps).

Nel 2008 la spesa pro capite media per protezione sociale era di 6604 Pps nell’Ue a 27 e di 8108 Pps nell’area dell’euro. Considerando però i singoli Paesi, la spesa pro capite per protezione sociale nettamente più elevata si è registrata in Lussemburgo (14.057 Pps pro capite), seguito a distanza da Paesi Bassi e Svezia (entrambi con oltre 9000 Pps pro capite).

I valori rilevati nei Paesi con la più alta spesa pro capite per protezione sociale (Lussemburgo escluso) sono stati di circa 6-8 volte superiori a quelli registrati nel gruppo di Stati membri dell’Ue con la spesa pro capite più bassa, ovvero Bulgaria, Romania e Lettonia (con valori compresi tra i 1661 e i 1803 Pps pro capite).

Tra i Paesi europei al di fuori dell’Ue, invece, la spesa pro capite per protezione sociale più alta ha riguardato la Norvegia (10.642 Pps pro capite), superata a livello europeo solo dal Lussemburgo.

Le notevoli differenze tra Paesi europei in termini di livello di spesa per protezione sociale, osserva Eurostat, sono in parte dovute ai diversi livelli di ricchezza, ma riflettono anche la diversità nei sistemi di protezione sociale, le tendenze demografiche, i tassi di disoccupazione e altri fattori sociali, istituzionali ed economici.

Una spesa più efficace ed efficiente
per salvare il Welfare europeo

«L’intervento politico forte e gli stabilizzatori automatici incorporati nei sistemi di Welfare europei hanno svolto un ruolo importante nel mitigare le conseguenze sociali della peggiore recessione degli ultimi decenni. Tuttavia, è ancora difficile valutare appieno il costo umano della crisi ed è ancora in corso l’impatto sui mercati del lavoro e sulla popolazione, in particolare sui cittadini più vulnerabili. Investire in un regolare monitoraggio delle tendenze sociali e migliorare le statistiche sociali è fondamentale per la progettazione di risposte politiche tempestive ed efficaci e per valutare il loro impatto». È quanto si legge nel Rapporto 2010 sulla protezione e l’inclusione sociale redatto dal Comitato europeo per la protezione sociale (Social Protection Committee – Spc), organo di coordinamento tra gli Stati membri e le istituzioni dell’Ue in materia di politiche sociali.

Secondo il Rapporto, «la crisi ha messo in evidenza la grande diversità in seno all’Ue», dal momento che la sua portata, le sue dimensioni e i suoi effetti variano nei vari Paesi europei a seconda della capacità dei sistemi nazionali di Welfare di fornire una protezione adeguata. Non tutti gli Stati membri dell’Ue, infatti, dispongono dei mezzi finanziari e organizzativi per soddisfare la crescente domanda e alcuni presentano grandi lacune nelle loro reti di sicurezza. «Restringere queste lacune è ora una priorità. Allo stesso tempo è necessario contenere l’aumento della spesa pubblica, migliorare la qualità degli interventi e, in alcuni casi, definire delle priorità chiare. Ciò significa più efficace ed efficiente inclusione e protezione sociale, in linea con i principi di accesso per tutti, di adeguatezza e di sostenibilità» ha osservato il Comitato, sollevando la questione centrale per l’Unione europea e i suoi Stati membri: come ridurre la spesa pubblica garantendo adeguati livelli di protezione sociale?

Migliorare l’efficienza della spesa sociale e prevenire povertà ed esclusione sociale costituiscono secondo il Comitato due azioni prioritarie: «Equilibrate strategie di inclusione attiva, che uniscano un supporto adeguato al reddito, l’accesso al mercato del lavoro e ai servizi sociali, possono conciliare gli obiettivi di lotta alla povertà e di aumento della partecipazione al mercato del lavoro, migliorando al tempo stesso l’efficienza della spesa sociale». Inoltre deve essere prestata una «rinnovata attenzione» alle vecchie e nuove forme di povertà e di esclusione in una società che invecchia e che è in rapida evoluzione, aperta ai flussi della globalizzazione: «Prevenire e combattere la povertà, in particolare la povertà infantile, è fondamentale per preparare l’Europa al futuro, evitando uno spreco di potenziale umano».

La crisi in corso, osserva il Comitato europeo per la protezione sociale, «sottolinea la necessità di sostenere i cittadini in un momento di vincoli di bilancio più importanti. Le risposte dovrebbero essere coerenti con le riforme strutturali necessarie per modernizzare la politica sociale, per prevenire danni duraturi all’economia e alla società e prepararsi alle sfide future, quali ad esempio l’invecchiamento della popolazione».

Molte lacune nella
“rete di sicurezza”

Nell’Ue il tasso di disoccupazione medio è oggi al 10%, ma è più che doppio tra i giovani e gli immigrati da Paesi terzi, mentre il numero delle persone senza lavoro è aumentato finora di oltre 5 milioni a causa della crisi, che certo avrà effetti anche sulle persone lontane dal mercato del lavoro perché inattive o disoccupate di lungo termine.

Le persone con scarsa qualifica professionale, quelle con disabilità o problemi di salute mentale e i migranti (in particolare le donne) hanno avuto un accesso limitato alla formazione e ad altri servizi per l’impiego, cosa che insieme alla mancanza di posti di lavoro può minare gli sforzi per aumentare l’occupabilità.

La maturazione dei sistemi pensionistici ha contribuito a ridurre i rischi di povertà per le persone anziane in molti Paesi europei, tuttavia la crisi minaccia lo sviluppo di pensioni adeguate dove la povertà tra gli anziani rimane molto elevata.

La perdita di potere d’acquisto e di reddito colpisce tutti i membri delle famiglie, ma soprattutto i minori e altre persone a carico, mentre il mantenimento di standard di vita dignitosi per tutti è un requisito fondamentale per sostenere l’occupabilità e la capacità di apprendimento.

Sulla base di queste constatazioni il Comitato europeo per la protezione sociale nota che «nel complesso, la maggior parte dei cittadini europei può contare su alcune delle reti di sicurezza più efficaci al mondo», tuttavia sottolinea l’esistenza di varie «lacune». L’efficacia dei sussidi di disoccupazione varia notevolmente a seconda della durata della copertura e della condizionalità. I giovani lavoratori con brevi registrazioni contributive e alcuni dei lavoratori autonomi non possono avere diritto all’indennità di disoccupazione, mentre i lavoratori a part-time o a tempo determinato spesso ricevono benefici inferiori rispetto agli altri lavoratori. Le riforme per rafforzare gli incentivi al lavoro hanno inasprito i criteri di ammissibilità, ridotto il livello o la durata dei diritti, mentre la crisi ha causato l’esaurimento dei sussidi per un numero crescente di persone. Per queste ragioni, sottolinea il Comitato, è necessario adottare strategie basate su «principi di inclusione attiva».

La copertura e l’adeguatezza delle disposizioni relative al reddito minimo variano sensibilmente all’interno dell’Ue, ma nella maggior parte dei Paesi l’assistenza sociale non è sufficiente per sollevare le persone dalla povertà. In tutti i Paesi, poi, regole complesse, mancanza di informazioni, valutazioni discrezionali, errori amministrativi e la paura della stigmatizzazione sono alla base, anche se in gradi diversi, della non-adozione di tali regimi, «vi è quindi spazio per l’aumento dell’efficacia e dell’efficienza dei sistemi di reddito minimo».

Se il sostegno a un reddito adeguato è fondamentale per le persone nel momento del bisogno, le politiche devono però anche aiutarle a partecipare al mercato del lavoro. La spesa e le misure per la partecipazione attiva al mercato del lavoro, tra cui l’apprendimento permanente, sono migliorate complessivamente negli ultimi anni, tuttavia «deve essere fatto di più per assicurare che tutti siano raggiunti», incluse le persone poco specializzate, i giovani e gli anziani, le famiglie monoparentali, le persone con disabilità o uscite da periodi di cura, i migranti e le minoranze etniche. «Servizi sociali e occupazionali adeguati e personalizzati, di qualità, sono essenziali per superare barriere strutturali alla partecipazione al mercato del lavoro e nella società» sostiene il Rapporto dell’Spc, segnalando l’importanza di un miglioramento della conciliazione tra lavoro e vita familiare perché «sostenendo le famiglie e l’infanzia si investe in un futuro sostenibile per l’Europa».

Il problema dell’esclusione
abitativa

Anche la carenza di alloggi adeguati è un problema di lunga data nella maggior parte dei Paesi europei, rileva il Rapporto, segnalando che con la crisi e la crescente disoccupazione sono aumentati inadempienze sui prestiti per la casa, pignoramenti e sfratti. Il problema abitativo, che comprende sia i senzatetto sia coloro che vivono in alloggi precari, inadeguati e sovraffollati, necessita di una corretta valutazione e di una metodologia comune concordata a livello europeo.

Le cause di esclusione abitativa, osserva il Rapporto, possono essere strutturali (disoccupazione, povertà o mancanza di un alloggio adeguato), personali (disgregazione del nucleo familiare, malattia), istituzionali (post cure o carcere) o legate alla discriminazione. Le politiche devono però adattarsi al cambiamento dei modelli di senza fissa dimora e ai nuovi gruppi a rischio, come ad esempio le persone con bassi salari, scarsa formazione e occupazione intermittente, compresi i giovani lavoratori e i migranti. Secondo il Comitato, dunque, affrontare la crisi degli alloggi e il problema dei senzatetto richiede politiche integrate che combinino sostegno finanziario a privati, regolamentazione efficace e di qualità dei servizi sociali, il tutto attraverso una condivisione di responsabilità e una forte cooperazione tra tutti i soggetti coinvolti.

Oltre all’elemento chiave per le politiche abitative costituito dalla disponibilità di alloggi sociali e pubblici, le concentrazioni di esclusione abitativa e senza fissa dimora non possono che essere affrontate attraverso programmi di riqualificazione urbana e la promozione di comunità sostenibili e mix sociale, osserva il Comitato per la protezione sociale, secondo cui «le strategie per affrontare l’esclusione abitativa hanno un ruolo importante nella costruzione di società ed economie socialmente ed ecologicamente sostenibili e dovrebbero essere parte integrante delle strategie post-crisi».

La crisi aumenta i rischi
per la salute

I dati relativi all’impatto della crisi sulla salute sono ancora scarsi, ma l’esperienza dimostra che le recessioni aumentano i rischi per la salute mentale e fisica e che gli effetti negativi possono emergere nel tempo. Lo stato di salute è influenzato dall’estensione e dalla durata del degrado economico e sociale, mentre i vincoli di bilancio rendono difficile rispondere alle esigenze sanitarie in aumento.

Un improvviso aumento dell’insicurezza costituisce un fattore di stress che colpisce la popolazione in generale; l’incertezza lavorativa e la disoccupazione di lunga durata incidono significativamente sulla salute mentale e possono causare abuso di alcool e droghe, suicidio, aumento del rischio di malattie cardiovascolari con un impatto sulla mortalità; il reddito familiare più basso può inoltre ritardare e inibire il ricorso alle cure. «Ciò sottolinea la necessità di promuovere l’inserimento nel mercato del lavoro al fine di prevenire rischi per la salute» osserva il Comitato, segnalando come l’impatto sulla salute possa variare sensibilmente a seconda della profondità della recessione e soprattutto della forza dei settori sanitari e delle politiche di Welfare dei vari Paesi: «Alcuni degli Stati membri dell’Ue più colpiti dalla crisi sono anche quelli in cui la situazione sanitaria relativa è peggiore e le politiche sociali e sanitarie meno sviluppate. In vari Paesi europei è necessaria una migliore e maggiore spesa per l’assistenza sanitaria anche attraverso una maggiore promozione e prevenzione».

«Mortalità evitabile e morbilità sono un salasso per la società, riducendo l’occupazione, la produttività e la crescita e aumentando la pressione sui bilanci sanitari. A fronte di crescenti esigenze e budget limitati il miglioramento dell’efficacia e dell’efficienza assume una nuova urgenza» avverte il Comitato per la protezione sociale, ricordando come la spesa sanitaria incida mediamente per il 9% sul Pil: «Migliori progettazione, organizzazione e realizzazione dell’assistenza e un’attenzione al rapporto costi/benefici può far sì che simili livelli di spesa portino a risultati notevolmente diversi». Il settore sanitario ha inoltre un grande potenziale per la creazione di posti di lavoro, vitale per le strategie occupazionali e per una crescita sostenibile considerando che la domanda della popolazione per i servizi sanitari e sociali crescerà.

Sostenibilità dei
sistemi pensionistici

Il principale capitolo di spesa per protezione sociale nell’Ue è quello riguardante le prestazioni di supporto alla vecchiaia e alla sussistenza, il che significa soprattutto pensioni. I pensionati sono stati relativamente poco colpiti finora, osserva il Rapporto, ma i sistemi pensionistici e il loro contesto economico stanno cambiando e «i tagli nei pagamenti di alcuni Paesi con alti tassi di povertà tra gli anziani sono fonte di preoccupazione». Le implicazioni a lungo termine della crisi, se non adeguatamente affrontate, potrebbero avere un impatto negativo su tutti i tipi di regimi pensionistici e aggravare la sfida dell’invecchiamento.

Le pensioni dipendono sempre più dai contributi legati al reddito, quindi l’adeguatezza delle pensioni dipenderà dalla capacità dei mercati del lavoro di offrire opportunità di carriere contributive più lunghe e complete. Il saldo tra l’adeguatezza e la sostenibilità – oggetto di un decennio di riforme pensionistiche – è messo in ulteriore pressione dalla crisi finanziaria ed economica. Un aumento dell’occupazione per i lavoratori anziani e le donne deve essere difeso dall’aumento della disoccupazione.

I futuri pensionati saranno probabilmente più esposti alle fluttuazioni dei mercati finanziari e del lavoro, mentre una contribuzione in cui i rischi di investimento sono generalmente a carico dei risparmiatori è destinata ad aumentare notevolmente.

Le misure di riforma introdotte dalla maggior parte degli Stati membri dell’Ue per garantire sistemi pensionistici più sostenibili economicamente rappresentano un passo molto importante, osserva il Comitato per la protezione sociale, ma devono essere ampliate in modo da garantire anche la fornitura di adeguate prestazioni pensionistiche. «Per raggiungere questo obiettivo è necessario che le persone lavorino di più e più a lungo, per cui oltre alle riforme pensionistiche servono ulteriori misure per migliorare le prestazioni del mercato del lavoro e una più ampia gamma di fonti di reddito pensionistico» si legge nel Rapporto.

Coordinamento
e cooperazione necessari

La necessità di reagire rapidamente alla crisi ha indotto molti Stati membri a rafforzare la loro capacità di rilevare i problemi sociali e intensificare la cooperazione tra gli attori sociali e istituzionali. È stata ampliata la base di conoscenze sull’impatto sociale della crisi, utilizzando dati amministrativi o strumenti di monitoraggio specifici, tra cui nuove indagini. Sono state adottate misure per migliorare la tempestività delle indagini sociali a livello nazionale ed europeo.

Le parti sociali hanno spesso svolto un ruolo chiave nella progettazione e realizzazione delle misure di breve termine sui mercati del lavoro per salvaguardare i posti di lavoro. Le amministrazioni pubbliche e le Ong di tutta Europa hanno dovuto soddisfare una maggiore domanda di prestazioni sociali e di servizi vedendo spesso ridotte le loro entrate. Per queste ragioni, conclude il Comitato europeo per la protezione sociale, «la cooperazione e il coordinamento tra questi attori costituiscono un bene prezioso».

(Questo testo è stato redatto in collaborazione con “puntidivista”, rivista dell’Osservatorio Caritas Torino e Delegazione Piemonte e Valle d’Aosta)
INFORMAZIONI:

http://ec.europa.eu/social/main.jsp?langId=en&catId=750

MODELLI EUROPEI DI WELFARE STATE

I sistemi di Welfare State (Stato del benessere, Stato sociale), fin dalle loro origini oltre un secolo fa, hanno dato un importante contributo alla modernizzazione della società europea, stabilizzando l’economia di mercato e consolidando le istituzioni democratiche.

Per Welfare State si intende generalmente l’insieme delle spese destinate alla previdenza, alla sanità, agli ammortizzatori sociali, all’assistenza, all’istruzione e alle politiche per la casa. Si tratta della parte più consistente della spesa pubblica, volta a soddisfare un’ampia gamma di bisogni fondamentali.

Dalle tutele che inizialmente garantivano solo i lavoratori dipendenti, nella prima metà del Novecento nelle socialdemocrazie scandinave, le forme di assicurazione sociale sono state estese a tutta la popolazione, dando origine ad un sistema di prestazioni a carattere universale. Nel secondo dopoguerra, poi, in tutti i Paesi europei si è verificata un’intensa espansione delle spese sociali (in Italia ciò è avvenuto con un lieve ritardo, solo verso la metà degli anni Sessanta, in corrispondenza di una fase di accelerato sviluppo economico).

I sistemi europei di protezione sociale presentano caratteristiche diverse, che riflettono i legami esistenti tra le modalità di sviluppo degli istituti e le esperienze storiche, politiche ed economiche dei singoli Paesi. I vari sistemi differiscono tra loro principalmente rispetto alla dimensione e alla composizione della spesa pubblica, agli aspetti istituzionali, ai tipi di prestazioni erogate e ai meccanismi di finanziamento previsti; conseguentemente, le politiche sociali possono essere classificate sulla base degli strumenti utilizzati (trasferimenti in denaro o erogazione di servizi), delle regole di accesso (con accertamento, o meno, delle condizioni di bisogno), delle modalità di finanziamento adottate (attraverso la fiscalità generale o tramite contributi sociali) e degli assetti organizzativo-gestionali. In base a queste categorizzazioni è possibile identificare alcune linee comuni di evoluzione dei sistemi di sicurezza sociale e individuare alcune macro-aree relativamente omogenee. La letteratura di social policy distingue quattro modelli di Stato sociale: il modello socialdemocratico (o scandinavo), il modello liberale (o anglosassone), il modello corporativo (o continentale) e il modello mediterraneo.

Modello scandinavo

Il primo modello, che caratterizza i Paesi scandinavi (Finlandia, Danimarca e Svezia) e l’Olanda (il cui sistema di Welfare ha però delle specificità assimilabili anche al modello continentale), presenta i livelli più alti di spesa per la protezione sociale (circa un terzo del Pil), considerata un diritto di cittadinanza; le prestazioni, che garantiscono una copertura universale, consistono in benefici in somma fissa, erogati automaticamente al verificarsi dei vari rischi. In aggiunta a questa base di tutela universalistica, i lavoratori occupati ricevono prestazioni integrative, tramite schemi professionali obbligatori altamente inclusivi. Le prestazioni assicurative contro la disoccupazione e le politiche attive sul mercato del lavoro rivestono un ruolo essenziale. La principale forma di finanziamento della sicurezza sociale è rappresentata dal gettito fiscale, sebbene siano stati compiuti, a partire dalla metà degli anni Novanta, alcuni passi per estendere il ruolo dei contributi sociali obbligatori.

Modello anglosassone

Il modello liberale (proprio di Irlanda e Regno Unito) ha come obiettivo prioritario la riduzione della diffusione delle povertà estreme e dei fenomeni di emarginazione sociale; pertanto, il sistema è caratterizzato dalla presenza di rilevanti programmi di assistenza sociale e di sussidi, la cui erogazione è tuttavia subordinata alla verifica delle condizioni di bisogno (means testing). Un ruolo importante è svolto dalle politiche attive del lavoro e da schemi che condizionano l’accesso ai benefici al possesso di un’occupazione regolare. Le modalità di finanziamento sono miste, in quanto, mentre la sanità è interamente fiscalizzata, le prestazioni in denaro sono generalmente finanziate tramite i contributi sociali.

Modello continentale

Il terzo raggruppamento comprende i Paesi dell’Europa continentale (Austria, Belgio, Francia, Germania e Lussemburgo): questo modello prevede uno stretto collegamento tra le prestazioni sociali e la posizione lavorativa degli individui, ed è centrato sulla protezione dei lavoratori e delle loro famiglie dai rischi di invalidità, malattia, disoccupazione e vecchiaia. In questi Paesi tendono a prevalere programmi molto frammentati e diversificati per categorie, spesso più generosi verso i dipendenti pubblici, finanziati prevalentemente tramite contributi sociali, distinti per i vari istituti di spesa.

Modello mediterraneo

I Paesi dell’Europa meridionale, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna, presentano sistemi sociali di introduzione relativamente recente, caratterizzati da livelli più bassi di spesa. Il modello mediterraneo di Stato sociale può essere considerato come una variante di quello continentale-corporativo, presentando sistemi di garanzia del reddito altamente frammentati per categorie occupazionali, in cui è ancora più accentuato il ruolo di ammortizzatore sociale assegnato alla famiglia. A differenza dei sistemi dell’Europa continentale, tuttavia, nei Paesi mediterranei manca un’articolata rete di protezione minima di base, sebbene di recente alcuni Paesi abbiano cercato di porre rimedio a questa anomalia attraverso l’introduzione di schemi di reddito garantito (in Spagna, Portogallo e, a livello sperimentale, in Italia). Continuano ad essere poco sviluppati anche i programmi di assistenza sociale e le politiche attive del mercato del lavoro.

Fonte: Mariangela Zoli, “I sistemi di Welfare State nei Paesi dell’Unione Europea”, Università Luiss, 2004

PROTEZIONE SOCIALE CONTRO POVERTÀ ED ESCLUSIONE

«Affrontare le cause dell’ineguaglianza focalizzandosi sulla redistribuzione del reddito, sull’effettività dei sistemi di protezione sociale e sull’universalità dei servizi» solo così si possono contrastare la povertà e l’esclusione sociale attraverso il coinvolgimento di istituzioni, nazionali e comunitarie, organizzazioni della società civile, imprese e cittadini. È quanto sostiene l’European Anti Poverty Network (Eapn), la rete europea di lotta alla povertà, in una nota di inizio settembre.

Secondo l’Eapn, nel contesto attuale di crisi è importante proteggere il volontariato dai rischi di «sfruttamento» che si verifica quando l’azione volontaria diventa «lavoro non retribuito che sostituisce il lavoro retribuito», o quando il ricorso al volontariato «mette in discussione il ruolo o l’organizzazione del Welfare State».

Il ruolo del volontariato è cruciale sia nel contrasto delle cause sia nella riparazione delle conseguenze della povertà e dell’esclusione sociale, tanto a livello di singolo individuo quanto a livello organizzativo e sociale, per questo l’Eapn rivolge varie raccomandazioni a una molteplicità di soggetti.

Alla Commissione europea è richiesto il coinvolgimento delle organizzazioni di volontariato nella «governance della strategia Europa 2020», riconoscendo il «valore aggiunto» del loro contributo nella costruzione di una società più inclusiva e sostenibile, nonché l’avvio dei lavori sul «Libro bianco del volontariato e della cittadinanza attiva» che attribuisca il giusto valore al contributo che il volontariato dà nella riduzione delle disuguaglianze sociali e che incentivi la «creazione di un ambiente favorevole al volontariato».

Varie le richieste agli Stati membri dell’Ue: tutela giuridica dei diritti dei volontari, elaborazione di linee guida che impediscano l’uso di lavoro volontario in sostituzione di lavoro retribuito a cui spetta il compito di erogare i servizi di Welfare, riconoscimento alle organizzazioni della società civile dello status di interlocutore nelle politiche di contrasto della povertà e dell’esclusione sociale.

Alle imprese e alle fondazioni è richiesto un maggior impegno civile, anche nel volontariato, non soltanto per una ragione di immagine ma anche con l’obiettivo di migliorare alcuni dati reali, investendo sulla responsabilità sociale di impresa come motore per il consolidamento di rapporti inclusivi con le comunità locali, per il miglioramento delle condizioni di lavoro e per il rafforzamento del capitale umano e sociale di una comunità.

Infine, l’associazionismo e il terzo settore sono invitati ad accrescere l’efficienza organizzativa e la qualità degli interventi, oltre che al superamento delle discriminazioni, ad esempio favorendo l’accesso all’attività di volontariato dei migranti, oppure garantendo alle donne avanzamenti di carriera non diversi da quelli degli uomini o, ancora, coinvolgendo i destinatari degli interventi come parte attiva nelle loro attività.

INFORMAZIONI: http://www.eapn.eu

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Sindacati europei a difesa del modello sociale europeo

La Confederazione europea dei sindacati (Ces) è da sempre impegnata a difesa del modello sociale europeo, ancor più negli ultimi mesi caratterizzati da politiche di austerity messe in atto dai governi europei per tentare di sanare i conti pubblici riducendo le uscite di bilancio. Politiche che, oltre a non aiutare la generale crescita economica, minacciano i diritti sociali e del lavoro rischiando di far pagare il prezzo più elevato della crisi a chi non ha alcuna responsabilità, cioè la stragrande maggioranza della popolazione e dei lavoratori e soprattutto i gruppi più vulnerabili. Le attuali politiche di austerità, osservano infatti i sindacati europei, non fanno che favorire la disoccupazione ed aumentare le disuguaglianze, mentre in molti Paesi europei «i lavoratori si trovano ad affrontare attacchi frontali ai loro diritti legali acquisiti, sanciti dalla legislazione europea e dagli strumenti internazionali».

La Ces ritiene inoltre inaccettabile che le condizioni di tali politiche siano fissate unilateralmente da istituzioni e Banca centrale europea (Bce), le quali operano così oltre le loro competenze, mentre condanna il fatto che «alcuni governi stanno usando la crisi per smantellare le disposizioni sociali che sono il fondamento del modello sociale europeo». L’Unione europea e la Bce, osserva la Ces, «stanno conducendo spedizioni punitive contro i Paesi che non sono riusciti a rispettare le regole di stabilità. Invece di seguire la via della solidarietà e prendere misure coraggiose commisurate alla gravità della situazione, è la soluzione a breve termine che fa da padrona. Le recenti misure imposte a Italia e Grecia sono oppressive. I decisori europei persistono lungo un percorso che sta costringendo i Paesi in difficoltà verso il basso, in una spirale infernale».

I salari poi, sostengono i sindacati europei, «non sono il nemico dell’economia, ma il loro motore», per cui «scatenare una “corsa al ribasso” sui salari e le politiche di Welfare non farà che minare la dinamica della domanda e minacciare la deflazione in tutta l’Unione monetaria». Per questo la Ces ribadisce la necessità di allegare all’integrazione economica e sociale il pieno rispetto dei sistemi nazionali di fissazione dei salari e l’autonomia delle parti sociali.

Come se non bastasse, all’inizio di ottobre la Commissione europea ha pubblicato una proposta per ridurre gli aiuti europei alle regioni più povere in modo da costringere i governi a controllare la spesa pubblica: un approccio a cui la Ces si oppone fermamente, perché «serve solo a punire le regioni e le persone che sono già in difficoltà». Le sanzioni finanziarie legate al Patto di stabilità e crescita e le condizionalità macroeconomiche «sono inaccettabili» secondo i sindacati europei, perché il risultato sarebbe l’impoverimento delle popolazioni dell’Unione europea e quindi in contrasto con i principi fondamentali della politica di coesione economica, sociale e territoriale ribaditi nel Trattato di Lisbona.

Le attuali politiche europee che cercano affannosamente di raggiungere un risanamento economico-finanziario a scapito dei diritti sociali e del lavoro portano la Confederazione europea dei sindacati ad un’amara e preoccupata constatazione della situazione europea: «I disordini sociali che si registrano in molti Paesi non sono sorprendenti: contro la disoccupazione giovanile, il lavoro precario, le disparità di trattamento e le crescenti disuguaglianze le popolazioni europee vedono giungere dalle politiche dell’Ue solo austerità e attacchi ai loro diritti».

INFORMAZIONI: http://www.etuc.org

EUROPA SOCIALE: LE RICHIESTE DELLA CES

Pubblichiamo di seguito il manifesto redatto dalla Confederazione europea dei sindacati (Ces) in occasione dell’euromanifestazione svoltasi a Breslavia (Wroclaw), in Polonia, il 17 settembre scorso.

Le turbolenze e le speculazioni sui mercati finanziari stanno minacciando la stabilità economica dell’Unione europea. La Ces ricorda ai leader politici che essi devono svolgere un ruolo di primo piano. Devono prendere delle decisioni e non permettere ai mercati finanziari e alle agenzie di rating di prendere il comando. La solidarietà in Europa non è mai stata urgentemente necessaria come oggi. Devono essere intraprese azioni immediate in favore dei meccanismi europei di solidarietà a sostegno di investimenti in tempo reale delle politiche di ripresa economica.

Senza la solidarietà europea sono a rischio l’occupazione, la coesione sociale e il tenore di vita di milioni di europei. È giunto il momento di dimostrare una reale leadership europea nel prendere le giuste decisioni per cambiare direzione. Chiediamo ai ministri economico-finanziari europei e alla presidenza di turno polacca dell’Ue decisioni e politiche ambiziose per un’Europa sociale e per una corretta e inclusiva governance europea.

Noi rifiutiamo:

• i diktat dai mercati finanziari e dalle agenzie di rating; • l’austerità della governance con conseguenti drastici tagli dei salari e della protezione sociale; • l’insicurezza e la disoccupazione, soprattutto per i giovani; • la deregolamentazione delle norme del lavoro e la regressione sociale; • gli interventi nella contrattazione collettiva nazionale e lo smantellamento del dialogo sociale; • le crescenti disuguaglianze sociali e salariali.

Per una solidarietà europea che rafforzi il modello sociale chiediamo:

• posti di lavoro stabili e di qualità, con priorità per l’occupazione giovanile; • il rispetto per l’autonomia delle parti sociali nella contrattazione collettiva e dei salari; • un vero e proprio dialogo sociale; • la protezione e l’incremento del potere d’acquisto dei salari; • la garanzia di retribuzioni dignitose; • una forte protezione sociale per garantire coesione sociale e solidarietà; • l’accesso per tutti ai servizi pubblici di qualità; • la garanzia di migliori pensioni.

Per una solidarietà europea che assicuri una crescita sostenibile chiediamo:

• l’attuazione di meccanismi europei per frenare la speculazione, accomunare i rischi e finanziare un piano di rilancio europeo (ad esempio con gli eurobond); • l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie e l’uso degli strumenti di bilancio esistenti per gli investimenti e la crescita sostenibile; • la fine di paradisi fiscali, evasione fiscale e frodi; • il controllo delle agenzie di rating; • lo sviluppo di politiche industriali dinamiche basate sul basso tenore di carbonio; • l’armonizzazione della base imponibile con un tasso fiscale minimo per le aziende.

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