La “politica” migratoria

maggio 2011
La vignetta di Steve

La vignetta di Steve

La pentola dell’immigrazione non governata continua a bollire e ci dice che, anche qui, c’è chi fa le pentole e dimentica i coperchi. Accade a governanti troppo preoccupati di imminenti consensi elettorali, senza visione “lunga” di un fenomeno complesso, che viene da lontano e non si fermerà certo a Lampedusa né alle altre frontiere dell’Unione europea.

Era già capitato in Italia con la legge “Bossi-Fini”, tuttora in vigore e nella quale prevaleva sui molteplici aspetti del “problema immigrazione” – perché tale è e resta – quello della minaccia alla sicurezza e l’esorcismo della convivenza con l’“altro”, percepito come invasore, prima che come persona dotata di diritti e di lavoratore potenzialmente prezioso per le nostre economie declinanti.

Ricapita adesso con il groviglio di regole inadeguate e spesso contraddittorie con le quali si cerca di arginare flussi di migranti, descritti impropriamente come «esodi biblici», nel tentativo di ciascun Paese di disfarsene a spese del vicino: prima dall’Africa profonda verso la sponda mediterranea, poi dalla Tunisia verso l’Italia per continuare da questa verso la Francia e il resto dell’Ue.

Un nome venuto alla ribalta delle cronache in questi ultimi tempi è quello di Schengen, località lussemburghese dove nel 1985 venne firmato tra cinque Paesi fondatori della Comunità europea (mancava l’Italia, che avrebbe firmato nel 1990) un Accordo di libera circolazione che prevedeva l’abolizione dei controlli alle frontiere interne per i cittadini comunitari e per tutti gli altri provvisti di un regolare permesso di soggiorno. Con il passare degli anni l’Accordo è stato allargato a 25 Paesi: è sulla base di questa normativa che si fonda la “trovata” del ministro dell’Interno italiano Roberto Maroni, il quale nelle scorse settimane ha proposto un «permesso temporaneo» mirante a fare transitare i migranti di Lampedusa verso gli altri Paesi dell’Ue, in particolare Francia e Germania. Peccato che questi passaggi di frontiera per i cittadini extracomunitari siano vincolati a condizioni, che se rigorosamente applicate come ha fatto la Francia, impediscono in molti casi questo tipo di libera circolazione. La “furbata” di Maroni non ha funzionato, ma tuttavia un merito l’ha avuto: quello di stanare le ipocrisie degli uni e degli altri e obbligare la Commissione europea a farsi carico di una revisione di quegli accordi, inadeguati e facilmente manipolabili. Ma l’Italia deve fare i conti anche con un’altra normativa bocciata dall’Europa: quella derivante dall’art. 14 della “Bossi-Fini” che punisce con la reclusione il reato di clandestinità. E dire che lo avevano ripetuto in tanti, dalla magistratura a molti ambienti della società civile e della comunità ecclesiale fino all’Alto commissario Onu per i diritti umani, che fare della clandestinità un reato da punire con il carcere era contrario al diritto e alle normative europee. Forte dell’idea che “l’Italia è la patria del diritto, ma anche del rovescio”, il nostro governo ha mantenuto la pena del carcere ed è andato a sbattere contro una sentenza della Corte di Giustizia europea che chiede la disapplicazione immediata e retroattiva di quelle disposizioni contrarie alla direttiva comunitaria sui “rimpatri”, entrata in vigore a dicembre 2010, malgrado non fosse ancora stata recepita, nei tempi convenuti, nella legislazione nazionale.

Così ora bisogna svuotare le carceri di persone ingiustamente private della libertà. Meno male che settori più avveduti della magistratura, com’è avvenuto a Torino, Milano e in altre città, già non avevano applicato il “diritto” inventato dalla “Bossi-Fini”, ma è una magra consolazione se si pensa all’ennesima figuraccia di questo governo sulla scena internazionale, che peggiora ulteriormente la sua immagine facendosi passare come vittima di un’Europa che “ci vuole male”.

Quello dei crescenti flussi di migranti, non solo in Italia e in Europa, ma anche in Africa e altrove, resta un problema di cui non s’intravede una soluzione né semplice né immediata. Come tutti i problemi che vengono da lontano – e in particolare dall’evoluzione sempre più squilibrata dell’economia mondiale – bisognerà risalire alle cause per trovare nel tempo una risposta alla domanda di libertà e di dignitose condizioni di vita che viene, e verrà sempre più, da molte parti del mondo. Si tratta di un tema da sottrarre alle (in)competenze dei ministri dell’Interno, perché se ne facciano carico collegialmente i governi insieme con l’Unione europea, la quale, come si può leggere nell’inserto di questo numero di “euronote”, sta tentando da anni di giungere a una politica comune in materia di immigrazione e asilo… purtroppo finora con scarsi risultati.

(Franco Chittolina)

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