Cese: rafforzare le politiche di integrazione

luglio 2010

Sono trascorsi otto anni da quando l’Unione europea ha cominciato a disporre di un approccio comune per l’integrazione dei cittadini di Paesi terzi nel quadro di una politica comune dell’immigrazione. Oggi l’Ue dispone di diversi strumenti per il coordinamento delle politiche nazionali di integrazione attraverso l’adozione e l’applicazione di principi fondamentali comuni, lo scambio di informazioni e di buone pratiche. Esistono inoltre meccanismi di valutazione e un quadro finanziario comune.

L’Europa sta però attraversando una grave crisi economica e sociale, caratterizzata da problemi quali la recessione economica, la perdita di posti di lavoro e il deficit delle finanze pubbliche. In questo contesto la coesione sta facendo passi indietro e i governi stanno riducendo le risorse pubbliche assegnate alle politiche di integrazione. Una situazione difficile analizzata dal Comitato economico e sociale europeo (Cese), che il 7 giugno scorso ha adottato una Relazione sul tema intitolataLe nuove sfide dell’integrazione europea.

Il Cese ritiene infatti necessario rafforzare le politiche di integrazione per migliorare la coesione, sia a livello nazionale che nell’Ue. «Noi europei dobbiamo affrontare una grande sfida: ampliare la base delle nostre democrazie, includendo nuovi cittadini che siano uguali per diritti e doveri, e a tal fine i diritti di cittadinanza nazionale ed europea devono includere tutte le diversità di origine nazionale, etnica, religiosa o culturale, che derivano in parte dall’immigrazione» osserva il Cese, spiegando che l’integrazione «è un processo sociale di adeguamento reciproco che si sviluppa nelle complesse relazioni sociali tra le persone e tra i gruppi. Questi processi sociali devono essere appoggiati attraverso la buona governance ai diversi livelli: europeo, nazionale, regionale e locale».

Il Cese ritiene necessario rafforzare a livello europeo il tema dell’integrazione nella nuova agenda della politica sociale nel quadro della strategia Europa 2020. È inoltre essenziale, secondo il Cese, continuare a sviluppare una politica di breve e lungo periodo che adotti un approccio globale e trasversale all’integrazione. Per questo, come già fatto dalla Conferenza ministeriale sull’integrazione svoltasi a Saragozza il 15 e 16 aprile 2010, si invita la Commissione europea a elaborare una nuova agenda per l’integrazione e si mette in rilievo il ruolo della società civile e del Forum europeo dell’integrazione.

Integrazione dei
lavoratori immigrati

Il Cese ritiene che l’occupazione dei lavoratori immigrati (uomini e donne) sia fondamentale per l’integrazione. La perdita di posti di lavoro dovuta all’attuale crisi, tuttavia, sta causando l’esclusione di numerosi lavoratori immigrati dal mercato del lavoro. Molto spesso, infatti, gli immigrati sono le prime vittime della crisi economica e della perdita di posti di lavoro in quanto si trovano in una situazione di grande vulnerabilità. È quindi necessario migliorare l’occupabilità dei lavoratori immigrati attraverso programmi di formazione che ne aumentino le competenze, sottolinea il Comitato economico e sociale europeo.

In questa prospettiva, su richiesta della presidenza dell’Ue, il Cese ha elaborato un parere esplorativo con l’obiettivo di promuovere l’integrazione dei lavoratori immigrati nell’occupazione e sul luogo di lavoro, in condizioni di uguaglianza e di parità di trattamento. Le parti sociali, che costituiscono il Cese, possono svolgere un ruolo molto importante nei diversi ambiti: impresa, settore, regione, nonché a livello nazionale ed europeo.

Necessario un
approccio bidirezionale

Nella sua Relazione annuale su migrazione e integrazione, la Commissione europea scriveva che «gli Stati membri hanno adottato varie misure per promuovere l’integrazione come un processo a due vie», osservando però come «nelle strategie nazionali vi è sempre una carenza di iniziative strutturali destinate alla popolazione indigena del Paese ospite per rafforzare la sua capacità di adattarsi alla diversità».

Secondo il Cese, l’approccio bidirezionale va applicato a tutte le azioni, per evitare alcuni degli squilibri che attualmente si verificano: «Il rispetto dei diritti umani, delle libertà fondamentali e dei valori di libertà, democrazia e Stato di diritto non riguarda soltanto gli immigrati, ma anche le autorità delle società di accoglienza».

Vari studi mostrano che alcuni Paesi utilizzano programmi, test o contratti giuridici di integrazione a carattere vincolante ed esigono che i cittadini dei Paesi terzi dimostrino di conoscere i valori e l’identità nazionale per avere accesso al diritto di residenza, ai diritti riconosciuti dallo statuto europeo di soggiornante di lungo periodo (direttiva 2003/109) e al diritto di ricongiungimento familiare (direttiva 2003/86). In alcuni casi si svolgono anche prove di integrazione nel Paese d’origine (corsi e test di integrazione organizzati nelle ambasciate o nei consolati degli Stati membri nei Paesi terzi) per poter ottenere il visto che autorizza a entrare legalmente sul territorio dell’Ue. Secondo il Cese, però, «queste interpretazioni dei principi fondamentali comuni non sono equilibrate e rischiano di entrare in conflitto con il carattere bidirezionale di adeguamento reciproco dell’integrazione».

Esaminare le persone per decidere se debbano avere accesso ai diritti fondamentali è una procedura non compatibile con i valori e i principi dell’Ue, osserva il Cese, secondo cui è necessario procedere a un’analisi critica dell’attuazione di alcune politiche che non tengono conto della bidirezionalità, dell’interazione con i diritti fondamentali e della compatibilità con i principi di proporzionalità e non discriminazione.

Favorire
la partecipazione

Altro elemento fondamentale per l’integrazione è quello della partecipazione degli immigrati alla vita pubblica, che però resta poco sviluppato nei Paesi dell’Ue.

L’istituzione del Forum europeo dell’integrazione rappresenta «un ottimo esempio positivo» rileva il Cese, secondo cui «in tutti gli Stati membri devono essere creati forum e piattaforme consultive ai diversi livelli: locale, regionale e nazionale». Va inoltre incoraggiata la partecipazione degli immigrati ai sindacati e alle associazioni dei datori di lavoro, nonché alle organizzazioni sociali, in particolare a quelle culturali, sportive, religiose e educative, sostiene il Cese che sottolinea quanto sia importante agevolare la partecipazione delle donne immigrate, che in molte occasioni si trovano in situazioni di grave isolamento sociale.

Le autorità devono poi favorire la costituzione di organizzazioni degli immigrati e dare loro la possibilità di svolgere attività di informazione, accoglienza e consulenza. Deve anche essere migliorata la partecipazione civile e politica nelle società di accoglienza, perché «negare i diritti politici agli immigrati ne ostacola l’integrazione». L’approccio bidirezionale impone ai governi di assumersi nuovi impegni affinché le leggi nazionali favoriscano la concessione della cittadinanza agli immigrati che lo richiedano e le relative procedure siano trasparenti: «Nella maggior parte degli Stati membri i tempi per ottenere la nazionalità continuano ad essere troppo lunghi e le difficoltà burocratiche eccessive».

Anche i partiti politici dovrebbero aumentare la diversità nei loro organi direttivi e tra i candidati alle elezioni, agevolando così la partecipazione dei cittadini immigrati, osserva il Cese, aggiungendo che «una proposta complessiva di equiparazione dei diritti e doveri e di integrazione deve includere il diritto di voto, che è un diritto essenziale ai fini dell’integrazione e rappresenta un segnale importante quando si tratta di indicare chi stia dentro e chi stia fuori da una comunità».

INFORMAZIONI: http://www.eesc.europa.eu

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