Dialogo sociale contro la crisi

marzo 2011

Il dialogo tra rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro e tra questi e i governi è stato cruciale per aiutare a formare la risposta dell’Europa alla crisi: è quanto afferma un Rapporto pubblicato dalla Commissione europea, secondo cui il coinvolgimento delle parti sociali in concertazione e consultazione ha aiutato le aziende e i lavoratori ad adattarsi ai cambiamenti, mentre il loro contributo ha contribuito a minimizzare le perdite di posti di lavoro in Europa.

«Un forte dialogo sociale ha portato a risposte come l’introduzione o l’estensione dei sistemi di lavoro a tempo in un certo numero di Paesi dell’Unione europea» osserva il Rapporto, sottolineando come le parti sociali svolgano anche un ruolo importante nella corretta attuazione della strategia dell’Ue Europa 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e solidale.

«Dobbiamo uscire dalla crisi con più e non meno dialogo sociale, perché questo aiuterà anche a rafforzare la competitività dell’economia europea» ha dichiarato presentando il Rapporto il commissario europeo per Occupazione, Affari sociali e Integrazione, László Andor, aggiungendo: «Gli Stati membri in cui è più forte il partenariato sociale sono quelli che stanno superando la crisi con maggior successo».

Permane tuttavia un livello diseguale di dialogo sociale nell’Ue con situazioni deboli in molti dei Paesi che hanno aderito all’Ue nel 2004 e 2007, ha spiegato il commissario europeo esortando alla costruzione di solide partnership tra lavoratori e rappresentanti dei datori di lavoro, perché «è proprio questo che aiuterà questi Paesi a percorrere la strada della ripresa».

Accordi in oltre la metà dei Paesi

Analizzando le relazioni industriali nella prima parte della crisi e gli accordi di risposta raggiunti nei vari settori e nei diversi Paesi dell’Ue, il Rapporto rileva come in più della metà degli Stati membri (Belgio, Paesi Bassi, Francia, Spagna, Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Germania, Lussemburgo, Slovenia, Italia, Austria, Danimarca e Finlandia) i datori di lavoro e le organizzazioni sindacali hanno firmato accordi specifici, sia tra di loro sia con i governi, o sono stati coinvolti nella progettazione di specifiche misure di politica pubblica. In Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Repubblica Ceca e Slovacchia, poi, la crisi ha portato per la prima volta a tali accordi tra parti sociali a livello nazionale interprofessionale. Tuttavia, il grado di consenso varia notevolmente tra Paesi e settori economici, con conflitti di lavoro ancora esistenti in un certo numero di Stati membri.

Flessibilità salariale e produzioni “verdi”

Uno dei temi principali del dibattito durante la crisi è rappresentato dalla flessibilità salariale. In alcuni Stati membri come Irlanda, Grecia e Spagna, che stanno assumendo misure di austerità, le discussioni in materia di retribuzione minima e bassi salari sono tuttora difficili e sensibili. Il Rapporto rileva inoltre che l’ulteriore decentramento di fissazione dei salari verso il regime di contrattazione aziendale è una tendenza continua, con i rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro impegnati a raggiungere direttamente accordi sulla retribuzione.

Altre questioni delineate nel Rapporto riguardano una maggiore attenzione delle parti sociali per la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio. Sono riportati diversi esempi di organizzazioni sindacali e dei datori di lavoro che contribuiscono con proposte concrete sugli investimenti nelle tecnologie “verdi” e sulle competenze per i piani di recupero di vari Stati membri, come in Spagna e Belgio, includendo la dimensione ambientale nel loro dialogo. Nel lungo periodo, sottolinea poi il Rapporto, il dialogo sociale è fondamentale per una buona gestione e per una transizione socialmente giusta verso un’economia a basse emissioni di carbonio.

Il dialogo sociale «fa la differenza»

Nel complesso, il Rapporto conferma che la contrattazione collettiva è ancora molto presente in Europa, con i due terzi di tutti i lavoratori coperti da un contratto collettivo.

«Durante la crisi le parti sociali hanno forgiato un notevole grado di coordinamento e di solidarietà in tutta Europa» osserva il Rapporto, resistendo alla tentazione di chiedere risposte protezionistiche nazionali. «Il potenziale di soluzione dei problemi rappresentato dal dialogo sociale deve essere pienamente utilizzato in questi tempi di consolidamento del bilancio» sostiene il Rapporto, che illustra anche come gli accordi raggiunti negli ultimi due anni abbiano «fatto la differenza» per i lavoratori nell’Ue. Accordi su questioni importanti come il congedo parentale, la salute e sicurezza sul lavoro o mercati del lavoro inclusivi hanno dimostrato come le parti sociali europee siano le più idonee a trovare soluzioni nel mondo del lavoro a vantaggio di lavoratori e datori di lavoro in tutta Europa.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=329&langId=it

UNO STUDIO SUI SALARI MINIMI IN EUROPA

All’inizio del 2011 sono 20 su 27 i Paesi membri dell’Ue (Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Irlanda, Grecia, Spagna, Francia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Ungheria, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Slovacchia e Regno Unito) e due i Paesi candidati (Croazia e Turchia) ad avere una normativa nazionale che stabilisce un salario minimo per legge o per contratto nazionale intersettoriale.

Il salario minimo mensile varia ampiamente tra i Paesi, passando dai 123 euro della Bulgaria ai 1758 euro del Lussemburgo. Se si considerano però le differenze nel potere d’acquisto, le disparità tra gli Stati membri si riducono da un intervallo di 1-14 (in euro) a uno di 1-6 in potere d’acquisto (Purchasing Power Standard – Pps), con alle estremità opposte della scala sempre il Lussemburgo (1452 Pps al mese) e la Bulgaria (233 Pps).

È quanto emerge da uno studio pubblicato in febbraio da Eurostat contenente le statistiche sui salari mensili minimi nazionali dei Paesi dell’Ue, che si applicano in genere a tutti i dipendenti o alla grande maggioranza di essi. I salari minimi sono considerati come importi lordi, cioè prima della deduzione delle imposte sul reddito e dei contributi previdenziali. Il salario minimo nazionale è imposto dalla legge, spesso dopo consultazione con le parti sociali, o direttamente dal contratto nazionale intersettoriale (ad esempio in Belgio e Grecia).

INFORMAZIONI: http://epp.eurostat.ec.europa.eu

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