L’Europa e i rom

ottobre 2010

Sui rom si gioca la sfida multiculturale europea

«L’Unione europea rappresenta innanzitutto una comunità basata su valori e principi miranti a mantenere e promuovere una società aperta e inclusiva, in particolare attraverso il divieto di tutte le forme di discriminazione» ha ricordato il Parlamento europeo in una risoluzione del settembre scorso, scaturita dalla costatazione che esiste ancora notevole differenza tra quel che l’Ue rappresenta e ciò che invece è nella realtà. La vicenda delle popolazioni rom, tornata negli ultimi mesi per l’ennesima volta al centro dell’attenzione di politici, media e opinione pubblica in seguito ai provvedimenti decisi dalle autorità francesi, continua a dimostrare tutte le difficoltà nella realizzazione di un’Europa veramente interculturale. Durante l’estate appena terminata si è assistito infatti a un deplorevole gioco delle parti, con vicendevole scaricamento di responsabilità, tra autorità politiche nazionali ed europee che ha avuto come oggetto la popolazione rom, cioè la più grande minoranza etnica europea mai riconosciuta tale e costantemente oggetto di violazioni e discriminazioni spesso connesse a strumentalizzazioni politiche. Questa volta è stata la Francia a riaprire un problema europeo mai risolto, quello dell’integrazione sociale ed economica delle popolazioni rom, anche perché basato su troppe ambiguità politico-amministrative.

Il caso francese è noto ed è solo l’ultimo di una lunga serie, che ha spesso riguardato anche l’Italia e altri Paesi: le autorità francesi hanno avviato il 19 agosto 2010 una vasta operazione di rimpatri di cittadini rumeni e bulgari di etnia rom con l’obiettivo di espellere almeno 700 persone, sgomberate da decine di campi sosta illegali individuati e smantellati nel Paese. Le operazioni di sgombero ed espulsione erano state avviate dopo che, a fine luglio, il presidente francese Nikolas Sarkozy aveva promesso di smantellare «entro tre mesi la metà dei 600 campi nomadi presenti sul territorio francese». Ufficialmente l’operazione è stata dettata da motivi di ordine pubblico, sicurezza e salute pubblica e consisteva in «rimpatri volontari»: ogni rom che abbandonava il suolo francese riceveva un contributo di 300 euro per gli adulti e 100 euro per i minori, oltre al biglietto di sola andata. Ma proprio in questo consiste la prima ambiguità, dal momento che tutte le persone allontanate sono cittadini europei e dunque possono rientrare in Francia in qualsiasi momento senza che ciò possa essere loro impedito: si stima che circa i due terzi dei quasi 10.000 rom rimpatriati con la stessa formula nel 2009 siano infatti tornati in Francia. Attraverso l’attivazione di uno schedario biometrico le autorità francesi intendono almeno evitare di dare più di una volta alle stesse persone il contributo economico, ma non potranno evitarne un ritorno in Francia.

Libera circolazione, per tutti?

A meno che non si cambino le norme europee sulla libera circolazione dei cittadini comunitari. Cosa proposta invece dal ministro dell’Interno italiano, Roberto Maroni, che in sede di Consiglio Ue degli Interni ha avanzato la richiesta di «introdurre il concetto di clandestinità del comunitario» che andrebbe applicato in modo analogo a quanto avviene per i cittadini non comunitari e quindi con i rispettivi risvolti penali: «Il clandestino comunitario deve essere espulso come qualsiasi extracomunitario, anche solamente per il fatto di aver violato le norme amministrative dello Stato in cui si trova» ha detto Maroni, proposta che ha incontrato il favore dei governi francese e olandese (quest’ultimo appoggiato dall’estrema destra che auspica addirittura l’espulsione della Romania dall’Ue).

Anche qui l’ambiguità è enorme. Siccome è difficile immaginare che un cittadino di un Paese dell’Ue possa essere espulso da un altro Stato membro dopo tre mesi di permanenza perché non è in grado di dimostrare la sua autosufficienza, allora si deduce che l’eventuale nuova norma sarebbe applicata solo ad alcuni cittadini, ad esempio i rom che sarebbero così di fatto “meno europei” degli altri. D’altro canto, se l’eventuale norma fosse applicata a tutti i cittadini dell’Ue salterebbe il principio della libera circolazione e insieme ad esso lo stesso progetto di Unione europea.

Un continuo rimpallo
di responsabilità

Anche per questo le autorità dell’Ue hanno richiamato le autorità francesi, così come quelle italiane e di altri Paesi nei mesi precedenti, ad attenersi alle norme europee sulla libertà di circolazione e di residenza quali diritti di tutti i cittadini europei, dunque anche di quelli di etnia rom. A loro volta le autorità francesi, esattamente come quelle italiane in passato, hanno chiesto all’Ue di «fare di più» per risolvere il problema delle popolazioni rom, ma i responsabili della Commissione europea hanno osservato che «è responsabilità degli Stati membri proporre progetti che facciano uso dei fondi messi appositamente a disposizione dall’Ue per l’integrazione dei rom», ricordando che per il periodo 2007-2103 l’Ue ha stanziato 17,5 miliardi di euro per progetti specifici a favore dell’integrazione dei rom in 12 Paesi membri. Questo continuo “scaricabarile” evidenzia l’ambiguità politico-amministrativa di autorità nazionali e locali che giustificano gli sgomberi dei campi per le condizioni in cui si trovano ma non utilizzano i fondi europei per migliorarle o passare dai campi sosta a interventi reali di integrazione. Risulta però troppo ambigua anche la politica delle istituzioni dell’Ue, che sottolineano continuamente l’importanza dell’integrazione delle minoranze e dei rom in particolare ma che non riescono poi a renderla effettiva.

Strumentalizzazioni e razzismo

Infine, ma non meno importante anzi ancora più inquietante, la grande ambiguità di celare dietro a motivi di sicurezza e ordine pubblico interessi politici e sentimenti xenofobi e/o razzisti. Le campagne di “sicurezza” anti-rom e più in generale anti-immigrazione sono troppo spesso strumentalizzate per raccogliere facili consensi elettorali (probabilmente non è un caso che ultimamente siano state lanciate da un Sarkozy in calo di consensi e da un governo italiano in profonda crisi politica), alla ricerca di un capro espiatorio per celare carenze politiche. In realtà i problemi di ordine pubblico che interessano le minoranze etniche hanno sempre alla base interventi per l’integrazione fallimentari o perlopiù inesistenti. Quando poi si propongono o si attuano provvedimenti di ordine pubblico a intere comunità, estendendo ad esse eventuali responsabilità individuali, allora il carattere razzista e/o xenofobo di tali provvedimenti risulta piuttosto evidente.

La Commissione europea, che dopo qualche mese di polemiche ha finalmente assunto una posizione ferma con la vicepresidente Viviane Reding, responsabile per la Giustizia, i Diritti fondamentali e la Cittadinanza, si è detta «molto preoccupata per ogni forma di discriminazione», facendo riferimento al rischio che le operazioni di espulsione adottate dalla Francia possano provocare un’ulteriore stigmatizzazione dei rom in altri Paesi dell’Ue. I contrasti prolungatisi per tutta l’estate scorsa tra la Commissione europea e le autorità francesi si sono poi conclusi il 19 ottobre scorso, quando la vicepresidente Reding si è detta soddisfatta delle risposte fornite dal governo francese alle varie richieste che l’esecutivo europeo aveva avanzato al fine di garantire a tutti i cittadini, quindi anche a quelli di etnia rom, la tutela dei diritti fondamentali.

Nonostante gli aggiustamenti introdotti dalle autorità francesi, giunti solo in seguito alla ferma posizione assunta dalla vicepresidente della Commissione europea, la giustificazione dei provvedimenti data in un primo momento dal governo francese, che aveva denunciato la «situazione di illegalità» delle popolazioni rom caratterizzata da «insediamenti illegali, traffici illeciti e sfruttamento dei minori per l’accattonaggio, prostituzione e criminalità», ha rafforzato ancora di più la percezione discriminatoria di questo gruppo etnico nel suo complesso, ha denunciato l’European Roma Rights Centre (Errc) in una lettera inviata il 29 luglio scorso alle autorità francesi e dell’Ue. L’Errc ha inoltre denunciato gli sgomberi forzati senza altre soluzioni come violazioni dei diritti internazionali sull’alloggio, in quanto si rischia di rendere le persone senza dimora, ricordando come anche le espulsioni collettive costituiscono una violazione delle norme europee e internazionali sui diritti dell’uomo.

«Alcuni gruppi e governi approfittano della crisi finanziaria per trarre vantaggio dai timori derivanti dall’assimilare i rom ai criminali, scegliendo un capro espiatorio che rappresenta un facile bersaglio, essendo i rom uno dei gruppi più vulnerabili. La Corte Europea dei diritti dell’uomo condanna regolarmente gli Stati all’interno dei quali i rom subiscono maltrattamenti o discriminazioni» ha dichiarato il presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, Mevlüt Çavusoglu, sottolineando che i recenti eventi in diversi Paesi europei con evacuazioni di campi rom ed espulsioni «non rappresentano di certo le misure adeguate per migliorare la condizione di questa minoranza vulnerabile. Al contrario, esse rischiano fortemente di alimentare il sentimento razzista e xenofobo in Europa».

Un problema, questo, che non riguarda solo le popolazioni rom ma l’intera popolazione europea, come osserva Jean-Pierre Liégeois, autore del libro Rom in Europa: «Tutti gli Stati devono apprendere a gestire, per mezzo di un approccio interculturale, il multiculturalismo che si sta sviluppando. In tale contesto, i rom servono da modello. Le azioni che li riguardano aprono delle vie di riflessione e di azione che hanno ripercussioni su tutte le altre minoranze e sull’insieme delle popolazioni».

Amnesty: stop ai rimpatri forzati di rom in Kosovo

Un Rapporto di Amnesty International ha denunciato come rom e appartenenti ad altre minoranze, anche coi loro bambini, siano costretti con la forza a rientrare in Kosovo verso un possibile futuro di discriminazione e violenza.

Molte persone rimpatriate in Kosovo, descrive il Rapporto, «sono state fermate dalla polizia alle prime luci del giorno e trasferite spesso coi soli vestiti che indossavano», mentre una volta rientrate in Kosovo poche ricevono assistenza e molte incontrano problemi nell’accesso all’istruzione, alle cure mediche, agli alloggi e ai servizi sociali. Pochissimi rom sono in grado di trovare un lavoro e il livello di disoccupazione in questa comunità raggiunge il 97%, osserva Amnesty sottolineando come all’interno del 15% della popolazione kosovara che vive in condizioni di povertà estrema i rom costituiscono il doppio degli altri gruppi etnici.

Amnesty International ha chiesto dunque ai Paesi dell’Ue di sospendere il rimpatrio forzato dei rom e di altre minoranze etniche in Kosovo: «I Paesi dell’Ue rischiano di violare il diritto internazionale rinviando persone verso Paesi dove potrebbero subire persecuzione. L’Ue, invece, dovrebbe continuare a dare protezione internazionale ai rom e alle altre minoranze kosovare, fino a quando non potranno tornare in condizioni di sicurezza» ha dichiarato Sian Jones, esperto di Amnesty International sul Kosovo, aggiungendo: «Le autorità del Kosovo, a loro volta, devono garantire che i rom e le altre minoranze possano rientrare in modo volontario e reintegrarsi a pieno nella società».

I rimpatri forzati, spiega il Rapporto, avvengono sulla base di accordi bilaterali negoziati, o in corso di negoziazione, tra le autorità del Kosovo e gli Stati dell’Ue più la Svizzera. Anche se non si può escludere che vi siano stati casi di rimpatrio volontario, Amnesty International si è detta preoccupata per le notizie secondo cui l’assenso sia stato ottenuto solo con la minaccia del rimpatrio forzato. Inoltre si stima che il 50% delle persone rimpatriate a forza lascerà nuovamente il Kosovo.

«Fino a quando le autorità del Kosovo non saranno in grado di garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali dei rom e delle altre minoranze, queste persone andranno incontro a un clima di violenza e di discriminazione» denuncia Amnesty, ricordando come la violenza interetnica in Kosovo continui e la discriminazione contro i rom rimanga «massiccia e sistematica», anche a causa della percepita associazione di questi con i kosovari di etnia serba.

INFORMAZIONI:http://www.amnesty.it/Unione-europea-rimpatria-forzatamente-rom-in-Kosovo

Commissione: richiamo alla Francia
e tutela della libera circolazione

Il 19 ottobre scorso si è ufficialmente chiuso il contenzioso tra la Commissione europea e il governo della Francia sulla questione delle espulsioni di cittadini di etnia rom, discussione a tratti dura che ha movimentato l’estate europea e sollevato il problema delle garanzie dei diritti fondamentali per tutti i cittadini europei.

In quella data, infatti, lavicepresidente della Commissione europea e responsabile per la Giustizia, i Diritti fondamentali e la Cittadinanza, Viviane Reding, ha dichiarato che «la Francia ha risposto positivamente, costruttivamente e in tempo» alla richiesta della Commissione di garantire all’interno della legislazione nazionale il diritto di libera circolazione.

Secondo la vicepresidente Reding, le autorità francesi hanno presentato una «documentazione dettagliata» alla Commissione che comprende progetti di misure legislative e un calendario credibile per inserire nella legislazione francese entro l’inizio del 2011 le garanzie procedurali previste dalla direttiva europea sulla libera circolazione. «La Francia ha così fatto quello che la Commissione aveva chiesto. Questa è la prova del buon funzionamento dell’Unione europea come comunità governata dallo Stato di diritto» ha osservato Reding, precisando che sulla base degli impegni ufficiali assunti dalla Francia «la Commissione europea non darà seguito, per il momento, alla procedura di infrazione contro la Francia decisa dal collegio dei commissari il 29 settembre».

Tanto rumore per nulla, dunque? Probabilmente no, dal momento che senza la decisa presa di posizione della commissaria europea (si veda il seguito dell’articolo) difficilmente le autorità francesi si sarebbero impegnate a modificare la loro legislazione garantendo le tutela dei diritti.

La Commissione ha infatti sottolineato l’importanza del rispetto delle garanzie procedurali «ogni volta che il diritto di libera circolazione dei cittadini dell’Unione europea è limitato dalle autorità pubbliche» e che tali garanzie «servono a proteggere i cittadini europei contro le decisioni arbitrarie, discriminatorie o sproporzionate».

Alle autorità francesi era quindi stato richiesto di rispondere a tali preoccupazioni entro il 15 ottobre e, parallelamente, la Commissione aveva preparato una lettera di diffida da inviare alla Francia in caso di una risposta «non soddisfacente». La risposta giunta da Parigi ha invece soddisfatto l’esecutivo europeo, che ha comunque precisato di «vigilare sulla piena attuazione degli impegni assunti dalla Francia, nell’interesse del diritto dell’Unione europea e dei suoi cittadini».

La vicepresidente Reding ha poi dichiarato che la Commissione continuerà a promuovere l’integrazione economica e sociale dei rom in tutti gli Stati membri dell’Ue, sia nei Paesi di origine che in quelli ospitanti. «Abbiamo bisogno di andare alla radice del problema e incoraggiare sforzi nazionali più forti per fornire l’accesso all’alloggio, all’istruzione, alla sanità, al mercato del lavoro e contrastare la povertà» ha detto Reding, aggiungendo che nel contesto dei lavori della task force istituita dalla Commissione lo scorso settembre sarà esaminato come i fondi dell’Ue possano contribuire a rafforzare ulteriormente le misure nazionali per l’integrazione dei rom. «È ora per tutti i decisori politici, nazionali ed europei, di dimostrare che l’impegno a favore di questa grande minoranza europea non è solo una questione una tantum ma che invece si passa ora all’azione e ai risultati, sulla base dei valori europei e del diritto fondamentale di non discriminazione».

Le critiche alle autorità francesi

In precedenza, il 14 settembre 2010, la Commissione europea aveva espresso attraverso la vicepresidente Reding una posizione piuttosto dura chiedendo chiarimenti al governo francese. Secondo l’esecutivo dell’Ue, infatti, la Francia poteva aver violato il diritto comunitario se le misure adottate dalle autorità francesi in applicazione della direttiva sulla libera circolazione erano indirizzate a un determinato gruppo sulla base della nazionalità, razza o origine etnica.

«Il ruolo della Commissione, in quanto custode dei Trattati, è reso estremamente difficile se non possiamo più avere fiducia nelle assicurazioni date da due ministri francesi in una riunione formale con due commissari e con i circa 15 funzionari di alto livello» aveva osservato Reding, aggiungendo: «Questa situazione, che ha dato l’impressione che le persone vengono rimosse da uno Stato membro dell’Unione europea solo perché appartengono a una minoranza etnica, è vergognosa e non avrei pensato si potesse ripetere in Europa ancora una volta dopo la seconda guerra mondiale. Trovo pertanto molto inquietante che uno Stato membro metta così gravemente in discussione, con le azioni della sua amministrazione, i valori comuni e la legge della nostra Unione europea». Per queste ragioni la vicepresidente della Commissione europea aveva annunciato l’inevitabilità di avviare procedure di infrazione contro la Francia: per l’applicazione discriminatoria della direttiva sulla libera circolazione e per la mancanza di trasposizione delle garanzie procedurali e sostanziali nell’ambito della stessa direttiva.

Precisando che sarebbe stato offerto alle autorità francesi il diritto di presentare osservazioni sui nuovi sviluppi, Reding aveva comunque voluto sottolineare che «la pazienza si sta esaurendo», perché «gli Stati membri non possono aspettarsi un trattamento particolare, soprattutto se i valori fondamentali e le leggi europee sono in gioco». Questo vale oggi per la Francia, aveva concluso, «ma anche per tutti gli altri Stati membri, grandi o piccoli, che si troveranno in una situazione simile».

Un presa di posizione decisa quella della vicepresidente della Commissione, che aveva innescato polemiche con il presidente francese Sarkozy ma che era stata sostenuta dal presidente della Commissione Barroso e dal presidente di turno dell’Ue, il belga Yves Leterme, il quale aveva assicurato a margine del Consiglio europeo del 16 settembre 2010 che «tutti sono d’accordo a dire che è la Commissione che deve vigilare sulla buona applicazione degli impegni assunti dalla Francia».

Data la difficile situazione creatasi con il governo francese, appoggiato apertamente solo da quello italiano, i leader europei riuniti a Bruxelles avevano però deciso di rinviare a un prossimo Vertice il dibattito su una strategia di lungo termine per risolvere la questione della popolazione rom.

Diritto alla libera circolazione

Il 29 settembre, poi, la Commissione aveva annunciato una lettera di diffida alla Francia perché «non ha ancora recepito nella legislazione nazionale la direttiva sulla libera circolazione che rende questo diritto pienamente efficace e trasparente».

Il provvedimento però, aggiungeva la Commissione che stava analizzando la situazione di tutti gli altri Stati membri dell’Ue ai sensi della direttiva, potrebbe riguardare anche altri Paesi se fossero individuati deficit nell’applicazione della normativa europea sulla libera circolazione.

La Commissione aveva poi sottolineato che «il diritto di ogni cittadino europeo di libera circolazione all’interno dell’Unione è uno dei principi fondamentali dell’Ue» e che, «in quanto custode dei Trattati, è dovere della Commissione assicurare la sua piena ed efficace attuazione da parte di tutti gli Stati membri».

Per quanto riguarda poi gli sviluppi delle politiche francesi nei confronti delle popolazioni rom, «che hanno portato ad uno scambio approfondito tra la Commissione e le autorità francesi sull’applicazione del diritto comunitario sulla libera circolazione delle persone», la Commissione aveva preso atto delle assicurazioni fornite dalla Francia «al più alto livello politico» il 22 settembre. In particolare, le autorità francesi avevano comunicato all’esecutivo europeo che le misure adottate a partire dalla fine del luglio scorso «non hanno avuto lo scopo o l’effetto di colpire una minoranza etnica specifica» e che intendevano garantire completamente un’efficace applicazione non discriminatoria del diritto comunitario; intanto la circolare amministrativa francese del 5 agosto che non era in conformità con questo orientamento era stata annullata e sostituita da una diversa circolare. In ogni caso, la Commissione aveva precisato che avrebbe proseguito «lo scambio con le autorità francesi» e che stava inviando loro «una lettera con domande dettagliate circa l’applicazione pratica delle garanzie politiche previste».

Più in generale, l’esecutivo dell’Ue ribadiva che «l’integrazione economica e sociale dei rom rappresenta una sfida comune e una responsabilità comune per tutti gli Stati membri», facendo riferimento alla comunicazione adottata nell’aprile 2010 che elencava una serie di misure importanti da adottare a livello nazionale e dell’Ue «per migliorare la situazione dei rom nel più breve tempo possibile». A tal fine è stata poi creata una task force per analizzare l’uso e l’efficacia dei fondi europei e nazionali da parte tutti gli Stati membri per l’inclusione dei rom, mentre è prevista per l’aprile 2011 la presentazione da parte della Commissione di un quadro europeo per le strategie di integrazione nazionale delle popolazioni rom che sarà elaborato in collaborazione con l’Agenzia dei diritti fondamentali e tutti gli Stati membri.

Integrazione sociale
ed economica dei rom

Nell’aprile 2010, come si è detto, l’esecutivo europeo aveva infatti reso nota una comunicazione su “L’integrazione sociale ed economica dei rom in Europa”, in cui affermava che «l’Unione europea deve basarsi sulla forte mobilitazione nelle istituzioni dell’Ue, negli Stati membri, nelle organizzazioni internazionali e nella società civile a sostegno di una migliore integrazione sociale ed economica delle popolazioni rom», unico antidoto contro la discriminazione e l’esclusione sociale. Le questioni relative ai rom, proponeva la Commissione, dovrebbero essere «sistematicamente integrate in tutte le pertinenti politiche europee e nazionali», mentre tutte le politiche che in vario modo «mantengono o promuovono la segregazione delle comunità rom o la fornitura di alloggi, istruzione o altri servizi separati per i rom non devono essere continuate».

La Commissione si impegnava a svolgere «il proprio compito innanzitutto elaborando una serie di strategie modello per l’integrazione sociale ed economica dei rom e, in secondo luogo, garantendo che nella preparazione delle misure di attuazione della strategia Europa 2020 siano previste soluzioni specifiche ai problemi dei vari tipi di comunità rom».

L’iniziativa della Commissione europea derivava da una costatazione chiara e preoccupante rispetto alla situazione delle popolazioni rom: «Una parte significativa dei 10-12 milioni di rom presenti in Europa vive tuttora in condizioni di estrema marginalizzazione, sia nelle aree rurali che in quelle urbane, in situazione di povertà socio-economica. La discriminazione, l’esclusione e la segregazione sociale di cui sono vittima i rom stanno aumentando. I rom hanno un accesso limitato all’istruzione di qualità elevata, patiscono difficoltà d’integrazione nel mercato del lavoro e, di conseguenza, il loro livello di reddito è basso; le loro condizioni sanitarie sono precarie e inducono tassi di mortalità più elevati e una più breve aspettativa di vita rispetto ai non appartenenti a tale minoranza. L’esclusione dei rom implica non solo notevoli sofferenze dal punto di vista umano, ma anche elevati costi diretti per i bilanci pubblici e costi indiretti connessi alla perdita di produttività».

La Commissione sottolineava poi come la complessità e l’interdipendenza dei problemi richiedano «soluzioni sostenibili» comprese in una «strategia integrata»: il basso livello d’istruzione, le barriere sul mercato del lavoro, la segregazione nel settore degli alloggi e in altri settori, unitamente alle precarie condizioni sanitarie «sono problemi che vanno affrontati contemporaneamente».

La comunicazione dell’esecutivo dell’Ue individuava anche le principali sfide da affrontare per l’integrazione dei rom:

• il miglioramento della cooperazione tra gli operatori europei, nazionali e internazionali e i rappresentanti delle comunità rom;

• la traduzione di tale impegno e cooperazione in cambiamenti positivi a livello locale; quest’attività va completata da una migliore sensibilizzazione e da una maggiore capacità delle amministrazioni locali, della società civile e dei rom stessi di avviare e attuare progetti, programmi e politiche;

• una comunicazione più efficace dei vantaggi dell’inclusione dei rom per lo sviluppo economico e sociale a livello locale e nazionale: «L’integrazione sociale ed economica dei rom è un processo su due binari che richiede un cambiamento di mentalità sia da parte della maggioranza della popolazione che da parte dei membri delle comunità rom e dei loro capi»;

• la promozione dell’uso integrato di fondi dell’Ue per affrontare le sfide multidimensionali dell’esclusione dei rom;

• l’elaborazione di politiche specifiche antisegregazione, in particolare per l’istruzione e per gli alloggi, sostenute dai Fondi strutturali;

• una particolare attenzione nei confronti delle microregioni più svantaggiate;

• l’integrazione delle tematiche relative all’inclusione dei rom nelle aree politiche dell’istruzione, dell’occupazione, della salute pubblica, delle infrastrutture e della progettazione urbana nonché dello sviluppo economico e territoriale, anziché trattarle in ambito separato; la necessità di diffondere meglio le buone pratiche e i modelli di progetti che hanno ottenuto successo, affinché diventino parte integrante delle politiche.

INFORMAZIONI:

http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=518&langId=it

Europarlamento: per l’inclusione dei rom serve una strategia europea

La difficile situazione delle popolazioni rom in Europa, in termini di esclusione socio-economica, discriminazione e intolleranza, è stata più volte affrontata anche dal Parlamento europeo.

Nel corso del 2010 l’Europarlamento ha approvato due risoluzioni in materia, una in marzo e l’altra in settembre in conseguenza all’iniziativa delle autorità francesi.

Nella risoluzione di marzo, condannando la recrudescenza del razzismo e delle discriminazioni contro i rom, il Parlamento europeo ha ribadito la necessità di elaborare una strategia europea per la loro inclusione sociale e ha chiesto alle istituzioni nazionali ed europee di sostenere campagne di educazione alla tolleranza.

L’Europarlamento ha condannato l’aumentata «fobia dei rom» in diversi Stati membri dell’Ue, che si è manifestata sotto forma di casi ripetuti di incitamento all’odio e attacchi contro membri della minoranza etnica. È inoltre stata espressa preoccupazione per «le discriminazioni di cui i rom sono vittime nei settori dell’istruzione, dell’alloggio (come le espulsioni forzate, le condizioni di vita indegne, spesso in ghetti), dell’occupazione e della parità di accesso ai sistemi di assistenza sanitaria e ad altri servizi pubblici, come anche dinanzi al livello sorprendentemente basso della loro partecipazione politica».

Secondo il Parlamento europeo, la lotta contro la discriminazione dei rom (che «costituiscono una comunità paneuropea») richiede «un approccio globale a livello europeo», per questo ha rinnovato la richiesta già formulata nel gennaio 2008 di elaborare una strategia europea per i rom, «volta a meglio coordinare e promuovere gli sforzi intesi a migliorare la situazione della popolazione rom». Una strategia che rappresenterebbe uno strumento per combattere l’esclusione sociale e la discriminazione nei confronti dei rom in Europa e la cui applicazione potrebbe essere agevolata dall’assegnazione a un commissario europeo dell’incarico di coordinare le politiche per i rom, dal riconoscimento della necessità di un chiaro impegno legislativo e da una «dotazione di bilancio congrua».

Gli Stati membri e le istituzioni dell’Ue, secondo il Parlamento europeo, dovrebbero inoltre appoggiare le iniziative necessarie per «creare un ambiente sociale e politico atto alla concretizzazione dell’inclusione dei rom», ad esempio sostenendo campagne di educazione pubblica alla tolleranza rivolte alla popolazione non rom e riguardanti la cultura e l’integrazione dei rom, sia nei Paesi di cittadinanza che in quelli europei di residenza.

Preoccupazione per espulsioni
e diritti negati

In settembre poi, in seguito all’iniziativa del governo francese di espellere centinaia di rom dal Paese rimpatriandoli in Romania e Bulgaria, l’Europarlamento ha adottato una risoluzione sulla situazione delle popolazioni rom nell’Ue anche in merito al diritto di libera circolazione.

Il Parlamento europeo è partito dalla considerazione che i 10-12 milioni di rom europei continuano a subire «discriminazioni sistematiche gravi nei settori dell’istruzione (in particolare la segregazione), dell’alloggio (segnatamente gli sfratti forzati e condizioni di vita inferiori agli standard, spesso in ghetti), dell’occupazione (con un tasso di occupazione particolarmente basso) e della parità di accesso ai sistemi di assistenza sanitaria e ad altri servizi pubblici, e che presentano un livello sorprendentemente basso di partecipazione politica». Poi, ha sottolineato l’Europarlamento, gran parte dei rom europei sono divenuti cittadini dell’Ue in seguito agli allargamenti del 2004 e del 2007 per cui, assieme ai loro familiari, godono del diritto di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.

Numerose comunità rom hanno quindi deciso di stabilirsi in uno Stato membro dell’Ue diverso da quello di cui sono cittadini, ma «si trovano in una posizione particolarmente vulnerabile» ha osservato il Parlamento europeo: «In vari Stati membri stanno avendo luogo rimpatri e rientri di cittadini rom» e queste prassi sono andate «di pari passo con la stigmatizzazione dei rom e un generale antiziganismo nei loro confronti a livello di discorso politico». Tutto ciò avviene mentre i progressi compiuti nella lotta alla discriminazione dei rom garantendo loro il diritto all’istruzione, all’occupazione, all’assistenza sanitaria, all’alloggio e alla libera circolazione negli Stati membri «sono stati discontinui e lenti».

Ribadendo che l’Ue rappresenta «una comunità basata su valori e principi miranti a mantenere e promuovere una società aperta e inclusiva» e che il diritto di tutti i cittadini dell’Ue e dei loro familiari a circolare e soggiornare liberamente all’interno dell’Ue «costituisce un aspetto fondamentale della cittadinanza europea» che «tutti gli Stati membri sono chiamati ad applicare e rispettare», l’Europarlamento ha espresso «viva preoccupazione» per i provvedimenti di espulsione adottati dalle autorità francesi e di altri Stati membri. Le espulsioni di massa, ha ricordato il Parlamento europeo, «sono proibite dalla Carta dei diritti fondamentali e dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dette misure violano i Trattati e il diritto dell’Ue, dal momento che rappresentano una discriminazione razziale ed etnica nonché una violazione della direttiva 2004/38/CE relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare liberamente nell’Ue».

Retorica provocatoria
e discriminatoria

Gli eurodeputati hanno inoltre espresso «profonda inquietudine per la retorica provocatoria e apertamente discriminatoria che ha caratterizzato il discorso politico durante i rimpatri dei rom, dando credibilità a dichiarazioni razziste e alle azioni di gruppi di estrema destra». I decisori politici sono pertanto richiamati alle proprie responsabilità dall’Europarlamento che «respinge qualsiasi dichiarazione che associ le minoranze e l’immigrazione alla criminalità e crei stereotipi discriminatori».

L’Europarlamento ha poi ricordato che la direttiva 2004/38/CE prevede limitazioni della libertà di circolazione dei cittadini dell’UE e il loro allontanamento «soltanto come eccezioni e impone limiti chiari e specifici a tali misure», mentre i provvedimenti di allontanamento «devono essere valutati e decisi singolarmente tenendo conto delle circostanze personali e assicurando garanzie procedurali e mezzi di impugnazione».

Per questo tutti gli Stati membri dell’Ue sono stati esortati a rispettare pienamente gli obblighi emananti dalle normative europee e a eliminare le incongruenze nell’applicazione delle prescrizioni previste dalla direttiva sulla libertà di circolazione: l’Europarlamento ha ribadito l’invito agli Stati membri a rivedere e revocare le leggi e le politiche che discriminano, direttamente o indirettamente, i rom sulla base della razza e dell’origine etnica, e l’invito al Consiglio e alla Commissione a vigilare sull’applicazione dei Trattati e delle direttive sulle misure contro le discriminazioni e sulla libertà di circolazione, in particolare per quanto riguarda i rom, e ad adottare, in caso contrario, i provvedimenti necessari, in particolare avviando procedure d’infrazione.

Strategia europea
per l’inclusione dei rom

Il Parlamento europeo ha quindi espresso «profonda preoccupazione» rispetto al fatto che, nonostante l’urgenza della questione, la Commissione europea non abbia ancora dato seguito alle sue richieste del gennaio 2008 e del marzo 2010 di elaborare, in cooperazione con gli Stati membri, una strategia europea per i rom. Secondo l’Europarlamento, infatti, l’Unione europea e tutti gli Stati membri devono condividere la responsabilità di promuovere l’inclusione dei rom e tale obiettivo richiede «un approccio globale a livello di Ue da concretizzare in una strategia dell’Ue per i rom, fondata sugli impegni assunti durante il secondo Vertice sui rom svoltosi a Cordova», ovvero:

- integrare le tematiche legate ai rom nelle politiche europee e nazionali in materia di diritti fondamentali e tutela contro il razzismo, la povertà e l’esclusione sociale;

- migliorare l’articolazione della tabella di marcia della piattaforma integrata sull’inclusione dei rom e renderne prioritari i principali obiettivi e risultati;

- garantire che i finanziamenti previsti nel quadro degli attuali strumenti finanziari dell’Ue siano accessibili ai rom e contribuire a migliorare la loro integrazione sociale monitorando l’uso delle risorse; introdurre inoltre nuove condizionalità volte a garantire che l’uso dei fondi permetta di affrontare meglio la situazione dei rom.

I deputati europei ritengono così «essenziale» creare un programma di sviluppo che copra contemporaneamente tutti i settori politici correlati e renda possibile un intervento immediato nelle zone “ghettizzate” che devono far fronte a gravi svantaggi strutturali: nell’attuazione dei programmi operativi le disposizioni in materia di pari opportunità devono essere osservate rigorosamente, «cosicché i progetti non accentuino, direttamente o indirettamente, la segregazione e l’esclusione dei rom».

Servono inoltre politiche efficaci rivolte alle donne rom, vittime di una duplice discriminazione: Commissione e Stati membri, in collaborazione con le Ong, sono invitati dall’Europarlamento a «svolgere campagne di sensibilizzazione destinate alle donne rom e al grande pubblico, ad assicurare la piena applicazione delle pertinenti disposizioni per combattere abitudini culturali discriminatorie e modelli patriarcali, prevenire la polarizzazione e affrontare gli stereotipi sessisti prevalenti e la stigmatizzazione sociale che sostengono la violenza contro le donne, nonché a garantire che non vi sia alcuna giustificazione alla violenza fondata su usi, tradizioni o motivi religiosi».

Infine, le istituzioni dell’Ue sono invitate dal Parlamento europeo a «coinvolgere le comunità rom – dal livello di base fino alle Ong internazionali – nel processo di sviluppo di una politica globale dell’Ue nei confronti dei rom, anche sotto tutti gli aspetti della pianificazione, dell’attuazione e della supervisione, nonché a fare tesoro delle esperienze acquisite grazie al Decennio per l’integrazione dei rom 2005-2015, del piano d’azione dell’Osce e delle raccomandazioni del Consiglio d’Europa, delle Nazioni Unite e dello stesso Parlamento europeo».

INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

BANCA MONDIALE: FORTI VANTAGGI DALL’INCLUSIONE DEI ROM

ùLavorare sulla riduzione dei divari di istruzione e di occupazione delle popolazioni rom contribuisce in modo determinante allo sviluppo economico e sociale di molti Paesi portando notevoli benefici nel medio-lungo periodo. È quanto rileva un Rapporto della Banca mondiale presentato il 30 settembre scorso a Praga in occasione della 19ª Riunione del Comitato direttivo internazionale del Decennio per l’integrazione dei rom. Lo studio ha preso in esame la situazione di Bulgaria, Repubblica Ceca, Romania e Serbia, quattro Paesi in cui vivono più dei due terzi dei rom dell’Europa centrale e orientale. Secondo la Banca mondiale, colmare il divario di produttività per i rom nei quattro Paesi analizzati potrebbe potenzialmente incrementare ogni anno di 9,9 miliardi di euro la produzione e di 3,5 miliardi di euro i benefici fiscali. Inoltre, colmare il divario di opportunità sul mercato del lavoro e nell’istruzione porterebbe vantaggi economici fino a 6 miliardi di euro e circa 2 miliardi di euro di ulteriori entrate pubbliche.

I rom sono il gruppo di minoranza più grande e più povero d’Europa ma anche uno di quelli con la più rapida crescita demografica, con circa il 70% che vive nei Paesi dell’Europa centrale e orientale. La maggior parte sono diventati cittadini dell’Unione europea e costituiscono già una percentuale relativamente alta di giovani e della forza lavoro potenziale in questi Paesi: ad esempio, un quinto dei nuovi potenziali ingressi nel mercato del lavoro in Bulgaria e Romania sono rom.

Tuttavia, osserva lo studio, l’attuale integrazione nel mercato del lavoro dei rom nei Paesi studiati è scarsa. Per i rom la probabilità di trovare un lavoro è più scarsa rispetto ai non-rom (nei quattro Paesi analizzati il divario occupazionale è di circa 26 punti percentuali) e coloro che hanno un lavoro guadagnano molto meno rispetto ai lavoratori non-rom (il divario salariale medio è di quasi il 50% nei quattro Paesi ed è collegato al raggiungimento di livelli di istruzione/formazione più bassi).

Secondo lo studio, questo sottolinea la necessità di colmare il divario nel mercato del lavoro: a meno che i tassi di occupazione dei rom e i loro salari migliorino sensibilmente, i governi dell’Europa orientale e centrale avranno sempre maggiori difficoltà a sostenere l’onere fiscale in aumento in termini di pensioni, assistenza sanitaria e altri costi derivanti dall’invecchiamento della popolazione. Colmare il divario di produttività per i rom in questi Paesi, invece, potrebbe potenzialmente aumentare la produzione, ridurre la spesa pubblica in materia di assistenza sociale e aumentare le entrate pubbliche derivanti dalle imposte sul reddito, sottolinea la Banca mondiale.

INFORMAZIONI:http://siteresources.worldbank.org/INTROMA/Resources/Policy_Note_Fact_Sheet.pdf

Consiglio d’Europa:
la Dichiarazione di Strasburgo

«È giunto il momento di agire. L’incontro di oggi rappresenta un nuovo inizio per offrire un aiuto concreto all’intera popolazione rom d’Europa. I rom sono cittadini europei» ha dichiarato il segretario generale del Consiglio d’Europa, Thorbjorn Jagland, su iniziativa del quale si è svolto il 20 ottobre scorso a Strasburgo un incontro ad alto livello tra i rappresentanti dei 47 Stati membri del Consiglio d’Europa, dell’Unione europea e della comunità rom europea. La riunione era stata convocata dopo le inquietudini emerse l’estate scorsa sui diritti dei rom e ha portato a una condanna unanime della diffusa discriminazione nei confronti dei rom e delle condizioni di emarginazione economica e sociale in cui si trovano spesso i circa 12 milioni di rom che vivono nel continente europeo.

Dall’incontro di Strasburgo è scaturita una Dichiarazione che ribadisce i seguenti principi guida e priorità: non discriminazione, cittadinanza, diritti di donne e bambini; inclusione sociale, segnatamente in materia di istruzione, alloggio e assistenza sanitaria; conferimento di responsabilità e miglior accesso alla giustizia.

La Dichiarazione di Strasburgo prevede inoltre un nuovo programma di formazione europea per oltre un migliaio di mediatori rom, che forniranno consulenza legale e amministrativa alle comunità. Nel 2011 verranno formati circa 440 mediatori, un numero che, a seconda delle risorse disponibili, potrebbe raggiungere le 1000 unità negli anni successivi. Il Consiglio d’Europa intende inoltre procedere alla formazione di un centinaio di avvocati nel 2011. I mediatori e gli avvocati rom lavoreranno per migliorare l’accesso all’alloggio, all’assistenza sanitaria e all’occupazione, nonché per mettere in relazione le comunità rom con la società civile. Tali azioni si baseranno sulle competenze specifiche del Consiglio d’Europa al fine di sviluppare una cooperazione fruttuosa con le autorità locali, regionali e nazionali e con le organizzazioni internazionali.

La Dichiarazione osserva che, mentre la responsabilità primaria per la promozione dell’integrazione spetta agli Stati membri di cui i rom sono cittadini o residenti legali di lunga durata, i recenti sviluppi in Europa hanno dimostrato che la questione ha implicazioni transfrontaliere e richiede pertanto una risposta a livello europeo. Il ruolo delle organizzazioni internazionali dovrebbe quindi essere in primo luogo quello di sostenere e assistere gli sforzi compiuti a livello nazionale, regionale e soprattutto locale.

Ecco alcune raccomandazioni contenute nella Dichiarazione di Strasburgo:

-  adottare e attuare efficacemente la legislazione penale contro la criminalità a sfondo razziale;

- prendere misure efficaci sulla cittadinanza per evitare la condizione di apolide e garantire l’accesso a documenti di identità;

- mettere in atto misure efficaci per rispettare, proteggere e promuovere la parità tra i sessi all’interno delle comunità rom e nella società;

- promuovere attraverso misure efficaci la parità di trattamento e i diritti dei bambini rom, in particolare il diritto all’istruzione, e proteggerli contro violenza e sfruttamento in conformità con i trattati internazionali;

- favorire la partecipazione effettiva dei rom alla vita sociale, politica e civile;

- garantire la parità di accesso al sistema giudiziario, compresi servizi di assistenza legale a prezzi accessibili;

- fornire formazione adeguata e mirata ai servizi giudiziari e di polizia;

- combattere il traffico di esseri umani, tenendo presente che i bambini e le donne rom sono spesso vittime di tratta e sfruttamento;

- intensificare gli sforzi nella lotta contro l’istigazione all’odio, incoraggiare i media e le autorità pubbliche a trattare in modo responsabile ed equo la questione dei rom e ad evitare stereotipi negativi o stigmatizzazione;

- assicurare un accesso efficace al sistema di istruzione per i bambini rom e metodi per garantire la partecipazione, facendo anche uso di assistenti scolastici e mediatori;

- assicurare parità di accesso per i rom al lavoro e alla formazione professionale in conformità del diritto internazionale e interno;

- assicurare un accesso paritario di tutti i rom al sistema sanitario, utilizzando mediatori e corsi di formazione per facilitatori;

- assicurare un accesso paritario ai servizi di alloggio e una sistemazione abitativa adeguata per i rom;

- adottare misure per promuovere la conoscenza della cultura, della storia e delle lingue dei rom.

INFORMAZIONI: http://www.coe.int

L’IMPEGNO DEL CONSIGLIO D’EUROPA PER I ROM

Obiettivo principale del Consiglio d’Europa, che ha organizzato l’incontro di Strasburgo, è di incoraggiare i Paesi membri a promuovere un approccio globale verso le questioni relative ai rom. A questo scopo sono state fissate tre priorità essenziali: protezione delle minoranze, lotta al razzismo e all’intolleranza e prevenzione dell’esclusione sociale. Per giungere a un progresso durevole, le azioni del Consiglio d’Europa sono basate su un principio fondamentale: la partecipazione delle comunità in causa, per mezzo dei rappresentanti e delle associazioni rom e sinti. Già nel 1995 il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa aveva deciso di istituire un Gruppo di specialisti sui rom e i sinti incaricato di consigliare gli Stati membri per tutto quello che riguarda questi due gruppi. Il suo ruolo è complementare a quello del Coordinatore del Segretario generale per le attività rom e sinti, istituito nel 1994, incaricato di promuovere la cooperazione con altre organizzazioni internazionali e di sviluppare relazioni di lavoro con le associazioni rom e sinti.

I diritti dei rom sono inoltre tutelati dalla Carta sociale europea, ratificata da 43 dei 47 Stati membri del Consiglio d’Europa, che garantisce i diritti in materia di alloggio, salute, istruzione, occupazione, protezione giuridica e sociale e non discriminazione, estendendoli alle persone senza una situazione lavorativa regolare o prive di documenti, che è il caso di molti rom. Il Consiglio d’Europa ha poi lottato contro la discriminazione nei confronti dei rom attraverso le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, mentre anche il suo Commissariato per i diritti umani è particolarmente attento al rispetto e alla tutela dei diritti dei rom rivolgendo raccomandazioni alle autorità nazionali per migliorare le loro azioni in questo campo.

La situazione dei rom è poi esaminata regolarmente attraverso i meccanismi di monitoraggio del Consiglio d’Europa, come la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri) e la Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali.

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