Tagli, parola d’ordine dei governi europei

giugno 2010

Quando, dopo un lungo negoziato risoltosi il 10 maggio scorso, i ministri economici e finanziari dell’Ue hanno varato un piano da 750 miliardi di euro per il salvataggio della Grecia e la tutela dell’intera zona euro da attacchi speculativi, contemporaneamente sono stati chiesti nuovi sacrifici ai Paesi esposti a maggior rischio.

Il maxi-piano finanziario, senza precedenti per l’Ue, prevede prestiti per 60 miliardi di euro da parte della Commissione europea, la quale potrà raccogliere denaro sul mercato offrendo in garanzia fondi del bilancio comunitario a favore dei Paesi che fossero sotto attacco speculativo e avessero difficoltà a reperire capitali. Altri 440 miliardi di euro dovrebbero derivare da prestiti bilaterali concessi dagli Stati membri della zona euro, sul modello del piano varato per il salvataggio della Grecia. Oltre a ciò è prevista una quota di 250 miliardi di euro che potrebbe essere messa a disposizione dal Fondo monetario internazionale, cifra corretta al rialzo rispetto alla precedente comunicazione di 220 miliardi.

A fronte di questo intervento di supporto, però, l’Ue ha sollecitato i governi degli Stati membri a varare manovre finanziarie che contribuiscano efficacemente al riequilibrio dei conti pubblici. Molti governi hanno così annunciato misure di risanamento, con tagli alla spesa pubblica per ridurre le uscite e, se non aumenti veri e propri alle tasse, perlomeno il congelamento delle riduzioni fiscali promesse durante le varie campagne elettorali.

Annunciati «cambiamenti di rotta»

Ai Paesi della zona euro considerati attualmente a maggior rischio, che oltre alla Grecia sono al momento il Portogallo e la Spagna, è stata chiesta una manovra aggiuntiva pari all’1,5% del Pil per l’anno in corso e una pari al 2% del Pil l’anno prossimo. Ma tutti i governi dell’Ue sono stati posti di fronte alla necessità di risanare i loro conti pubblici, così anche l’Italia, l’Irlanda, la Francia e la Germania hanno annunciato manovre di riduzione del deficit.

«È tempo di risparmi» ha fatto sapere ad esempio il governo tedesco, preparando ampi tagli alla spesa pubblica che toccheranno anche i sussidi di disoccupazione e il sussidio erogato alle famiglie con figli, oltre alla riduzione di almeno 15.000 posti di lavoro nel pubblico impiego entro il 2014 e la riduzione degli stipendi per chi rimarrà al lavoro. Secondo il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schaueble, «bisogna cambiare rotta in tempo per evitare ripercussioni terribili», mentre la cancelliera Angela Merkel ha dichiarato: «Siamo di fronte a una sfida senza precedenti, abbiamo il dovere di rimettere i conti pubblici e quindi il futuro della nazione in piedi sulle sue gambe».

Anche il neo premier britannico, David Cameron, ha annunciato in una recente intervista che il Paese va incontro ad «anni di sacrifici», condizione necessaria per permettere di ridurre il deficit pubblico e il «peso enorme» del debito. «Un debito enorme deve essere gestito. Incrociare le dita aspettando la crescita e sperando che scompaia non è una risposta» ha aggiunto Cameron, osservando che il Regno Unito è «scoperto» economicamente e che «gli interessi su questo scoperto si mangiano ciò che la nazione avrebbe dovuto spendere per altro». Dal momento che, come rilavato dall’ufficio statistico britannico, il deficit pubblico del Regno Unito ha superato i 156 miliardi di sterline nel 2009/2010, pari all’11% del Pil, l’economia britannica si trova in condizioni peggiori del previsto e, di conseguenza, i tagli necessari «saranno dolorosi». Contestando le previsioni di crescita economica fatte dal precedente governo (3% del Pil nel 2011), il neo premier britannico ha quindi avvertito che «bisogna affrontare i conti dello Stato sociale, del settore pubblico e la dimensione della burocrazia accumulata in questi anni».

Gli interventi di alcuni Paesi dell’Ue

Ecco in cosa consistono i piani di risanamento annunciati da alcuni Paesi europei, sintetizzati da un articolo del quotidiano spagnolo “El País” poi tradotto e pubblicato dal settimanale “Internazionale”.

Spagna: nel 2010 gli stipendi dei dipendenti pubblici saranno ridotti mediamente del 5%, mentre nel 2011 è previsto il congelamento delle pensioni; sono previsti tagli agli investimenti per infrastrutture, alle risorse per le comunità autonome e agli aiuti allo sviluppo. L’Iva aumenterà dal 16 al 18% e l’aliquota unica dell’imposta sul risparmio dal 18 al 19%, mentre per rendite superiori ai 6000 euro sarà del 21%. Complessivamente è previsto un risparmio di 65 miliardi di euro entro il 2013, anno in cui il governo spagnolo prevede un rientro sotto il 3% del rapporto deficit/Pil attualmente intorno all’11%.

Portogallo: bloccati i salari dei dipendenti pubblici e ridotti del 5% quelli dei politici, bloccate alcune grandi opere tra cui l’alta velocità. L’Iva aumenterà dell’1%, così come l’Irpef per gli stipendi medio-alti e dell’1,5% per quelli più alti. Il governo prevede un miliardo di euro di nuove entrate e risparmi per 1,1 miliardi, mentre mira al rientro sotto il 3% del rapporto deficit/Pil (attualmente al 9,4%) nel 2012.

Grecia: riduzione del 16% degli stipendi pubblici e del 10% dei sussidi sociali, tagli alle pensioni e aumento dell’età pensionabile per gli uomini da 65 a 67 anni. L’Iva salirà al 23% e aumenteranno le accise su carburante, tabacchi e alcolici. Il governo greco prevede un risparmio di 30 miliardi di euro in tre anni e una riduzione del rapporto deficit/Pil dall’attuale 13,6% al 2,8% nel 2012.

Irlanda: riduzione del 5% degli stipendi pubblici nei prossimi due anni e del 25% per quelli dei ministri, con una riduzione del 5% della spesa sociale (escluse le pensioni) e l’introduzione di una tassa ecologica sui carburanti. Il risparmio previsto dal governo irlandese è di 4 miliardi di euro, mentre il rapporto deficit/Pil dovrebbe essere ridotto dall’attuale 14,3% al 7,2% nel 2012 e al 4,9% nel 2013.

Italia: gli stipendi dei dipendenti pubblici dovrebbero essere congelati per tre anni, periodo in cui non avverranno nuove assunzioni, mentre la spesa dei ministeri sarà ridotta del 10% e si prevede una stretta sulle pensioni. Si intende intensificare la lotta all’evasione fiscale e dovrebbero essere condonate due milioni di “case fantasma”. Il governo italiano prevede un risparmio complessivo di 24 miliardi di euro nel biennio 2011-2012 e una riduzione del rapporto deficit/Pil dall’attuale 5,3% al 5% nel 2011, al 3,9% nel 2012 e al 2,7% nel 2013.

Francia: spesa pubblica congelata per i prossimi tre anni, riduzione dei costi dello Stato del 10% entro il 2013, innalzamento dell’età pensionabile da 60 a 63 anni. Gli incentivi fiscali saranno aboliti per il 2010 mentre per il futuro potrebbe essere introdotta una tassa straordinaria sui redditi più alti e sulle rendite finanziarie. Il governo francese prevede un risparmio di 11,5 miliardi di euro nel 2010 e un rientro sotto al 3% del rapporto deficit/Pil entro il 2013 (attualmente è al 7,5%).

Germania: il governo ha varato una maxi-manovra per ridurre costi, spese, uscite, soprattutto nel campo delle prestazioni sociali, e che dovrebbe permettere risparmi per 80 miliardi di euro entro il 2014. Ridimensionate molte voci del welfare, tagli previsti per 15.000 posti nel pubblico impiego e congelamento degli aumenti per i dipendenti pubblici; riduzione delle sovvenzioni ad alcuni comparti produttivi e introduzione di una “imposta ecologica” sul traffico aereo, mentre sono stati rimandati al 2012 i tagli alle tasse promessi in campagna elettorale. Secondo il governo tedesco il rapporto deficit/Pil salirà quest’anno al 5% causa le spese per stimolare l’economia, per poi scendere sotto il 3% entro il 2013.

Regno Unito: sono stati annunciati il congelamento delle assunzioni pubbliche, la soppressione delle auto blu per i ministri, tagli alle consulenze e alle risorse destinate agli enti locali. L’Iva aumenterà dal 15 al 17,5% e i contributi sociali dello 0,5%. Il governo britannico prevede risparmi per 7,2 miliardi di euro nel 2010 e una riduzione del rapporto deficit/Pil dall’attuale 11,5% al 2,3% nel 2013.

I PAESI DELL’UE DEVONO USCIRE INSIEME DALLA CRISI

L’euro arriverà gradualmente entro il prossimo anno alla parità con il dollaro, e questo apporterà benefici alla zona euro. L’Unione europea e la zona euro, in particolare, «devono uscire insieme dalla crisi» perché «non c’è posto per un’Europa del Sud e un’Europa del Nord», ma per farlo devono avviare politiche economiche coordinate. È quanto pensa della situazione economio-finanziaria europea Nouriel Roubini, economista che aveva previsto la crisi globale e che insegna Economia e Business Internazionale alla New York University. Secondo l’economista, intervenuto al Festival dell’economia svoltosi a Trento il 5 giugno scorso, la Germania deve «assumersi in pieno il ruolo di “locomotiva”» che i dati e gli economisti le attribuiscono, mentre Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda devono intervenire per ridurre i rispettivi deficit e debiti. L’Italia, in particolare, secondo Roubini «deve coordinare un taglio della spesa pubblica nel breve termine che riduca il debito con misure che a medio-lungo termine facciano decollare la ripresa non tanto dalla crisi ma da un decennio di crescita economica anemica».

RAFFORZARE LA GOVERNANCE ECONOMICA NELL’UE

«È giunto il momento di riconsiderare il modo in cui sono gestite le politiche economiche» sostiene la Commissione europea, che al proposito ha pubblicato una comunicazione nella quale propone di rafforzare in misura considerevole la governance economica nell’Ue.

Obiettivo della Commissione è rafforzare il funzionamento del Patto di stabilità ed estendere la sorveglianza agli squilibri macroeconomici, proponendo di allineare la pianificazione delle politiche nazionali di bilancio e istituendo un “semestre europeo” durante cui gli Stati membri coordinerebbero le loro politiche economiche già nella fase in cui preparano i bilanci pubblici e i programmi nazionali di riforma. Secondo la Commissione, gli orientamenti sulle politiche economiche forniti all’inizio di ogni anno dal Consiglio europeo faciliterebbero la preparazione dei programmi di stabilità e convergenza e dei programmi nazionali di riforma, mentre una revisione tra pari delle politiche fiscali effettuata precocemente contribuirebbe a consolidare la situazione fiscale dell’Ue e della zona euro. «Una valutazione e un coordinamento sincronizzati delle politiche sia strutturali sia fiscali a livello europeo aiuterebbero gli Stati membri a perseguire gli obiettivi e ad affrontare le sfide comuni più efficientemente di quanto avvenga allo stato attuale» osserva l’esecutivo europeo.

Per gestire le crisi che colpiscono gli Stati membri della zona euro e per preservare la stabilità finanziaria nel medio e lungo termine, la Commissione sollecita quindi procedure «chiare e credibili» su come fornire un aiuto finanziario agli Stati membri della zona euro che si trovino in grave difficoltà. Il 9 maggio scorso l’Ecofin ha deciso la creazione di un meccanismo europeo temporaneo di stabilizzazione per far fronte alle circostanze eccezionali del momento: la Commissione intende invece proporre l’istituzione di un meccanismo permanente per la soluzione delle crisi. Tenuto conto della gravità della crisi, la Commissione intende dar seguito alla comunicazione in tempi rapidi, così il primo semestre europeo di coordinamento economico dovrebbe coincidere con l’inizio del 2011.

EUROPARLAMENTO FAVOREVOLE ALL’EURO PER L’ESTONIA

Durante un’audizione svoltasi a Strasburgo a fine maggio, gli eurodeputati della commissione per gli Affari economici e monetari hanno caldeggiato l’adozione dell’euro da parte dell’Estonia, una decisione che potrebbe avere un “effetto valanga” sugli altri Stati baltici.

La Relazione discussa presso la commissione dell’Europarlamento favorisce infatti l’adozione dell’euro da parte dell’Estonia a partire dall’1 gennaio 2011, osservando come sia «molto significativo che un Paese così piccolo bussi alla porta della zona euro durante la peggiore crisi economica, sociale e finanziaria».

Secondo l’Europarlamento, per l’adozione dell’euro l’Estonia dovrà soddisfare pienamente alcuni criteri sui quali si trova comunque in situazione avanzata:

- compatibilità con la legislazione nazionale, assicurata dal voto del Parlamento estone dello scorso 22 aprile;

- stabilità dei prezzi, ottenuta nell’ultimo anno nonostante si mantenga una certa prudenza per i prossimi mesi;

- sostenibilità della posizione finanziaria del governo, che ha uno dei livelli più bassi di deficit nell’Ue nonostante ci sia un problema di disoccupazione crescente;

- Osservanza dei margini di fluttuazione di cambio negli ultimi due anni, che sono stati rispettati dalla corona estone;

- Integrazione economica, soddisfatta con un commercio intra-Ue tre volte più grande di quello extra-Ue e un settore finanziario ben integrato con quello europeo.

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