L’internazionale della protesta

maggio 2011

Un fantasma s’aggira in Europa: quello di milioni di giovani che non vedono futuro, non trovano lavoro, magari non lo cercano nemmeno più. E protestano, con molte ragioni dalla loro parte e poco ascolto da parte della politica, nazionale ed europea.

Hanno dato il via alla protesta gli “indignados” nella piazza di Puerta del Sol a Madrid, presto raggiunti da centinaia di altre piazze spagnole; gli hanno fatto eco nel giro di pochi giorni i movimenti di protesta in Grecia e Portogallo e, con iniziative diverse, si stanno mettendo in moto giovani un po’ in tutta l’Europa.

Comincia a farsi sentire la generazione sacrificata prima dai padri e dai nonni, che come eredità hanno lasciato un debito pubblico così massiccio da aver bisogno di decenni per essere pagato dai giovani di oggi, inevitabilmente. Una generazione oggi non ascoltata dalla politica, ricambiata con reazioni che vanno dalla collera all’indignazione, dalla protesta alla rassegnazione.

Un panorama desolante che non a caso ha oggi il suo epicentro in tre Paesi europei sotto la pressione della crisi come la Grecia, il Portogallo e la Spagna. I primi due alle prese con il rischio di bancarotta finanziaria e sottoposti a cure da cavallo per risanare i bilanci dello Stato a spese di salari e pensioni e con tagli agli investimenti che gelano l’occupazione e non fanno intravedere sbocchi di lavoro per milioni di giovani e di meno giovani abbandonati al loro destino. Un po’ diversa, almeno per ora, la situazione spagnola: qui la politica economica del governo Zapatero, pesantemente punito nelle recenti elezioni amministrative, non è riuscita ad arginare la disoccupazione salita alla pericolosa quota del 25% medio, ma con una punta del 44% per i giovani.

Sotto accusa istituzioni nazionali e internazionali

Ovunque la protesta dilaga con il rifiuto di affidare all’attuale classe politica, di destra o sinistra che sia, un mandato a trovare soluzioni che da troppo tempo non arrivano. Ovunque si chiede un’altra politica, un ritorno – come dicono in Spagna – «a una democrazia reale», ad un governo dei mercati e della finanza internazionale ritenuti responsabili della crisi esplosa nel 2008 e ancora senza prospettive di uscita dal tunnel.

Bersaglio della protesta non solo e non tanto la politica nazionale, giudicata inadeguata ad affrontare problemi di queste dimensioni, quanto piuttosto e sempre di più le istituzioni internazionali, prima di tutto quelle finanziarie e monetarie come il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca centrale europea (Bce), ma anche quelle politiche come la Commissione europea e il Consiglio dell’Ue. Al Fmi è rimproverata l’ossessione di risanare il bilancio a spese del cittadino-contribuente invece che degli istituti finanziari, alla Bce quella di far prevalere la lotta all’inflazione sul sostegno alla crescita e, di conseguenza, sulla lotta alla disoccupazione.

Sotto tiro anche le istituzioni politiche dell’Unione europea: la Commissione europea, timida nelle proposte di rilancio dell’economia e di regole più severe per il controllo dei flussi finanziari, e il Consiglio europeo dal quale si attende un’iniziativa di politica economica coordinata, Germania permettendo.

La necessità di un risveglio

E l’Italia in questo paesaggio di crisi? Per ora non ancora sotto pressione come Grecia, Portogallo e Spagna, ma potrebbe essere anche la classica calma prima della tempesta. Anche perché la situazione tanto calma già non è: lo mandano a dire l’esito inatteso delle recenti elezioni amministrative che mette ulteriormente in difficoltà l’attuale governo e lo stato dei conti pubblici con la manovra finanziaria da almeno 40 miliardi di euro per avviarne il risanamento. Capiremo meglio allora a quali altri tagli andremo incontro, a quali altri pezzi di protezione sociale dovremo rinunciare e come cambierà la nostra vita per gli anni che verranno.

Alla Puerta del Sol di Madrid sventolava uno striscione destinato ai giovani italiani. Rivolgendosi alla rumorosa manifestazione spagnola in corso diceva: «Fate piano, potreste svegliare gli italiani». La scritta precedeva di qualche ora l’esito delle elezioni amministrative italiane: adesso, visti i risultati del voto, forse una prima risposta a quella ironica provocazione è già arrivata. Altre probabilmente seguiranno: è nell’interesse di tutti, giovani e meno giovani, e soprattutto della politica, finalmente svegliarci.

(Franco Chittolina)

DIALOGO SOCIALE E CONDIZIONI DI LAVORO

«L’essenza del legame fra dialogo sociale e condizioni di lavoro risiede nella presenza di un processo continuo volto alla creazione di situazioni che avvantaggino sia i lavoratori che i datori di lavoro» scrive Eurofond, l’Agenzia tripartita dell’Ue sulle condizioni di vita e di lavoro, nel suo ultimo Rapporto intitolato Social dialogue and workingconditions (Dialogo sociale e condizioni di lavoro).

Lo studio si concentra su 6 Paesi europei (Austria, Francia, Germania, Repubblica Ceca, Spagna, Svezia) e 4 settori economici specifici (ingegneria elettromeccanica, imprese alimentari, servizi finanziari e assicurativi, vendita all’ingrosso e al dettaglio). A partire dallo studio di 23 casi aziendali, Eurofound analizza il legame che intercorre fra condizioni lavorative e dialogo sociale al fine di comprendere in che modo quest’ultimo possa influenzare la qualità del lavoro.

Secondo il Rapporto, «una cultura d’impresa fondata sul coinvolgimento e la partecipazione dei lavoratori» e «un clima di fiducia reciproca fra i diversi attori in gioco» costituiscono i due aspetti fondamentali per far sì che il dialogo sociale abbia un impatto positivo sull’ideazione e l’attuazione di interventi volti al miglioramento delle condizioni di lavoro.

Al fine di attivare questo processo Eurofond individua alcuni fattori determinanti, quali:

- una struttura stabile per l’identificazione dei problemi: le parti sociali possono fornire delle strutture per identificare gli eventuali problemi, ad esempio attraverso l’istituzione di sub-comitati formali, la realizzazione di indagini fra i lavoratori o l’utilizzo di esperti esterni;

- la presenza di meccanismi di dialogo sociale a tutti i livelli aziendali: strutture ufficiali come i Comitati aziendali devono essere incaricate di affrontare i problemi nell’ambito dei diversi livelli aziendali, coinvolgendo gli attori adeguati e concludendo accordi in base al proprio mandato;

- l’autorità e la capacità di agire: gli attori coinvolti e le strutture di dialogo sociale devono avere la legittimità e l’autorità per adottare le misure necessarie a migliorare le condizioni di lavoro;

- la comunicazione: una buona diffusione delle informazioni è fondamentale per far sì che tutti comprendano a pieno l’entità delle misure adottate e, di conseguenza, per garantire la loro efficacia.

(Fonte: http://www.lavorodignitoso.org)

INFORMAZIONI:http://www.eurofound.europa.eu

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