L’arresto di Mladić importante per l’UE

maggio 2011

La cattura del generale serbo RatkoMladić, avvenuta il 26 maggio scorso a Lazarevo (villaggio della Voivodina nel nordest della Serbia), ha dato il via a varie dichiarazioni dei rappresentanti delle istituzioni europee e serbe sull’importanza per l’intera Europa di poter ora sottoporre il presunto responsabile del massacro di Srebrenica al giudizio del Tribunale Penale Internazionale dell’Aia per i crimini commessi nella ex Jugoslavia.

Il presidente della Commissione europea, Manuel Barroso, si è complimentato con il presidente serbo Boris Tadic e con il suo governo auspicando il rapido trasferimento di Mladić all’Aia dal momento che «tale collaborazione rimane elemento essenziale per le prospettive serbe di ingresso nell’Ue». Dello stesso tenore sono state le parole di Catherine Ashton, Alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune, che essendo a Belgrado ha potuto «congratularsi personalmente» con il presidente Tadic in un giorno «molto importante per la giustizia internazionale e per lo Stato di diritto». Anche il commissario europeo all’Allargamento, ŠtefanFüle, si è congratulato con le autorità e con i cittadini serbi per quello che ha definito «un grande giorno per la Serbia, per i Balcani occidentali e per tutti noi», sostenendo che l’arresto di Mladić rappresenta la rimozione di «un grande ostacolo sulla strada della Serbia verso l’Ue».

L’arresto del generale serbo costituisce infatti un passo decisivo per il completamento di quell’integrazione europea dei Balcani cominciata con il Consiglio europeo tenutosi nel 2000 a Santa Maria de Feira (Portogallo) e proseguita negli anni successivi fino a portare la Slovenia ad essere Stato membro dell’Ue, la stessa Serbia (insieme a Bosnia Erzegovina e Kosovo) ad essere Paese “potenziale candidato” e gli altri Stati della ex Jugoslavia (Croazia, ex Repubblica Jugoslava di Macedonia e Montenegro) ad esser Paesi candidati all’ingresso nell’Ue.

Leggere però questo avvenimento solo da questo punto di vista lo priverebbe di parte della sua rilevanza. Per questa ragione, forse, il presidente serbo, che ha già affrontato la delicata questione del Kosovo trovando una difficile posizione di equilibrio tra negazione e riconoscimento e che ha cercato la riconciliazione con la Bosnia e con la Croazia, ha dichiarato commentando l’arresto di Mladić: «Lo abbiamo fatto per noi», spiegando che il suo governo ha iniziato a lavorare per l’arresto di Mladić all’indomani dell’insediamento. «Abbiamo chiuso questo capitolo per noi stessi e non per farne una moneta di scambio qualunque» ha detto ancora Tadic in un’intervista a “France 24”. Parole in cui si può leggere il desiderio di un’intera classe politica, e forse di una generazione, di chiudere definitivamente con il passato e con le pesanti responsabilità serbe nelle guerre che hanno insanguinato i Balcani dal 1991 (Slovenia) al 1999 (intervento Nato in Kosovo). L’intenzione è di aprire una stagione di “normalità” e stabilità, in cui le autorità civili abbiano il controllo sui militari e in cui le istituzioni democratiche e la società civile rispondano con fermezza a manifestazioni di piazza come quelle dei nostalgici che, all’indomani dell’arresto, hanno manifestato il loro “sostegno” a Mladić (che nega ogni responsabilità nel massacro di Srebrenica) per le strade di Belgrado.

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