Tensioni sociali e politiche

ottobre 2010

Vignetta65_romFin dal 2008, quando esplose nel mondo la turbolenza finanziaria che avrebbe innescato una crisi economica senza precedenti, qualche osservatore tacciato di pessimismo – oggi, in Italia, i nostri ministri direbbero “ansiogeno” – emise il timore che alla crisi finanziaria ne sarebbe seguita, in rapida successione, una sociale e occupazionale con il rischio di approdare presto a una crisi politica.

Purtroppo è proprio quello che è accaduto e si appresta ad accadere in molti Paesi d’Europa, Italia compresa.

Cominciamo dall’Europa: lo scenario di crisi progressive l’abbiamo visto in Grecia, in Irlanda e in molti Paesi dell’Est, mentre c’è attesa per vedere che cosa accadrà con il Portogallo e la Spagna, dove il governo socialista di Zapatero ha perso l’ampio consenso di cui godeva prima della crisi.

L’Unione europea, almeno in parte incolpevole visti i suoi limitati poteri, registra una caduta di consenso tra i suoi cittadini, impauriti dalla crisi e alla ricerca di capri espiatori. Così le responsabilità del non governo dell’economia e della mancata sorveglianza delle attività finanziarie generano sfiducia nei confronti delle istituzioni, tanto europee che nazionali, e finiscono con lo scaricare le tensioni su immigrati e rom, come sta avvenendo in più di un Paese.

Esemplari – si fa per dire – da questo punto di vista le vicende politiche in alcuni Stati, usciti da risultati elettorali inquietanti, che hanno visto progredire l’estrema destra islamofoba e populismi anti-immigrati. È stato recentemente il caso della Svezia e dell’Austria e, pochi mesi prima, della Francia, dell’Olanda e del Belgio.

In Francia il populismo di Sarkozy non ha frenato l’estrema destra di Le Pen e il clima sociale che si respira tra i nostri vicini è quello di duri conflitti sociali, oggetto in questi giorni di grandi mobilitazioni sindacali, che fragilizzano il quadro politico e renderanno problematica la riconferma dell’attuale presidente francese.

In Olanda e Belgio, l’avanzata di estrema destra e populisti di vario colore ha avuto pesanti conseguenze sulla governabilità dei due Paesi: nel primo ci si è dovuti rassegnare ad un inedito governo minoritario, guidato da un liberale ostaggio della destra xenofoba; in Belgio, a quattro mesi dalle elezioni, del nuovo governo nemmeno l’ombra con la minaccia di una secessione strisciante che avanza tra fiamminghi e valloni.

Diverso, ma non certo migliore il caso dell’Italia: qui va detto che la crisi economica e sociale è per molti aspetti più grave che non negli ultimi Paesi citati e non spiaccia ai ministri Tremonti e Sacconi se riponiamo più fiducia nei dati della Banca d’Italia a proposito della disoccupazione reale, più alta delle taroccate statistiche governative, e del peggioramento delle finanze pubbliche.

Anche da noi crescono le tensioni sociali che, insieme ad episodi da condannare senza esitazione come le violenze verso alcune sedi sindacali, si esprimono in sempre più numerose manifestazioni locali e grandi mobilitazioni di sindacati, mondo della scuola e società civile.

A questo crescente malcontento sociale assiste impotente e divisa una maggioranza di governo ormai con il fiato corto ed un’opposizione incapace di aggregarsi e assumersi le responsabilità che il momento richiede. Con personaggi diversi per etica e visione politica, entrambi i campi non sembrano in grado di affrontare una situazione che si va facendo di giorno in giorno più preoccupante, con cittadini sempre più sfiduciati e ripiegati su se stessi.

È una brutta Italia questa che si appresta a festeggiare i 150 anni di unità ancora incompiuta e che molti giocano a sfasciare. Ma è anche la nostra Italia, che non possiamo regalare ai furbetti devastatori della politica e del Paese e che è venuta l’ora di riprenderci dal basso, visto che dall’alto non muove foglia che il padrone di turno non voglia.

(Franco Chittolina)

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