Cgil-Cisl-Uil per un’Europa federale, solidale e coesa

maggio 2011

Di fronte a una «fase molto bassa del processo di integrazione europea» e al rischio di cadere in «una vera emergenza democratica per l’Europa» è necessario rilanciare lo «spirito originario della costruzione dell’Europa, basata su solidarietà, sviluppo e coesione» e «progettare un percorso per l’integrazione che rafforzi le istituzioni dell’Ue e renda comuni tutte le politiche essenziali, che istituisca una vera e propria politica economica comune favorevole alla crescita e creatrice di lavoro e garantisca la coesione economica sociale e territoriale». È quanto affermano i sindacati italiani Cgil, Cisl e Uil, membri della Confederazione europea dei sindacati, nel contributo unitario elaborato in occasione del XII Congresso della Ces e che pubblichiamo di seguito.

La gestione della crisi da parte delle Istituzioni europee e, in particolare, del Consiglio, sta segnando una fase molto bassa del processo di integrazione europea, e si mostra tra l’altro incoerente con la scelta del mercato unico prima, della moneta unica poi e con l’assunzione nel Trattato della Carta dei diritti fondamentali.

L’eccesso di neoliberismo sta snaturando il progetto originario di integrazione europea. La crisi finanziaria ha innescato una crisi più generale dell’Europa la cui soluzione sembra molto lontana. La risposta intergovernativa, caratterizzata da approcci legati quasi esclusivamente agli interessi di breve periodo dei governi dei Paesi membri, ha prodotto interventi tardivi e contradditori nei confronti degli Stati membri più in difficoltà. Il ritorno a politiche di rigore monetario è avvenuto invece in maniera affrettata e senza una valutazione complessiva del peggioramento indotto dalla crisi, in particolare per quanto riguarda la coesione economica e sociale dell’Ue: in effetti, le diversità tra Paesi e tra regioni, già aggravate dalla crisi, si sono ulteriormente approfondite con le decisioni relative al ritorno alla disciplina di bilancio, in particolare con l’inasprimento del Patto di stabilità attraverso il Patto euro-plus.

La gestione delle mediazioni in sede di Consiglio, oltre a non tener conto del perdurare della crisi dell’economia reale e dell’occupazione, ha privilegiato un approccio che può esser definito solo come l’accettazione della logica del più forte. Tutte le misure prese, infatti, da quelle per salvare i bilanci degli Stati in difficoltà a quelle per rilanciare il rigore macroeconomico e finanziario, da un lato premiano gli Stati che hanno saputo comunque reggere alla pressione della crisi e hanno dati macroeconomici considerati “sani” e, dall’altro, penalizzano e assegnano multe ai Paesi più in difficoltà strutturale. Il Fondo di stabilità finanziaria e il Meccanismo europeo di stabilità permanente che lo sostituirà non sono strumenti di compensazione solidale rivolti allo sviluppo dei Paesi e delle aree più arretrate che più soffrono della crisi.

Pertanto, il Consiglio, oltre a seguire la logica del più forte, è venuto meno a quell’imperativo del Trattato (articolo 175) che impone di integrare l’obiettivo della coesione economica, sociale e territoriale in tutte le politiche dell’Unione.

Oltretutto, gli effetti delle scelte “anti-crisi” non aiutano l’Ue a rientrare nel gioco della competitività mondiale, mentre l’euro resta esposto alle speculazioni della finanza selvaggia, così come fragili restano i Paesi colpiti dalla speculazione.

Tutto questo ha a che fare con scelte sbagliate e con egoismi nazionali, con l’emergere di atteggiamenti nazionalistici, il dilagare di sentimenti di disaffezione da parte dei cittadini nei confronti dell’Ue e del suo processo di integrazione. Così si rischia una vera emergenza democratica per l’Europa.

Siamo convinti che il modello sociale europeo debba essere difeso e promosso attraverso sistemi più strutturati di welfare, di contrattazione collettiva, di accesso ai servizi di interesse generale (oggi sotto attacco), eliminando la competizione fiscale ed il livellamento verso il basso dei sistemi sociali e delle condizioni di lavoro che producono dumping tra Paesi e aumento dell’esclusione sociale e della povertà.

Senza un rilancio dello spirito originario della costruzione dell’Europa, basata su solidarietà, sviluppo e coesione, non sarà possibile difendere la dimensione sociale dell’Unione europea.

È quindi urgente ritornare a progettare un percorso per l’integrazione che rafforzi le istituzioni dell’Ue e renda comuni tutte le politiche essenziali, che istituisca una vera e propria politica economica comune favorevole alla crescita e creatrice di lavoro, garantisca la coesione economica sociale e territoriale, si proponga una gestione unitaria e solidale delle migrazioni, elimini il voto all’unanimità e renda trasparenti tutte le decisioni, anche quelle più difficili, attraverso la partecipazione e il negoziato con il sindacato e gli altri attori sociali interessati, rilanciando il dialogo sociale europeo.

La Confederazione europea dei sindacati (Ces) non può più sottrarsi all’assunzione di una responsabilità propria nella definizione di un nuovo progetto politico e istituzionale per l’Ue. Subito dopo il Congresso di Atene la Ces dovrebbe concentrare il suo dibattito interno sulla prospettiva istituzionale dell’Ue, perché solo superando l’attuale dinamica negativa tra Stati membri, le rivendicazioni sindacali avranno più spazio nelle politiche delle Istituzioni europee e nelle decisioni che si assumeranno, dando seguito allo sforzo di proposta e di mobilitazione di cui la Ces ha dato grande prova negli ultimi anni.

Il sindacato europeo non sarà solo in quest’impresa. Molti elementi sono già in discussione in circoli politici e nei movimenti pro-europei: li troviamo, ad esempio, nella proposta del Rapporto Lamassoure che auspica, tra l’altro, la messa in comune della politica estera e di difesa e nella recente deliberazione del “Consiglio Ue Ombra” del gruppo Spinelli che raggruppa deputati europei e personalità che hanno a cuore lo sviluppo dell’Europa insieme a quello dell’Europa sociale e insistono sulla necessità di aumentare il bilancio comune fino ad almeno il 3% del Pil dell’Ue, utilizzando anche il gettito della tassa sulle transazioni finanziarie e sull’anidride carbonica e aggiungendo una significativa emissione di bond europei per la crescita e gli investimenti.

Mettere all’ordine del giorno del lavoro sindacale europeo le questioni istituzionali non significa entrare in un campo che non ci compete ma, al contrario, legare strettamente la risposta ai gravi problemi quotidiani dei lavoratori sollecitando il cambiamento necessario nell’interlocutore istituzionale e nel contesto delle regole dentro le quali si muove. Significa, soprattutto, cercare modalità e strumenti per restituire speranza e partecipazione ai cittadini e ai lavoratori, riaffermando che l’Europa è una grande opportunità di crescita economica e sociale.

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