Le ricadute della crisi sul lavoro migrante

ottobre 2010

A causa della crisi economica l’immigrazione è calata nella maggior parte dei Paesi membri dell’Ocse, con un’inversione di tendenza avvenuta nel 2008 dopo cinque anni di crescita e confermata nel corso del 2009.

L’edizione 2010 dell’International Migration Outlook, pubblicata l’estate scorsa dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse) e realizzata dal Sistema di osservazione permanente sulle migrazioni (Sopemi), ha rilevato come sia stata soprattutto l’immigrazione temporanea a iniziare un declino a partire dal 2008, specie quella per lavoro, con una diminuzione del 4% dopo quattro anni di crescita stabile.

«L’immigrazione temporanea dei lavoratori è stata uno dei primi canali di immigrazione colpito dalla crisi economica» osserva il Rapporto, sottolineando come sia diminuita per lo più l’immigrazione lavorativa a tempo determinato, mentre il lavoro stagionale, i programmi di lavoro nel periodo delle vacanze e i trasferimenti in seno alle aziende sono aumentati.

Aree di libera
circolazione

La migrazione «in seno alle aree di libera circolazione» ha costituito circa il 25% della migrazione totale nell’area Ocse relativa al 2008 e il 44% in Europa. In Norvegia, Svizzera, Austria e Danimarca tale tipo di migrazione incide per ben oltre la metà della migrazione totale. In Europa, Portogallo, Spagna, Regno Unito e Italia figurano tutti tra i Paesi in cui nel 2008 la migrazione dei lavoratori è stata elevata, con il 20-30% di immigrati permanenti giunti per ragioni lavorative. Altrove, eccetto il Giappone e la Corea, la migrazione per ricongiungimento familiare resta dominante tra i flussi di immigrazione permanente. Lo stesso vale per Stati Uniti (65%), Francia e Svezia.

Origine dei flussi

I 20 principali Paesi di origine dei flussi migratori hanno inciso per oltre la metà sulle migrazioni nei Paesi Ocse nel 2008, con Cina, Polonia, India e Messico in cima alla lista. Rispetto ai flussi osservati verso la fine degli anni Novanta, gli incrementi più elevati provengono da Colombia, Cina, Romania e Marocco; dal 2000 sono andati calando i flussi originatisi nelle Filippine e nella Federazione Russa, mentre resta consistente l’emigrazione di polacchi verso altri Paesi europei.

Motore della crescita demografica

Per vari Paesi dell’Europa meridionale, Austria e Repubblica Ceca, circa il 90% della crescita demografica è riconducibile all’immigrazione, osserva l’Ocse, secondo cui se le percentuali migratorie persistessero ai livelli attuali la popolazione in età lavorativa dell’area aumenterebbe dell’1,9% tra il 2010 e il 2020, rispetto all’8,6% di crescita osservata tra il 2000 e il 2010. Tra il 2003 e il 2007, il 59% della crescita demografica è avvenuta grazie all’immigrazione.

Gli immigrati, rileva così il Rapporto, rappresentano fino a un terzo della nuova popolazione in età lavorativa, sebbene l’arrivo di minori e immigrati più anziani riduca tale apporto. Solo in Francia, Stati Uniti e Nuova Zelanda il principale motore di crescita demografica è stato l’aumento naturale della popolazione.

Disoccupazione
tra i giovani immigrati

Il Rapporto evidenzia poi «l’impatto sproporzionato della crisi economica sulla disoccupazione degli immigrati nell’area Ocse»: l’aumento della disoccupazione tra il 2008 e il 2009 è stato maggiore tra i nati all’estero piuttosto che tra i nativi in quasi tutti i Paesi Ocse. Ciò è avvenuto soprattutto tra i giovani immigrati, che nella maggior parte dei Paesi dell’area hanno sperimentato cali maggiori di occupazione rispetto ai giovani nativi: «Mentre la riduzione totale dell’occupazione giovanile (15-24 anni) è stata del 7% dopo il secondo trimestre del 2008, il declino si è attestato al doppio di tale livello per i giovani immigrati». Inoltre la disoccupazione, già alta tra i giovani immigrati, nel 2009 è salita al 15% negli Stati Uniti, al 20% in Canada e al 24% nell’Europa dei 15.

Donne meno colpite
dalla crisi

Le donne nate all’estero sono state meno colpite dalla crisi rispetto agli uomini, dal momento che questi ultimi sono occupati principalmente nei settori che hanno maggiormente sofferto l’impatto della crisi (edilizia, industria, finanza). In tutti i Paesi, eccetto Belgio e Ungheria, il tasso di disoccupazione di donne nate all’estero è infatti aumentato in misura minore rispetto all’equivalente maschile. In alcuni Paesi, tra le donne nate all’estero è addirittura aumentata la partecipazione al mercato del lavoro, come solitamente accade quando è necessario compensare la perdita di reddito subita dai membri maschili delle famiglie.

Aumentano
i richiedenti asilo

Le richieste di asilo in seno ai Paesi Ocse sono di nuovo in crescita dal 2006. Nel 2008, gli Stati Uniti hanno ricevuto il maggior numero di richieste (39.400), mentre Francia, Canada, Regno Unito e Italia ne hanno ricevute oltre 30.000. Norvegia, Svezia e Svizzera sono i principali Paesi di accoglienza in termini pro-capite. Iraq, Serbia e Afghanistan figurano tra i maggiori Paesi di origine.

Studenti e immigrazione qualificata

I flussi crescenti di studenti internazionali si trasformano in parte in soggiorni permanenti. In generale, il numero di studenti internazionali è più che raddoppiato tra il 2000 e il 2007, superando i 2 milioni. Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia e Australia sono i principali Paesi di destinazione. Gli aumenti percentuali più rilevanti hanno avuto luogo in Nuova Zelanda e in Corea, seguite da Paesi Bassi, Grecia, Spagna, Italia e Irlanda. Gli studenti internazionali, osserva il Rapporto, sono una fonte potenziale di lavoratori immigrati altamente qualificati in seno all’area Ocse: lo studio del Sopemi costituisce così un primo tentativo di analisi delle percentuali di permanenza, ovvero dei cambiamenti di situazione per coloro che non rinnovano i propri permessi di soggiorno in qualità di studenti.

Integrazione a rischio

«Poiché il rapido accesso al mercato del lavoro da parte dei giovani e degli immigrati di recente ingresso è stato identificato come uno dei principali determinanti della loro integrazione al tessuto sociale nel lungo termine, i bassi tassi occupazionali sono preoccupanti» nota il Rapporto, sottolineando che «una recessione comporta il rischio di “effetti cicatrice”, dal momento che gli immigrati che non sono riusciti a trovare rapidamente un impiego dopo l’arrivo potrebbero essere stigmatizzati in seno al mercato del lavoro. La lingua, la formazione, l’addestramento e l’apprendistato sembrano costituire risposte politiche particolarmente importanti tese a consolidare la situazione in un momento di crisi».

Politiche selettive

Il Rapporto 2010 presenta inoltre una rassegna dei cambiamenti strutturali e istituzionali che hanno avuto luogo in seno alle politiche migratorie. È proseguita l’attenzione agli immigrati altamente qualificati, anche attraverso l’applicazione dei sistemi a punti (come avviene in Danimarca, Regno Unito e Paesi Bassi), «come anche il passaggio da sistemi basati sull’offerta verso strategie che favoriscono i richiedenti con offerte di lavoro nell’ambito di programmi permanenti (Australia e Canada)» osserva l’Ocse.

Mentre un solo Paese (la Svezia) ha aperto le proprie frontiere agli immigrati senza effettuare una selezione basata sul livello di qualifica, in altri Paesi l’unico tipo di apertura nei confronti dell’immigrazione meno qualificata è consistito nelle modifiche apportate ad alcuni programmi stagionali volti a favorire il ricorso a tale forma di immigrazione temporanea (ad esempio Australia e Polonia).

Principali fattori
di vulnerabilità

I fattori che rendono gli immigrati vulnerabili alla perdita dell’impiego rendono anche più difficile l’applicazione di strategie politiche destinate al mercato del lavoro e rivolte a tali soggetti, rileva il Rapporto che esamina i fattori alla base della recente situazione degli immigrati nel mercato del lavoro. Questi tendono a essere sovrarappresentati in settori sensibili alle fluttuazioni economiche, sottoscrivono in genere accordi contrattuali meno sicuri e occupano più spesso impieghi temporanei, hanno più raramente incarichi permanenti e possono essere soggetti a licenziamenti selettivi. «Gli immigrati possono di fatto essere esclusi dall’ambito di applicazione di alcune misure la cui eleggibilità è esplicitamente o implicitamente legata alla durata del soggiorno nel Paese o allo statuto amministrativo, quali regimi lavorativi nel settore pubblico o quelli che richiedono una permanenza minima o contratti permanenti».

Interventi migliorativi

Il Rapporto individua poi alcune aree in cui l’intervento governativo può contribuire a ridurre gli effetti negativi a lungo termine sull’occupazione degli immigrati. Una di queste riguarda la concessione della cittadinanza. Infatti, rileva il Rapporto, gli immigrati naturalizzati tendono a godere di una migliore situazione in seno al mercato del lavoro. «Ciò lascia pensare che la naturalizzazione in sé abbia un impatto positivo sulla situazione degli immigrati nel mercato del lavoro» osserva l’Ocse, secondo cui questo miglioramento della situazione potrebbe essere dovuto alle barriere meno onerose che impediscono l’accesso al mercato, alla più elevata mobilità e alla ridotta discriminazione. La naturalizzazione appare riguardare specialmente l’accesso degli immigrati a lavori meglio pagati e a impieghi nel settore pubblico. In generale, sottolinea il Rapporto, «l’alleggerimento delle barriere, quali i limiti alla doppia nazionalità o i criteri di eleggibilità estremamente restrittivi, contribuirebbe nel complesso a migliorare la situazione degli immigrati nel mercato del lavoro».

Influenza dell’opinione pubblica

Uno dei punti salienti emersi dall’analisi indica che le convinzioni circa l’impatto economico e culturale dell’immigrazione influenzano notevolmente gli atteggiamenti individuali verso l’apertura delle frontiere agli immigrati. Secondo il Rapporto, infatti, il dibattito pubblico sulle questioni dell’immigrazione e delle politiche migratorie è ancora ampiamente determinato dal modo in cui queste sono trattate dai media e dagli effetti di un certo numero di convinzioni collettive. «È probabile che alcune parti della popolazione adottino diverse posizioni in materia di immigrazione, non solo a causa dei suoi effetti distributivi ma anche in base al valore che attribuiscono alla diversità culturale, tra gli altri aspetti» scrive il Sopemi. Tuttavia, aggiunge, non si tratta tanto di ottenere il consenso dell’opinione pubblica sulle questioni di immigrazione quanto piuttosto di limitare l’effetto delle convinzioni popolari e dei pregiudizi. Per questo, le riforme delle politiche migratorie devono consolidare la conoscenza e la comprensione pubblica circa il reale impatto economico, sociale e culturale delle migrazioni, conclude l’Ocse: «Il raggiungimento di tale obiettivo richiede una maggiore trasparenza circa l’entità delle migrazioni internazionali, un migliore accesso all’informazione e statistiche comparabili. Bisognerebbe inoltre approfondire la conoscenza pubblica di tali questioni tramite una maggiore e più obiettiva copertura da parte dei media».

INFORMAZIONI:

http://www.oecd.org

L’IMMIGRAZIONE IN ITALIA

Sono quasi 5 milioni gli stranieri immigrati residenti regolarmente in Italia (4,919 milioni), con un’incidenza media sulla popolazione residente del 7% che però in regioni quali Emilia Romagna, Lombardia e Umbria va oltre il 10% e in alcune province (Brescia, Mantova, Piacenza, Reggio Emilia) anche oltre il 12%. In generale, l’aumento dei residenti stranieri è stato di circa 3 milioni di unità nel corso dell’ultimo decennio, durante il quale la presenza straniera è pressoché triplicata, e di quasi un milione nell’ultimo biennio. Lo rileva il XX Rapporto sull’immigrazione curato da Caritas/Migrantes, presentato il 26 ottobre scorso. La Lombardia accoglie un quinto dei residenti stranieri (982.225, cioè il 23,2%), poco più di un decimo vive nel Lazio (497.940, circa l’11,8%), il cui livello viene quasi raggiunto da altre due grandi regioni di immigrazione quali il Veneto (480.616, con l’11,3%) e l’Emilia Romagna (461.321, cioè il 10,9%), seguite da Piemonte e Toscana (rispettivamente 377.241, cioè l’8,9% e 338.746, circa l’8%). Roma, che è stata a lungo la provincia con il maggior numero di immigrati, perde il primato rispetto a Milano (405.657 contro 407.191). La comunità romena è la più numerosa, con poco meno di un milione di presenze, seguono quelle albanese e marocchina (quasi mezzo milione) e poi quelle cinese e ucraina (quasi 200.000). Nell’insieme, queste 5 comunità costituiscono oltre la metà della presenza immigrata In Italia (50,7%). Più in generale, la metà degli immigrati stranieri sono europei, poco meno di un quinto africani e circa un sesto asiatici, mentre gli americani incidono per un decimo.

In tutta Europa la crescita dell’occupazione è legata ai lavoratori immigrati: essi sono circa 17,8 milioni, dei quali circa 2 milioni in Italia. Gli immigrati in Italia sono circa il 10% dei lavoratori dipendenti, sono titolari del 3,5% delle imprese, incidono per l’11,1% sul Pil (dato 2008), pagano 7,5 miliardi di euro di contributi previdenziali e dichiarano al fisco un imponibile di oltre 33 miliardi di euro.

INFORMAZIONI:http://www.dossierimmigrazione.it

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