Democrazie europee

luglio 2010
La vignetta di Steve

La vignetta di Steve

A giudicare dal numero di elezioni che, nel rispetto delle regole, si sono susseguite nelle ultime settimane in Europa si potrebbe dedurne che la democrazia gode sul nostro continente di buona salute. Ma le elezioni non sempre si rassomigliano. Così, se le ultime svoltesi in Polonia hanno dato all’Europa una boccata d’aria di cui, in un momento come questo, si sentiva francamente il bisogno, quelle svoltesi precedentemente in Ungheria, Slovacchia, Paesi Bassi e Belgio hanno mandato segnali inquietanti di rottura di solidarietà, e all’interno dei singoli Paesi e di questi verso la coesione dell’Ue.

In Polonia si contendevano la presidenza della Repubblica i rappresentanti di due schieramenti conservatori: quello riformista e moderato di Komorowski e quello populista e ultra-nazionalista di Kaczynski, gemello del defunto presidente perito nella sciagura aerea di Smolensk. La vittoria di misura del candidato moderato, che ha lasciato incerti gli osservatori sul futuro della Polonia che tornerà alle urne l’anno prossimo per le elezioni politiche, ha invece fatto tirare un sospiro di sollievo a Bruxelles, costantemente minacciata di veto dal candidato nazionalista, e fa sperare in un atteggiamento polacco più disteso verso la Russia e meno subordinato agli Usa. Conforta per la Polonia il fatto che le elezioni presidenziali abbiano confermato anche il consenso al governo in carica, chiamato nei mesi prossimi a difficili riforme come quella delle pensioni, e aiuta l’Europa un risultato che allontana le intolleranze nazionaliste e identitarie che l’avevano indebolita negli ultimi tempi.

Poche settimane prima, invece, l’esito elettorale in Baviera Wuttemberg non era stato positivo per la cancelliera Angela Merkel, mentre nel Regno Unito sono stati mandati all’opposizione i laburisti dopo una lunga permanenza al governo, avviando un’inedita e fragile coalizione tra conservatori e liberali.

Ben più preoccupanti sono però stati gli esiti delle elezioni tenutesi ravvicinatamente nella Repubblica Ceca, in Ungheria, nei Paesi Bassi, in Slovacchia e in Belgio. I risultati di tutte queste consultazioni elettorali hanno risentito degli effetti devastanti della crisi in corso e delle misure di rigore necessarie per farvi fronte. Ma con la turbolenza innescata dalla crisi si sono intrecciati altri due temi sensibili: quello delle identità nazionali e del rifiuto dell’immigrazione con i suoi corollari xenofobi.

Una miscela esplosiva che sta minacciando la tenuta dell’Unione europea, già sotto pressione per la salvaguardia dell’euro e per la ricerca di politiche economiche almeno coordinate, se non ancora comuni, di contrasto alla crisi.

Se si guardano un po’ più da vicino le elezioni ungheresi, olandesi, slovacche e belghe crescono le preoccupazioni sul futuro della democrazia in Europa, sulla tenuta della sua coesione sociale e sulle prospettive realistiche di una maggiore integrazione economica e politica.

E non si tratta di valutazioni legate all’alternarsi di governi tra conservatori e progressisti, per non dire tra forze di destra e di sinistra, difficili da identificare in questi tempi confusi. La preoccupazione nasce dall’emergere e crescere in questi Paesi – e non solo – di spinte disgregatrici della coesione nazionale e, insieme con questa, della solidarietà europea.

Gli ungheresi hanno dato fiato a forze nostalgiche che mirano a riproporre il sogno della “Grande Ungheria” anche attraverso il rilascio del passaporto ungherese alle minoranze insediate nei Paesi vicini. Misura che ha fatto crescere la tensione con la vicina Slovacchia, primo bersaglio di questa simbolica “invasione” e i risultati non si sono fatti attendere. Nelle elezioni svoltesi successivamente in Slovacchia, centrali nel confronto sono diventati i temi dell’indipendenza e del nazionalismo, che in quelle regioni vicine ai Balcani non annunciano nulla di buono.

A loro volta i Paesi Bassi hanno fatto registrare un massiccio balzo in avanti del Pvv (Partij voor de Vrijheid – Partito per la Libertà), formazione islamofoba di Geert Wilders: la sua battaglia contro gli immigrati gli ha fatto raddoppiare i seggi nel Parlamento olandese, dove è diventato il terzo partito. Anche qui si annuncia una coalizione difficile, con conservatori e socialisti praticamente alla pari.

Nell tornata elettorale svoltasi in Belgio, poi, come previsto si è registrato un grande balzo in avanti del partito secessionista delle Fiandre, Nuova alleanza fiamminga, che ha sfiorato il 30% dei suffragi quadruplicando i seggi in Parlamento, mentre hanno perso posizioni i partiti tradizionali, ad eccezione dei socialisti francofoni tornati ad essere il primo partito. Ne risulta una mappa politica complicata alla quale il Belgio è abituato (nel 2007 ci vollero 282 giorni per formare una nuova fragile coalizione di governo), ma ora ai conflitti linguistici si assomma la crisi economica e tutto questo in concomitanza con il turno belga di presidenza europea.

Dire che questi risultati elettorali interrogano l’Europa sul futuro della sua coesione e della sua democrazia è sicuramente un eufemismo. Dire che queste dinamiche elettorali mandano preoccupanti messaggi all’Italia non è fuori luogo.

L’esasperazione del tema dell’identità unito alle tensioni indotte dalla crisi sta diventando un terreno di coltura della disgregazione sociale. Il caso del Belgio getta un’ombra lunga anche sull’Italia: dopo aver giocato a lungo col fuoco del federalismo, i belgi sono adesso sul bordo della secessione come già si augura qualcuno da noi per l’Italia.

Per non cadere nel baratro, il Belgio puntava sull’integrazione europea come argine al rischio di frammentazione nazionale contenuto nel progetto federalista. Che ne sarà dell’Italia dove quelli che stanno forzando sul federalismo sono gli stessi che osteggiano il processo di integrazione europea e questo proprio mentre la crisi esige solidarietà, unità nazionale e rafforzamento dell’Unione europea?

(Franco Chittolina)

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