Luttes: un progetto europeo contro l’esclusione sociale

ottobre 2011

Il quadro economico e sociale europeo è tutt’altro che positivo, i tassi di disoccupazione sono preoccupanti, la ripresa economica complessivamente stenta, le condizioni dei cittadini peggiorano, il diritto e la speranza a progettare il proprio futuro sono negati ai giovani nella precarietà. In questa situazione il ruolo delle forze sindacali e sociali europee rappresenta probabilmente una delle poche possibilità per mettere in campo idee e azioni di contromisura a salvaguardia dei cittadini perseguendo l’obiettivo della coesione economica e sociale, della giustizia e della prosperità. «È fondamentale che i sindacati in Europa giochino insieme la partita contro la crisi e le politiche di austerità. Bisogna tessere la rete della reciproca solidarietà e  delle comuni strategie» hanno sottolineato gli organizzatori della Conferenza intitolata “Crisi, l’impatto sociale e le strategie sindacali”, svoltasi a Sesto San Giovanni il 5 luglio 2011 e che ha rappresentato il momento finale del progetto europeo Luttes, promosso dalla Cgil Lombardia in partenariato con Cisl e Uil lombarde, le associazioni Arci e Acli lombarde e la piemontese Apice oltre a varie organizzazioni sindacali europee.

L’esperienza tedesca

Il sindacalista greco Georges Dassis, presidente del Gruppo lavoratori del Comitato economico e sociale europeo (Cese), ha aperto i lavori della Conferenza con una videointervista in cui ha sottolineato l’importanza del valore della solidarietà che dovrebbe caratterizzare la “casa comune” europea, la quale dovrebbe essere molto più attenta alle istanze sociali e del mondo del lavoro.

È poi stata illustrata la situazione della Germania, protagonista di una recente e rilevante ripresa economica che l’ha riportata a essere il vero “motore” europeo. Come ha spiegato Patrick Schreiner, assistente alla segreteria generale del sindacato tedesco Dgb Niedersachsen, nel 2009 la Germania aveva registrato la più elevata riduzione del Prodotto interno lordo (Pil) della sua storia economica post bellica (-4,7%) con gravi conseguenze soprattutto per il settore dell’industria ma sorprendentemente con scarsi incrementi della disoccupazione (+150.000 unità circa). Nel corso del 2010 e del 2011, poi, la disoccupazione si è nuovamente ridotta e questo è avvenuto per tre ragioni principali: la riduzione dell’orario di lavoro, che ha interessato circa 1,4 milioni di lavoratori ed è stata fortemente voluta dalle organizzazioni sindacali; la presa di coscienza che politiche “intelligenti” sono più utili del semplice mercato, cosa che ha portato ad aumentare le spese dei governi federale e regionali i cui interventi hanno colmato parte delle riduzioni salariali dovute alla diminuzione delle ore lavorative; il forte incremento delle esportazioni, trainate soprattutto dall’industria, che ha portato a un rilevante saldo commerciale positivo.

Certo, ha sottolineato Schreiner, pur portando benefici all’economia nazionale un sistema eccessivamente sbilanciato sulle esportazioni non funziona a lungo e, inoltre, le misure del governo adottate per garantire lavoro, banche e imprese hanno aumentato l’indebitamento dello Stato, passato dal 67% del Pil nel 2008 all’83% del 2010. Ora, infatti, è stato introdotto un limite all’indebitamento fino al 2016 per il governo federale e fino al 2020 per quelli regionali, con riduzioni delle spese superiori a 80 miliardi di euro entro il 2014 solo per il governo federale. Questa nuova politica dei tagli voluta dal governo tedesco è appoggiata dai media e contrastata dal sindacato, secondo cui servirebbe invece un aumento della spesa pubblica per rilanciare l’economia: aumentare i salari e le contribuzioni sociali così da contribuire all’aumento della domanda interna, questo sia a livello nazionale che a livello europeo; contemporaneamente andrebbero rafforzata l’Europa sociale e regolati i mercati finanziari. Ma, ha concluso il rappresentante della Dgb, dopo l’importante dialogo sociale attuato negli ultimi anni e che ha contribuito in modo determinante alla ripresa, in questa fase è molto difficile per i sindacati fronteggiare le nuove politiche liberiste del governo tedesco.

Il caso britannico

Le forti e drammatiche conseguenze della crisi in termini di tagli alla spesa sociale effettuati nel Regno Unito sono invece state illustrate da Laurie Heselden, assistente del segretario generale del sindacato britannico Sertuc (South East Region of Trade Union Congress). Con la crisi il numero di disoccupati nel Regno Unito è aumentato di 400.000 unità, oggi un giovane su 5 è disoccupato; è aumentato il ricorso al lavoro part time e il numero delle persone costrette a lavorare a un livello inferiore rispetto alla loro formazione; si è registrata la chiusura di molte aziende, anche grandi e soprattutto nel settore edilizio, con la capitale Londra profondamente colpita dalla crisi del settore finanziario; la sterlina si è svalutata del 20%, ma ciò non ha portato a un aumento dell’occupazione stabile e pagata dignitosamente (è cresciuta solo l’occupazione precaria nel settore turistico).

Per fronteggiare la situazione il nuovo governo britannico ha adottato politiche «molto aggressive» al fine di ridurre il deficit: 100 miliardi di sterline in meno di spesa pubblica entro il 2015, cosa che significa 500.000 posti di lavoro pubblico in meno ma secondo alcune stime potrebbero essere anche 700.000. Il 20% dei tagli sarà a carico dei sussidi per disoccupazione e disabilità, ma anche per assistenza e istruzione i tagli saranno notevoli.

Secondo il governo tale perdita di posti di lavoro nel settore pubblico sarà bilanciata da un aumento nel settore privato, principale beneficiario di queste riforme che porteranno a estese privatizzazioni di settori pubblici.

Il sindacato britannico ritiene che si tratti di tagli troppo veloci e profondi e soprattutto non equi. «Servirebbe invece una strategia innovativa di investimento, basata sulle energie rinnovabili e lo sviluppo sostenibile, oltre alla tassazione delle transazioni finanziarie e a un’adeguata politica fiscale» h dichiarato l’esponente del Sertuc, ricordando come la lotta a questa politica liberista del governo britannico ha portato alla più grande manifestazione degli ultimi 30 anni nel Regno Unito, svoltasi il 26 marzo 2011 a Londra con la partecipazione di circa mezzo milione di persone.

Austerity anche nei nuovi Stati membri

Le politiche di austerity non riguardano però solo i “vecchi” Stati membri dell’Ue ma anche i nuovi, che partivano da condizioni economiche e sociali già precarie. Così, ad esempio, in Romania il governo ha deciso di innalzare l’Iva dal 19% al 24%, con grande disagio per la popolazione ma senza reali miglioramenti di bilancio, mentre l’età pensionabile è stata posticipata a 65 anni per gli uomini e a 63 anni per le donne. Si tratta di alcune delle misure adottate per poter ottenere un finanziamento di 20 miliardi di euro da Unione europea e Fondo monetario internazionale (Fmi), i quali considerano ora la Romania «sulla buona strada» grazie a queste iniziative. Tuttavia, ha sottolineato Florentina Enache del sindacato rumeno Cnslr Fratia, l’inflazione è al 7,5%, la crescita poco sopra l’1%, il salario netto è sceso del 2,5%, l’emigrazione aumenta con un’evidente femminilizzazione dei flussi e «la crisi ha peggiorato la situazione del lavoro: le condizioni non sono più definite in modo chiaro e non si applica il dialogo sociale». Così, ha concluso la sindacalista rumena, «a inizio 2011 rispetto a due anni prima il numero di cittadini che si dichiara colpito dalla crisi è raddoppiato».

Un sindacato più forte e coeso per l’Europa

«In Europa si avverte la necessità di un movimento sindacale ancora più coeso, forte, capace di far pesare gli interessi e le aspirazioni delle lavoratrici e dei lavoratori. Un percorso lungo e complesso verso un obiettivo alto, strategico, che però concorre a definire la qualità sociale di quei tanti Paesi che costituiscono un Continente, un’idea unitaria dell’Europa unita non solo nel nome della moneta e dei vincoli di politica economica, ma anche sotto l’aspetto della qualità della vita delle persone e della loro condizione sociale» ha dichiarato il segretario generale della Cgil Lombardia, Nino Baseotto, sottolineando come progetti quali Luttes possono portare un contributo alla possibilità e necessità di fare rete tra le organizzazioni sindacali di Paesi diversi, con l’obiettivo di condividere la ricerca di strategie comuni, di provare a dare un tratto più europeo al sindacalismo.

«In questi anni – ha osservato il segretario della Cgil lombarda – abbiamo avuto modo di lavorare insieme diverse volte ed oggi possiamo dire che la rete si è allargata. Una rete che va via via arricchendosi e rinforzandosi e che è tale perché tutti i suoi nodi condividono un principio basilare: il rispetto per le posizioni di tutti e la ricerca ostinata dei punti in comune. Tra questi, sicuramente ai primi posti va messo quello della lotta alla povertà e all’esclusione sociale che si intreccia con l’impegno a difesa delle condizioni di lavoratori e pensionati».

Secondo Baseotto «è tempo che trovi più spazio e più attenzione l’Europa sociale e del lavoro e che il sindacato europeo trovi posizioni e proposte capaci di riunificare l’azione delle diverse organizzazioni nazionali». Investire di più e meglio sul lavoro come risorsa e come valore, scommettere su innovazione e ricerca, investire su formazione, scuola e università, promuovere un nuovo modello di sviluppo rispettoso dell’ambiente, delle risorse naturali e dei beni comuni: questi i cardini su cui deve impostare la sua azione il movimento sindacale europeo.

«Sono convinto che l’Europa abbia bisogno di più sindacato e che il sindacato abbia a sua volta bisogno di più Europa. Questo sarà possibile se sapremo proseguire nel tessere la rete, nel dialogare tra noi e confrontarci in modo costruttivo con le nostre controparti – ha aggiunto il segretario della Cgil Lombardia –. Ciascuna delle nostre organizzazioni ha una storia, una tradizione, un patrimonio di idee e di proposte cui giustamente non vuole rinunciare. Ma ognuna delle nostre organizzazioni è consapevole di non poter bastare a se stessa, di aver bisogno di mettersi in rete, di allearsi, di unirsi ad altre organizzazioni, perché solo così possiamo ragionevolmente tendere a conquistare un futuro migliore. Ed il futuro passa per una via obbligata: l’unità dei lavoratori e delle lavoratrici europei. Unità che non equivale a rinunzia alle proprie specificità, bensì valorizzazione dei punti in comune e rispetto delle differenze. Un progetto unitario che tenga al centro il valore della solidarietà e quello del lavoro. È il nostro compito, la nostra mission, il nostro dovere».

La Conferenza di Sesto, a conclusione del progetto Luttes, ha quindi voluto rappresentare solo una piccola tappa di un lungo cammino, un’occasione di ascolto e confronto. Per questo motivo i partner del progetto hanno deciso di non stilare delle conclusioni, come segno di un lavoro che deve continuare e al quale tutti sono chiamati a partecipare. «Del resto – ha dichiarato l’esponente della Cgil concludendo il suo intervento – le conclusioni di oggi sono già scritte prima ancora di iniziare: l’impegno comune a proseguire nel nostro lavoro, ad arricchire la nostra rete, a dare insieme una speranza, una prospettive e una ragione alle donne e agli uomini che rappresentiamo».

INFORMAZIONI: Dipartimento Internazionale Cgil Lombardia, viale Marelli 497, Sesto San Giovanni; tel. 02/262541, mail: internazionale@cgil.lombardia.it, web: http://www.cgil.lombardia.it

IL PROGETTO EUROPEO LUTTES

“Luttes”, acronimo di Liens utiles à terminer toute forme d’exclusion sociale e cioè link utili a porre fine ad ogni forma di esclusione sociale, è il nome del progetto europeo appena conclusosi nell’ambito del quale tra le varie attività è stata realizzata nel periodo 2010-2011 la nostra rivista “euronote”.

Finalizzato a  promuovere un ruolo attivo della cittadinanza europea e la lotta alla povertà e all’esclusione sociale, il progetto ha avuto come capofila la Cgil Lombardia ed è stato realizzato in partnership con Cisl e Uil Lombardia, Arci e Acli lombarde, l’associazione piemontese Apice, i sindacati bulgaro Citub, rumeno Fratia, francese Cgt Rhône-Alpes e spagnolo Ugt Catalunya, mentre alla Conferenza finale svoltasi a Sesto San Giovanni il 5 luglio 2011 sono stati invitati a portare il loro contributo anche i sindacati britannico Sertuc, tedesco Dgb Niedersachsen e spagnolo CcOo Catalunya.

Tra le varie attività svolte nel corso del progetto, un fitto lavoro di partnership ha permesso la realizzazione di una video-inchiesta sperimentale sull’impatto della crisi in alcuni stati membri dell’Ue, appoggiandosi alle risorse e al radicamento sociale delle organizzazioni partner del progetto. Lo scopo è stato di realizzare un ampio confronto sull’impatto della crisi in diversi Stati dell’Unione europea e avviare una riflessione comune sulle politiche di contrasto e di uscita dalla crisi con i partner sindacali europei. Al termine di questo percorso, l’incontro del 5 luglio tra rappresentanti di organizzazioni italiane ed europee sulla “Crisi, l’impatto sociale e le strategie sindacali” ha rappresentato una logica conseguenza del lavoro comune svolto durante il progetto. Fulcro del confronto sono state le strategie che i sindacati mettono in campo nel proprio Paese per la difesa delle condizioni dei lavoratori e la rivendicazione di politiche economiche al fine di realizzare un “sistema Europa” che garantisca condizioni di vita e di lavoro dignitose a tutti le lavoratrici, i lavoratori, le cittadine e i cittadini che vi vivono.

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